giovedì 2 marzo 2017

Per non dimenticare mai e poi mai (Elser: 13 minuti che non cambiarono la storia, Colette, The Eichmann Show, Il labirinto del silenzio)

Anche se è passato più di un mese dal Giorno della Memoria e dal film visto in quell'occasione, ovvero Il figlio di Saul, di cui consiglio la visione, anche se non facile da vedere e digerire (per questo da prendere con le giuste precauzioni), non potevo non tornare sull'argomento, dato che in questo periodo di film inerenti a questo tema complesso ne ho visti ben 4. Film che cercano di far conoscere al mondo intero, con ancor più forza, ancor più vigore, qualcosa che mai avremmo voluto vedere che accadesse nella realtà, invece purtroppo è accaduto davvero, quel qualcosa di umanamente squallido, quel qualcosa di psicologicamente orrendo chiamato Olocausto. E questi quattro film, tratti tutti, tranne uno, comunque tratto da un romanzo di un sopravvissuto, da fatti realmente accaduti e da persone davvero esistite, che hanno provato e alcuni ci sono riusciti a smuovere le coscienze di chi ancora adesso, comunque meno che all'epoca, crede e stentava a crederci che fosse tutto vero (e lo è stato), disegnano un quadro agghiacciante di quello che è accaduto a 6 milioni di Ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale dai nazisti e dalle ideologie deliranti di un folle. Film che in questo caso per comprendere più in profondità questo delicatissimo tema saranno recensiti in ordine temporale. A partire da un momento che non è entrato nei libri di Storia davvero per pochissimo, se George Elser non avesse fallito il suo intento, quello di uccidere Adolf Hitler. Sì perché, Elser: 13 minuti che non cambiarono la storia (Elser: Er hätte die Welt verändert), film storico del 2015 (andato in onda il 27 gennaio scorso su Rai2, e probabilmente ancora disponibile in streaming su RaiReplay) diretto da Oliver Hirschbiegel, da tempo trasferitosi oltreoceano, suo il celebre e pluripremiato "La caduta", con l'ottimo Bruno Ganz, opera che lo ha reso celebre dopo l'interessante "The Experiment" e prima delle meno riuscite incursioni nella fantascienza con l'imbarazzante "Invasion" e nel biopic con il neutro "Diana", che torna a girare in Germania dopo una parentesi di quasi dieci anni, racconta l'incredibile vicenda di uomo che seppe intuire, quasi 5 anni prima di Claus Schenk von Stauffenberg (un ufficiale tedesco che svolse un ruolo di primo piano nella progettazione e successiva esecuzione dell'attentato del 20 luglio '44 contro Adolf Hitler, e nel successivo tentativo di colpo di stato, purtroppo non riuscito), quanto quel movimento nazista rappresentasse un mostro che andava fermato decapitandone il vertice, come? piazzando una potente carica esplosiva da far detonare, mentre l'8 novembre 1939, Adolf Hitler tiene un discorso alla Bürgerbräukeller di Monaco. Georg Elser difatti avrebbe potuto cambiare il corso della storia mondiale e salvare milioni di vite umane se solo avesse avuto 13 minuti in più. In quel breve arco di tempo, la bomba che aveva assemblato personalmente sarebbe esplosa e avrebbe fatto saltare in aria Adolf Hitler e i suoi più alti collaboratori, decimando il futuro terzo Reich (invece di 8 persone presumibilmente innocenti). Ciò però non accadde perché Hitler lasciò la scena dell'attentato prima del previsto, lasciando Elser fallire miseramente.

