mercoledì 2 novembre 2016

Gli altri film del mese (Ottobre 2016)

Per questo mese di Ottobre, grazie e per colpa di Halloween il mio classico post è slittato di due giorni, ma nonostante ciò, ecco tutti gli altri film visti in questi primi giorni d'autunno, partendo da quelli non presenti nel 'cartellone' ma che per un motivo o per un altro ho deciso di non farne un pezzo apposito ma scrivere solo due righe, d'altronde da dire c'è ben poco, poiché i film in questione non sono quasi per niente eccezionali, tranne probabilmente uno. A cominciare da La grande bellezza in versione integrale (piena di nudi, culi e cazzate varie) che ancora una volta mi ha deluso, perché neanche la mezz'ora in più di pellicola mi ha fatto apprezzare il film, che secondo me è il più confuso, più scollegato e brutto, narrativamente parlando, di sempre, perché visivamente alcune immagini sono stupende. Ma nonostante questa volta qualcosa in più ho capito, alla fine è risultato ancora più noioso della prima volta. Anche se in ogni caso è un film azzeccato ad una giuria non italiana, perché vedere come ci siamo ridotti non è una bella cosa per noi italiani, agli altri probabilmente invece gli sarà piaciuto. E infatti solo all'estero è apprezzato dai più. Altro film visto poi è stata la puntata speciale di Sherlock, andata in onda a fine settembre e disponibile sul sito della Paramount, della serie tv con protagonista Benedict Cumberbatch, che abitualmente non seguo, anche se ho visto qualche puntata. La puntata, anzi, il film è quella del caso de L'abominevole sposa, un caso davvero interessante, inedito ma soprattutto atipico e strano, come il contesto e il luogo in cui si svolge (nella psiche di Holmes cent'anni prima). Un caso che ovviamente sarà risolto da Sherlock, ma non senza particolari difficoltà. E anche se non del tutto la storia mette in soggezione o paura, la qualità di tutti gli elementi e le tecniche, è discreta, persino migliore di un film per il grande schermo. Comunque il migliore di questi che sto descrivendo perché di peggio c'è la 'trilogia' di Jerry & Maya (fratelli o amici non si sa), due piccoli infallibili investigatori che in una fiabesca e assurda cittadina fanno il lavoro della polizia e risolvono i casi, ingegnosi i primi due pessimo il terzo, ma comunque troppo scemi per un pubblico inferiore ai 7 anni. Perché anche se tratti da romanzi per bambini, questi tre film di origine scandinava, probabilmente, sono davvero inguardabili e del tutto inutili, pieni di stereotipi che potrebbero addirittura fare male alla crescita. Bene, era l'ultimo, ora vediamo tutti gli altri, quelli di questo post, a partire proprio da due action scandinavi, più precisamente norvegesi, l'unica cosa in comune dato che il primo è un disaster-movie (il primo in assoluto per la Norvegia) e il secondo è uno delle tante storie favolistiche e fantastiche, in alcuni casi anche veri, di cui il paese è pieno, questo per esempio ambientato al tempo del medioevo parla di un Re in pericolo.