Sulla storia di quest'uomo, nel 1989 fu girato un film, una coproduzione fra Stati Uniti d'America, Germania e Austria, diretto ed interpretato da Klaus Maria Brandauer, il titolo italiano era L'orologiaio, in inglese Seven Minutes (in riferimento ai minuti che permisero ad Hitler di salvarsi) e in tedesco Georg Elser, un nome che non appare nei testi storiografici più diffusi in Europa, e nella stessa Germania sono occorsi decenni perché venisse riconosciuto il suo ruolo nella resistenza al nazismo. Ma questa nuova opera del regista (dopo La Caduta), che torna ad occuparsi di quegli anni però non ha lo stesso rigore e si distende sui ritmi più classici di un biopic che alterna il presente della cattura e delle torture con il percorso compiuto da un giovane uomo che prende istintivamente coscienza della necessità di opporsi alla crudeltà di una tirannide spietata. Per questo Georg Elser per molto tempo è stato in bilico tra l'essere un terrorista o un eroe della resistenza. E' lui la vittima di un regime totalitario o un folle perseguitato da un carattere schivo e da problematiche personali che gli hanno fatto compiere un'azione più grande delle proprie possibilità? Per chi conosce la verità è sicuramente stato un eroe proprio perché uomo comune, incapace però di nascondere a se stesso l'evidenza del Male. Elser non ha cultura e non ha alle spalle neanche un gruppo organizzato (come la Gestapo pretenderebbe di fargli confessare non concependo che un uomo solo possa essere arrivato a tanto), è fondamentalmente un essere umano che non sopporta il sopruso. E così, Georg Elser viene arrestato e smascherato, acciuffato in modo elementare, quasi banale, di fronte all'artigianalità dell'attentato, si cela un piano certo rudimentale, ma a tutti gli effetti tecnicamente bene organizzato nella sua semplicità da parte di un timido manovale molto abile a costruire ordigni, ed in generale molto abile manualmente. Sotto torchio, torturato e vessato dai tedeschi, che ipotizzano complotti da parti di nemici stranieri, l'uomo non chiarirà mai completamente le ragioni del suo operato, e verrà assassinato nel 1945 a pochi giorni dalla disfatta del regime nazista. Elser: 13 minuti che non cambiarono la storia è comunque un film solido, di fattura un po' troppo standard che non procede certo con guizzi inventivi, preferendo la narrazione tradizionale, forse sin un po' piatta, con qualche concessione al flash back come massimo picco, tutt'altro che inventivo, per illustrarci il recente passato del celebre attentatore. Tra i meriti più evidenti del film, troviamo la scelta dell'attore protagonista, in grado di renderci alla perfezione la figura contraddittoria di un eroe per caso nemmeno troppo simpatico o trascinante, alludendo all'interpretazione molto valida di Christian Friedel, già notato ne "Il nastro bianco" di Haneke, il suo Elser dal volto impaurito come un topo indifeso, è l'emblema dell'uomo apparentemente qualunque, che agisce libero e cosciente, con individualità ed autodeterminazione per la salvaguardia dell'individualità, della creatività e della libertà di pensiero, minacciate tutte in quei tempi oscuri da un regime imperniato sulla violenza e l'oppressione, sull'obbedienza cieca e per nulla ragionata verso le folli idee di un dittatore pazzo ed incontrollato. Insomma un film storicamente interessante, crudo, che fa riflettere e pensare, e che tutti dovrebbero, almeno una volta, conoscere e vedere, anche se televisivamente parlando è solo più che sufficiente. 6+