The wave (in norvegese: Bølgen) è un efficace e sorprendente film del 2015 di tipo catastrofico diretto da Roar Uthaug. Come detto questo è un disaster movie, ma su scala decisamente più piccola di quella alla quale ci hanno abituato i cugini americani ma che non sfigura affatto, anzi, onesto e non pretenzioso e con molto meno retorica, per questo è godibile. Di certo la tematica non è una novità ma poiché si tratta d'una pellicola realizzata con un budget piuttosto basso e che porta la firma delle produzioni norvegesi, è davvero un discreto lavoro. Spoglio di effetti speciali eclatanti e inverosimili, le scene sorrette dalla CGI si concentrano sopratutto nella realizzazione dell'onda anomala alla quale fa riferimento il titolo (la scena più bella e spettacolare). Per il resto tutti gli ingredienti tipicamente americani sono presenti e la storia, lineare e consequenziale, segue le vicende di un geologo e della sua famiglia in procinto di trasferimento da una zona rurale, avvolta dai magnifici fiordi norvegesi, in una cittadina più grande. Purtroppo Kristian, questo il nome del protagonista, si accorgerà ben presto che una delle rocce del fiordo di Geirangen sta per cedere ed emette segnali preoccupanti. Il resto dei colleghi ovviamente lo reputano un allarmismo senza fondamento e ignorano gli avvertimenti di Kristian e i segnali emessi dai sensori che monitorano la roccia del fiordo. E mentre la sua famiglia è pronta a lasciare la loro casa ecco che accade la prima separazione, funzionale per il procedere della storia, tra i protagonisti rispettosa dei cliché del genere (per portare la tensione e drammaticità al climax). La madre col figlio maggiore si recano nell'hotel dov'è impiegata la donna, mentre il padre e la figlioletta più piccola trascorrono l'ultima notte in casa. Da li a breve la catastrofe è imminente. La roccia inizia a sgretolarsi e scatta l'allarme che avverte i cittadini di recarsi al rifugio più alto per salvarsi dall'onda anomala che si genera. La sopravvivenza alla catastrofe naturale si trasferisce così al centro dell'azione della pellicola, arricchita da alcuni momenti di vera suspence e colpi di scena ben studiati e riusciti. Alcuni passaggi, pur non essendo originali e innovativi, sono comunque ad alto tasso adrenalinico e il film sa bene come destreggiarsi e mantenere un ritmo narrativo stabile, ne troppo lungo ne troppo corto, per non stancare gli spettatori e sopratutto sa bene come non appesantire il film oltre il dovuto mentre segue gli sforzi della famiglia di ricongiungersi e salvarsi. Buona, oltre alla regia dove il regista prima incornicia il fiordo con delle riprese aeree mozzafiato riempiendo gli occhi con un paesaggio da cartolina, poi lo demolisce con un disastro che restituisce una Norvegia desolante e funerea (grazie soprattutto ad alcune inquadrature che ricordano la "Raccoon City" di Resident Evil, un vero inferno tra fiamme, polvere ed un sapiente uso della luce), anche la recitazione in pieno stile nordico, dove gli eccessi emotivi sono accuratamente evitati e il tutto mantiene una rigida compostezza anche nelle scene più tensive e drammatiche. Tutto scontato e prevedibile ovviamente, anche il finale, ma almeno ci vengono risparmiate le solite lungaggini. Poco male, per un film che non offre nulla di più rispetto al solito copione da disaster movie (ma neanche nulla di meno), con personaggi che si affannano a restare vivi e che scontano i soliti luoghi comuni, ma almeno non dilapida budget faraonici (il film è costato 6 mln e ne ha incassati 11). In definitiva, The Wave, è una scommessa vinta ed un prodotto appetibile e riuscito di cui il suo punto di forza si concentra proprio sulla sua identità (nord-europea) e la location nella quale si svolge l'azione, quella di una Norvegia imponente e selvaggia, cupa e glaciale rendendosi immancabilmente la vera protagonista e rubando la scena agli attori stessi. Un film che intrattiene a dovere e non sfigura nel lungo filone di produzioni catastrofiche. Un film ampiamente oltre le attese e perciò consigliato. 7/10

The Last King (Birkebeinerne) è uno storico film in costume del 2015 di produzione norvegese, un mediocre film d'azione che ispirandosi ad una storia vera, racconta di come nel 1204 il giovane (allora futuro) re di Norvegia Håkon Hokonsson, perseguitato da una fazione rivale che voleva ottenere il governo del paese, venne salvato ancora in fasce da due eroici Brikebeinerne, ovvero un gruppo di ribelli combattenti sostenitori di Re Sverre (grande sovrano norvegese, famoso per la sua avversione al potere papale) e dei suoi eredi, che nel corso delle lunghe guerre civili che dilaniarono il paese tra XII e XIII secolo, combattevano per loro. Quando in seguito all'assassinio di Re Håkon (padre) i Baglers, compagine di sostenitori dei nuovi aspiranti al trono, scoprono l'esistenza di un altro giovane erede, inviano con l'appoggio della Chiesa un contingente di soldati per eliminarlo e spianarsi la strada verso il potere. Una storia già vista certo, ma in grado di esercitare un grande fascino su tutti gli appassionati di storie epiche e tragici atti eroici. Le ampie distese scandinave densamente ricoperte di neve infatti, riescono ad investire e avvolgere anche fuori dallo schermo, al punto da far quasi percepire allo spettatore il freddo pungente e il vento che non da tregua ai due coraggiosi Skjervald (Jacob Oftebro) e Torstein (Kristofer Hivju), in fuga con il neonato verso il castello. Gli stessi attori offrono poi due discrete interpretazioni e danno vita a personaggi caratterizzati, a discapito del loro ruolo e aspetto, da un'inaspettata e meravigliosa dolcezza, riservata soprattutto alle brevi interazioni con il bambino. Riescono a dare peso e valore a dei dialoghi non fuori luogo, ma nemmeno innovativi o particolarmente brillanti, ma grazie ad una sceneggiatura lineare viene piacevolmente seguita nella sua semplicità. La regia, che però è lenta, non si apprezza tanto per le scene degli inseguimenti e degli scontri (abbastanza mediocri) quanto, se non di più, nei momenti più intimi e introspettivi vicino al fuoco, ai quali riesce a conferire intensità e importanza. The Last King infatti racconta qualcosa di importante per la storia del popolo norvegese e lo fa con il cuore. E anche se alcuni potrebbero trovarlo a tratti noioso e ripetitivo (e soprattutto neanche minimamente epico), perso nella coltre di neve e appesantito dalle spesse pellicce dei brikebeinrne, si tratta di un'opera che merita senz'altro attenzione e almeno una visione. Comunque è un film a tratti molto lento e riflessivo, perciò se non vi piace il genere siete avvisati, consigliato invece agli appassionati del genere (anche del film I Vichinghi per esempio) e ai fan di serie come Il Trono di Spade (se non altro per ammirare Hivju, tra l'altro era risultato efficace anche in Forza Maggiore) e Vikings. 5/10

Se siete alla ricerca di una commedia senza troppe pretese, Un'occasione da Dio (Absolutely Anything), film del 2015 scritto e diretto da Terry Jones, con protagonisti Simon Pegg e Kate Beckinsale, con le voci dei Monty Python e di Robin Williams, al suo ultimo lavoro cinematografico (dopo Una notte al museo 3 e tanti altri), è quello giusto. Perché nonostante questa commedia fantascientifica girata in tecnica mista, non sia poi un granché riesce a divertente e coinvolgere un pochino. Il titolo italiano ovviamente è per sfruttare e rilanciare il successo dei discreti Una Settimana da Dio e Un'Impresa da Dio ma il titolo originale, traducibile in Assolutamente Qualsiasi Cosa cambia tutto, poiché anche se questo film importa parte dell'idea e dello sviluppo dei 'precedenti', non va a scomodare le divinità, qui la terra diventa oggetto di studio per un gruppo di alieni intergalattici. Alieni che ritenendosi dotati di una moralità superiore prima di passare all'attacco mettono alla prova la specie che intendono estinguere, dandole un'ultima possibilità. Casualmente scelgono uno degli umani