Basato su un romanzo dello scrittore ceco di origini ebraiche Arnošt Lustig ("Una ragazza da Anversa"), nominato per il Premio Pullitzer, che riuscì a sfuggire alla persecuzione nazista saltando dal treno che nel 1945 lo stava portando a Dachau, Colette (Colette: un amore più forte di tutto) film di produzione Slovacchia-Repubblica Ceca del 2013 (andato in onda il 24 gennaio scorso su Rete4), diretto dal regista Milan Cieslar, è un delicato seppur leggermente artificioso e abbastanza inusuale racconto drammatico romantico. Il film infatti, racconta la storia di due ebrei costretti a subire qualsiasi tipo di tortura fisica e psicologica internati nel campo di concentramento di Auschwitz. Due giovani amanti, Vili (Jirí Mádl) e Colette, e la loro lotta per sopravvivere alla fabbrica di morte in cui sono prigionieri. L'orrore di un luogo così tremendo difatti si contrappone al loro amore che riesce a tenere accesa la fiamma della speranza e a dare una forza inaspettata ai due ormai stremati. Comunque insolito è questo film, non nella storia, anche se qui molto sembra non combaciare, ma soprattutto nella cifra stilistica, dato che abbastanza strano è l'inizio, poiché il punto di vista della narrazione che si vede nel film, non è come spesso capita, quello dei due protagonisti. La storia infatti è narrata da Vili Feld da vecchio, ma nel 1973 in una NY stile hippy troppo artigianale. Qui in occasione e dopo un incontro con la suocera di suo figlio che sta per sposarsi, con cui sembra esserci un certo legame, l'uomo ricorda degli eventi che ha vissuto in un campo di prigionia nazista, durante la Seconda guerra mondiale, con il nazismo che portava ovunque terrore e distruzione. Ovvero e soprattutto la storia (un po' presa per i capelli senza una vera attrazione o coinvolgimento emotivo, il loro e di chi vede il film) di lui che conosce lei, finite nelle mire di un sadico ed egocentrico nonché viscido ufficiale (Eric Bouwer) per la sua bellezza (d'altronde la bella Clémence Thioly non passa inosservata), che, collocati in zone del campo diverse, cercano tutti modi per stare insieme e viversi la loro storia d'amore. Una storia d'amore che incontra ovviamente moltissimi ostacoli, la fame, il duro lavoro da portare avanti, gli incubi, la morte e la realtà di un mondo caduto nel baratro dell'umanità. Ma mai come in questo caso la speranza è sempre l'ultima a morire, e per alcune circostanze si ritroveranno ad avere una chance per fuggire. Colette, nonostante la fama e i meriti dell'autore e la veridicità delle situazioni descritte, in sé non aggiunge molto a quanto già si sa sull'Olocausto, questo perché ci si sofferma troppo sulla storia d'amore, comunque romanzato, anche troppo, dato che addirittura la parte più importante di un film del genere, ovvero denuncia o almeno scuotere le coscienze, funziona male. A volte infatti si ha la sensazione di poca serietà e di esser difronte ad un film erotico che un film drammatico. Infine a volte, per colpa di una regia, fotografia e scenografia di bassa qualità, sembra di assistere e di vivere in una cartolina con una patinatura irritante e deficitaria. Difatti, e nonostante l'importantissimo tema o la giustificabile importanza, questo è uno dei film sulla Shoah più brutto da me visto, non basta la nuova e innovativa, seppur non originale messa in scena o sceneggiatura, a dare lustro ad un film neanche sufficiente. Peccato perché pareva essere un buon film, e invece, scialbo e noioso. 5,5/10