che, inconsapevole, sarà investito di un'enorme responsabilità: salvare la Terra. L'uomo pescato dal mazzo è Neil Clark, un insegnante inglese con ambizioni da scrittore frustrate. Gli alieni danno a Neil un'occasione da Dio: può realizzare tutto ciò che desidera, gli basta dirlo e muovere la mano. Se il terrestre utilizzerà questo potere straordinario per fare qualcosa di buono, il pianeta verrà graziato, altrimenti sarà raso al suolo. Il problema è che l'unico desiderio di Neil è conquistare la vicina di casa, Catherine. Un'occasione da Dio parte bene, grazie ad alcune gag cattivelle e a un umorismo di semplice presa, poi però la trama entra in una fase di stanca, dalla quale il regista esce attraverso uno sviluppo poco originale, che finisce per premiare un finale in sicurezza ma geniale, piuttosto che insistere con il coraggio. Le parti migliori diventano le poche con presenti gli alieni, ancora portatori di comicità senza filtri e di effetti speciali misurati ma efficaci. Tutto il resto del lavoro scivola in una banalità che uccide lentamente divertimento di una trama troppo occupata a darci il finale al sapor di zucchero. Eppure le maestranze che hanno dato vita a questo lavoro hanno nomi piuttosto pesanti. Ma l'ultimo Robin Williams (voce del cane), la sempre apprezzabile Kate Beckinsale, lo spassoso Simon Pegg (come in parte è stato in Mission Impossible: Rogue Nation) e il Monty Pyton Terry Jones dietro al macchina da presa, non riescono a spingere una commedia che con il suo incedere diventa sempre più insipida. Comunque il bello di tutta la storia è che alla fine quello che viene fuori è che tutta l'umanità è abbastanza egoista e crudele e praticamente solo il cane si salva e risulta essere più intelligente del padrone stesso. Il brutto purtroppo è che risulta essere così poco credibile in alcune scene e con delle battute così forzatamente idiote che viene da chiedersi molte volte perché, perché i personaggi fanno certe cose quando potrebbero benissimo farne altre. In ogni caso, tra gag già viste, mal costruite e banalmente messe in scena, ce ne sono altre che strappano molte risate e questo sicuramente me l'ha fatta apprezzare e ha impedito che io mi annoiassi prima della fine del film. E anche se la commedia risulta stupida, forse anche troppo, e alcuni piccoli buchi di sceneggiatura non si possono sorpassare facilmente, è un film discreto. Una commedia meta fantascientifica con alcuni geniali trovate come quella finale e quella di non far 'incontrare' i due mondi, altrimenti sarebbe stato peggio per una commedia che già di problemi aveva ma che risulta comunque godibile. Certo, mi aspettavo molto di meglio ma non siamo davanti alla peggiore commedia dell'anno anzi, qualcosa di buono c'è se non si cerca una commedia troppo impegnativa. 5/10


Diretto dal teatrante britannico Matthew Warchus, Pride (pellicola drammatica del 2014), è un film civile appassionato e spesso vibrante che offre una prospettiva inedita alle lotte del movimento di liberazione omosessuale, qui accoppiato alle giuste rivendicazioni dei minatori in un periodo di forti mutamenti sociali come gli anni '80, che videro anche la comparsa del terribile morbo dell'AIDS. Questa pellicola infatti riporta sullo schermo un importante episodio della storia politica inglese e lo fa in maniera molto dettagliata (in alcuni punti, addirittura eccessiva) e piuttosto attinente ai fatti reali attraverso le svariate vicende personali dei singoli personaggi, arrivando così a presentare un quadro piuttosto esaustivo, o per lo meno, abbastanza efficace e chiaro, della realtà politica inglese ai tempi del Ministro Thatcher. Pertanto il film si snoda come un documentario "romanzato" ma assai interessante anche per chi non conosce a fondo l'andamento effettivo degli avvenimenti riguardanti le lotte condotte in Inghilterra a favore dei diritti degli omosessuali. Lotte che portarono il Parlamento inglese a mutare in loro favore alcune importanti leggi. L'efficacia nonché il valore di questa