Il processo Eichmann fu uno dei pochi a definirsi giustamente "processo del secolo". L'obiettivo non era soltanto giudicare un uomo dei suoi crimini ma di far esporre al più vasto pubblico possibile la portata di tale crimini. Oltre a questo, la narrazione pone l'accento sull'atipico duello che si crea fra il mezzo televisivo ed Eichmann stesso. Sì perché The Eichmann Show: Il processo del secolo (The Eichmann Show), film per la televisione del 2015 commissionato dalla BBC e diretto da Paul Andrew Williams, che ha la particolarità di mostrare il dietro alle quinte della trasmissione (anch'essa televisiva) andata in onda a suo tempo in occasione del processo svoltosi in Israele nel 1961 dopo la cattura del criminale nazista avvenuta in Argentina, racconta infatti le diverse fasi del processo, visto dal punto di vista delle difficoltà tecniche, politiche, di contenuto mediatico che questa produzione (creata ad hoc per l'occasione) dovette affrontare per rendere al massimo (attraverso le immagini) la rilevante portata e posta storica in gioco in quel processo. Dapprima osteggiata dalle autorità israeliane, e poi accettata pur con qualche riserva, questa singolare occasione mediatica (curata per la regia da Leo Hurwitz, inserito nella lista nera del maccartismo e abilmente ingaggiato per l'impresa dal produttore Milton Fruchtman) divenne un evento mondiale che fu mandato in onda in 37 paesi e gareggiò per interesse, popolarità ed attenzione da parte del pubblico fruitore, con altri due eccezionali eventi che stavano tenendo col fiato sospeso la popolazione del mondo intero, la gravissima crisi della Baia de Porci che vedeva fronteggiarsi USA e Unione Sovietica (e che avrebbe potuto addirittura scatenare un conflitto atomico) e la storica impresa di Yuri Gagarin, il primo uomo lanciato nello spazio. Osteggiata anche dagli stessi ebrei era, che non credevano a ciò che gli sopravvissuti raccontavano, ma anche ai nazisti ancora rimasti che non volevano che un processo simile avesse neanche inizio. Ecco perché divenne così importante da essere considerato processo del secolo. E così, tra le ossessioni dovute agli indici di ascolto e lo sgomento provocato dalle agghiaccianti testimonianze, The Eichmann Show diviene un prodotto assolutamente ben girato, un connubio di immagini d'epoca perfettamente inserite in una sceneggiatura rapida e curata, uno sguardo al passato attraverso l'occhio di una primordiale ma efficace regia televisiva. Il film infatti inserisce veri spezzoni del processo (compreso l'interrogatorio del procuratore generale Gideon Hausner, in bianco e nero), unitamente a riprese originali. Ma il film è importante soprattutto per il fatto che, ripercorrendo dall'interno quell'evento, il regista col suo sapiente lavoro di ricostruzione delle cose, pur non trascurando nemmeno il contesto criminale in cui ha agito Eichmann a proposito del quale fornisce un esauriente vademecum delle atrocità del nazismo, si concentra prioritariamente proprio sulle profonde frizioni che si crearono durante le riprese fra il produttore che intendeva privilegiare una visione soft che si limitasse a una cronaca il più asettica possibile dei fatti, e il regista che non si capacitava invece di come si potesse restare imperturbabili di fronte alle terribili accuse e ai devastanti racconti dei sopravvissuti. Non potendo imporre fino in fondo la sua idea, Hurwitz cercò comunque di farci percepire tutta l'indignazione da lui provata, soffermandosi spesso (impietosamente) sui primi piani del nazista capaci di raccontare molto delle sue perversioni criminali. Documento dunque imprescindibile questa attendibile "ricostruzione" di Paul Andrew Williams, che nella realtà è divenuto il primo ufficiale sull'Olocausto, affidata alla efficace interpretazione di Anthony LaPaglia (A Good Marriage) e Martin Freeman (star di Sherlock) da vedere per conoscere meglio e più da vicino un pezzo importante della Storia ed aiutarci così a non dimenticare. 6,5/10

Norimberga fu un processo istituito dagli alleati contro i criminali nazisti, cioè stranieri vincitori che giudicano un paese sconfitto. In questo caso, Il labirinto del silenzio (Im Labyrinth des Schweigens), film del 2014 diretto da Giulio Ricciarelli, presentato in anteprima al Toronto International Film Festival, selezionato per rappresentare la Germania ai premi Oscar 2016 per il miglior film straniero, (non riuscendo però ad entrare nella cinquina dei candidati), non solo cerca di togliere il velo di omertà del popolo tedesco, ma tratta di uno dei più grandi processi della storia tedesca del dopoguerra, forse il più importante dopo quello a Eichmann, segno che in Germania cercano di fare i conti con il loro passato. E' la Germania stessa difatti che processa quei criminali che una colpevole rimozione del passato recente li ha ricondotti ad una vita normale dopo aver appeso la divisa delle SS dentro l'armadio. E' giusto insomma dimenticare le atroci colpe di un popolo per ricominciare una nuova vita o la memoria e la ricerca della verità devono essere superiori a tutto? È il dramma della Germania post-nazista che si trova a dover convivere con le colpe di moltissimi uomini comuni legati nel caso del film ai massacri di Auschwitz. Tutti sono stati nazisti e così riemergono prepotentemente le parole della Arendt sulla banalità del male (condivisibili per tutti i film qui presenti) e su come uomini apparentemente normali abbiano potuto compiere azioni così spregevoli. E il film mostra seppur in modo schematico e con un protagonista non sempre all'altezza questa situazione fino al processo che condannerà i boia di Auschwitz. È un processo vero che per la Germania è stato più importante di quello di Norimberga perché per la prima volta un paese ha deciso di guardare dentro la sua anima, condannare i propri figli e non mentire alle nuove generazioni. La nuova generazione, rappresentata dal giovane magistrato, che deve processare quella vecchia trascinata nella follia nazista e partorito gli orrori dei campi di concentramento. Il film vale la pena vederlo quindi solo per il soggetto che propone, interessantissimo e mai affrontato in terra tedesca in maniera così aperta, perché le riflessioni sono tante e degne di essere affrontate, e perché questo è un film che fa riflettere. È un film che trascina, nonostante un montaggio piuttosto semplicistici e talvolta un po' frammentario, ma che non impedisce allo spettatore di lasciarsi andare nel finale ad un sentito applauso liberatorio. Poiché Il labirinto del silenzio è un film spiazzante e interessante, film di denuncia ottimo, come quelli che piacciono a me, ma anche un film ambizioso (forse troppo), dato che non è privo di evidenti difetti. La volontà di dare un taglio molto internazionale alla pellicola, diciamo abbastanza hollywoodiano, nega infatti una certa autorialità all'opera, favorendo quindi una maggiore commercializzazione del prodotto, dal ritmo molto scorrevole, rimanendo tuttavia vittima di schematismi e da uno sviluppo prevedibile. In poche parole non si rischia nulla, andando su binari sicuri e con sotto-trame sentimentali abbastanza inutili ai fini del narrato. Inoltre la fotografia è fin troppo patinata, che esalta la ricostruzione scenografica da una parte, ma che da uno sfondo fin troppo all'acqua di rose rispetto a temi così seri. In conclusione, un film riuscito a metà, anche se le musiche sono ben dosate, di grande leggerezza, ma di forte spessore 'intellettuale', a perfetto accompagnamento della narrazione drammaturgica. In definitiva quindi buon film nel tema, mediocre registicamente ma ottimo come spunto di riflessione. 7/10

6 commenti:

  1. Film che non vedrei mai e poi mai, lontanissimi come argomento e fattura dai miei gusti.
    Pensa che pure il blasonato Schindler's List l'ho visto giusto per.
    Di film sugli ebrei amo solo Bastardi senza gloria, per il resto sono fan dei naziploitation :)

    Moz-

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    1. Beh non ci vuole mica un genio per saperlo che non ti piacciono :D
      Comunque anch'io amo Bastardi senza gloria proprio perché gli vorrei vedere tutti morti i nazisti..non solo metaforicamente ;)

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  2. Consiglierei roba anomala, tipo Jakob il bugiardo e lo strameraviglioso Train de vie.. ;)

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    1. Credo di averli visti entrambi a suo tempo, anche se non ricordo tutto ;)

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  3. No mi hai distrutto Colette! Pensa che mi era stato consigliato e io mi stavo scervellando per riuscire a recuperarlo. Ora ho una buona scusa per non guardarlo! XD

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    1. Ti avevano consigliato male allora ;)
      Perché sì, è diverso da altri soprattutto romanticamente ma poi nel complesso risulta vuoto e insolitamente brutto, meglio lasciar perdere, ce ne sono tanti meglio, Il Segreto del suo volto per esempio se non l'hai già visto :)

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