pellicola si basa in ogni caso soprattutto sulla bravura di tutti gli attori che vi hanno preso parte, a noi, forse, conosciuti in parte, e sull'ottima ricostruzione storica degli ormai lontani anni '80, pertanto è come fare un salto nel passato con anche un poco di nostalgia. Interessante soprattutto come documento storico, Pride è un film pieno di valori condivisibili che difendono le minoranze discriminate siano esse gay e lesbiche, operai, o solo gallesi oppure semplicemente donne. Il fatto, realmente accaduto, permette anche al regista di esplorare tutte le contraddizioni di una metropoli come la Londra di quegli anni, divisa tra l'omofobia e il cosmopolitismo, tra lo spirito di solidarietà e l'indifferenza. Il tutto come detto in un vero affresco che di quel periodo storico così controverso ci restituisce davvero tutto: i colori, la musica, la cronaca. I protagonisti partono quindi alla scoperta del Galles più retrogrado, per scoprire e farci scoprire (colpo di scena) che la diversità è fonte di confronto più che di problemi. Splendida la colonna sonora, che include dal punk al folk a delineare in modo sempre più preciso i vari 'mood' del film. Un film strutturato su un impianto corale ben padroneggiato, con diverse storie personali che si intrecciano e a tratti sconfinano in toni da 'romanzo di formazione' tutto sommato azzeccati, Pride, anche grazie a uno svolgersi degli eventi in un crescendo che, se anche prevedibile, coinvolge e appaga, si lascia guardare con piacere. Lo sciopero dei minatori acquista una risonanza etica che non sempre aveva avuto in altre pellicole più superficiali che ne avevano ugualmente parlato, e anche nella rappresentazione dei personaggi omosessuali c'è lo sforzo consapevole di evitare i cliché più abusati e di fornire uno sguardo partecipato ma allo stesso tempo lucido della loro condizione e delle loro lotte per affermare la propria dignità. Tuttavia, anche i momenti più scherzosi con le vecchiette che solidarizzano con gli omosessuali e si lasciano andare a qualche innocente trasgressione non li ho trovati gratuiti, e strappano un po' di risate liberatorie che alleggeriscono l'atmosfera, in molte scene impregnata di un impegno civile molto british. Apprezzabile comunque l'impegno di un ampio cast dove molti attori talentuosi si ritagliano il proprio spazio, ma senza strafare e senza stravolgere più di tanto la storia. Una storia trattata con tale leggerezza e grazia da fare allo stesso tempo sorridere e commuovere, indignare e divertire. 6/10

Sono i figli e la loro educazione il punto focale di Daddy's Home? crescerli a suon di mitezza e calore o istigarli a ribellarsi quando serve? Istruirli alla virtù o viziarli per essere il migliore ai loro occhi? Non lo so, ma alla fine, la migliore soluzione consiste, com'è prevedibile, in una ponderata via di mezzo. Ma il vero motivo per guardare questa commedia del 2015 di Sean Anders e John Morris è godere della guerra psicologica tra il bravo Will Ferrell, dedito passionalmente a lavoro e famiglia e patrigno dei bambini dell'amata mogliettina (Linda Cardellini), e il vero genitore di costoro (Mark Wahlberg, comunque già visto in parte comica e più che discretamente in Ted 2), rude palestrato che arriva di punto in bianco e pretende di riprendersi donna e prole snervando il pacato e gentile pater familias. Ovviamente da lì comincerà a suon di misfatti una vera e propria guerra e anche se il finale è abbastanza prevedibile le risate tra i due, che tornano a fare coppia dopo il film I poliziotti di riserva (The Other Guys) del 2010, a sua volta prodotto da Adam McKay, lo stesso di questo, sono assicurate. Lo scontro tra i due infatti fa davvero faville. Perché nonostante l'esilità e la banalità della trama, grazie al gioco degli attori e di una regia che sa assecondarli, il film risulta straordinariamente divertente, con gag a ripetizione ed un ritmo interminabile. Non ci sono mai tempi morti e quasi tutte le gag vanno a segno. Will Ferrell dimostra ancora una volta (e dopo anche Zoolander 2) di essere un comico dalle notevoli capacità e qui utilizza la sua mimica corporale e facciale meglio del solito. In ogni caso buona regia e scrittura stracolma di trovate (di Anders, John Morris e Brian Burns) che sono più o meno spassose, anche se talvolta suonano forzate (l'ubriacatura durante la partita di pallacanestro), esagerate (la sfida sullo skate) o poco attinenti alla realtà (l'idea del Natale a sorpresa in Aprile, che puzza di pacchianeria da un chilometro). Ma il film, tutto sommato, si addenta con piacere, grazie soprattutto a canzoni godibili (Thunderstruck degli AC/DC e Come and Get It di Eli Paperboy Reed, fra le molte) nella colonna musicale di Michael Andrews, e al cast di contorno, tra cui il spassoso il capoufficio Thomas Haden Church e lo stravagante Bobby Cannavale, senza dimenticare due camei interessanti nella parte finale, quello di Alessandra Ambrosio e John Cena. Un film perciò divertente e irriverente, ma piacevole e godibile anche se alcune scene e alcuni momenti ne avrei fatto a meno. Ma in definitiva commedia davvero riuscita. 6/10

Nonostante le reticenze di una certa esperta di film di questo genere ho visto A Good Marriage, film del 2014 diretto da Peter Askin e basato sul racconto Un bel matrimonio di Stephen King, che a sua volta sembra aver preso ispirazione da un'atroce fatto di cronaca avvenuta nel Kansas fra il 1974 e il 1991, quella di un serial killer (Dennis Rader, detto BTK, acronimo di Bind, Torture, Kill) che insanguinò il paese, mietendo la vita di dieci persone, tutto a insaputa della moglie. La storia di Darcy (Joan Allen) e Bob (Anthony LaPaglia) è quindi molto simile a quella dei coniugi Rader. Poiché dopo 25 anni di felice matrimonio, Darcy, una casalinga appagata e serena, scopre per puro caso (e per di più a pochissime ore di distanza dal festeggiamento dell'anniversario di nozze), che suo marito Bob è uno stupratore e serial killer. Si tratta di una scoperta così raccapricciante che la sconvolgerà, tanto che la sua vita e la sua mente crolleranno. Dovrà perciò decidere se mantenere o meno il suo rapporto con lui. Prima di tutto il film non mi ha disgustato e sinceramente non sono rimasto così tanto deluso, però A Good Marriage non va oltre una diligente ma modesta (forse troppo) trasposizione di un non eccelso racconto di King. Per essere un thriller infatti manca del tutto l'obiettivo di tenere alta la suspense, complice uno script modesto e prevedibile. Gli interpreti fanno quel che possono, anche loro restando imbrigliati in un lavoro di routine. Askin non è regista noto, e d'altronde da un film distribuito contemporaneamente in sala e in VOD (Video On Demand) non c'era da pretendere che regalasse la luna, la regia di Askin difatti è televisiva, anche troppo, così A Good Marriage si trasforma in una fin troppo fluida messinscena del mondo reale che, nel tentativo di afferrare un principio di realtà, perde e si perde. Soprattutto, fa perdere quel senso di intimità che era riuscito a passare nella prima parte del racconto, attraverso l'attenta caratterizzazione del bel matrimonio nelle sue azioni e situazioni. Comunque il film è strutturato bene, ti appassiona anche senza avere vere e proprie scene d'azione, la trama ti manda in paranoia, ti fa fare mille supposizioni, ti aspetti di continuo che succeda questo, poi quest'altro, non sai mai cosa aspettarti e chi sia il vero antagonista, addirittura se ce ne sia uno, ma alla fine non riesce a convincere. In ogni caso gli attori sono bravi. entrambi i protagonisti, marito e moglie, danno infatti delle performance discrete. Ma una menzione d'onore la merita la figlia, Kristen Connolly, che sì è bella ma proprio non sa recitare. falsa perfino nei movimenti, incapace di muoversi in un modo normale, praticamente impacciata. Alla fine però c'è da dire che è un buon film, puro e semplice. Certo non c'è tanto orrore quanto più la tensione e tanto basta, ma in definitiva è passabile almeno un pochino. 5/10

Chissà perché ma gli squali sono probabilmente gli animali più abusati dal cinema contemporaneo, poiché come se non ce ne fossero in giro abbastanza e dopo 2-Headed Shark Attack di soli quattro anni fa ecco dai produttori di Sharknado il sequel dell'ennesimo z-movie con villain un pescecane made in Asylum, un nuovo sfrenato monster-movie con Danny Trejo guest star d'eccezione, ovvero 3-Headed Shark Attack, lo squalo-cerbero a tre teste. Una mutazione genetica infatti ha trasformato uno squalo bianco in un'enorme, ingorda, creatura a tre teste che non si ferma davanti a nulla per saziare la sua fame di carne umana e di rifiuti. Una creatura che esce fuori dal nulla e comincia a mietere vittime, che attacca un laboratorio di ricerca marina, e costringe i pochi sopravvissuti a rifugiarsi su una nave da crociera. Ovviamente lo squalo non ha alcuna intenzione di lasciarli andare, perciò guidati dalla giovane Maggie, cercheranno di mettersi in salvo. 3-Headed Shark Attack per chi segue film di questo genere è volutamente demenziale e involontariamente auto-ironico, il film (del 2015) infatti si appoggia ai canonici effetti speciali di bassissima qualità e ad un cast che, tolta la succitata "guest star", fa di tutto per farsi sbranare dalle fauci del mostruoso Cerbero acquatico, in novanta minuti di visione nei quali comunque si ride più che in molte produzioni analoghe. Cosa c'è di nuovo quindi? niente, poiché  lo sviluppo della trama e i collegamenti da una scena all'altra sono fatti, al solito, con i piedi. Gente che avvista lo squalo quando questo è ancora sotto 10 metri d'acqua, il mostro che è da una parte ma nella stessa scena lo vediamo in tre o quattro punti indifferenti, poveri cristi che nonostante a volte ci sia una pinna dorsale di un metro e mezzo che spunta fuori dall'acqua non si accorgono del pericolo, etc. Ma non è questo il punto, chi decide comunque di guardare un film come questo o ne ha già visto tanti, non lo fa per l'accuratezza della trama, ma lo fa per pochi semplici motivi, lo fa per il mostro in questione, per godersi delle morti come si deve, per vedere un po' di villania e per qualche paio di tette e di culi al vento. 3HSA (semplificazione del titolo) assolve in pieno il suo compito regalandoci 1 ora e mezza di pasti in acqua e, addirittura, sulla terra ferma. Ben sapendo quali aspettative ha il pubblico, qui la computer grafica utilizzata per lo squalo sembra parecchio migliore di molti altri film visti fin'ora. Il mostro è molto ben fatto, e anche parecchie scene di pasti sembrano quadrare bene, insomma, non è il solito pupazzo appiccicato li, ha un suo perché. Inutile dire che quasi tutti i personaggi che incontriamo durante la visione finiranno nelle fauci di una delle tre teste, a causa spesso di demenza o attacchi di eroismo stupido, come il tizio che decide di lanciarsi con un'accetta sopra al mostro, ma che poi, inesorabilmente, finirà al macero. Stranamente, di tette e culi ce ne sono parecchi, ma che ci crediate o no, restano tutti rigorosamente coperti, probabilmente il budget non permetteva di pagare degli extra per le scene di nudo visto che gran parte di denaro sarà servito per la creazione dello squalo e per pagare la parcella dell'altro motivo per cui il film va guardato, vale a dire Danny Trejo, che nella sequenza più gustosa e divertente di tutto il film, accorrerà in aiuto dei ragazzi in pericolo e, grazie a un machete (grande, evvai!) riuscirà a staccare una delle tre teste al pescione, un momento di cinema puro! Gli altri membri del cast sono, giusto per citare i più importanti, Karrueche Tran (probabilmente al suo primo film), Rob Van Dam, wrestler professionista e attore quando serve, Christopher Olen Ray (presente anche in 2 Headed Shark Attack), l'australiano Jaason Simmons (Sharknado) e Jazy Berlin, una pornostar che stranamente non fa vedere niente (la bionda siliconata dell'inizio). Tirando le dovute somme, l'intera produzione è però carente di scene memorabili, eccezion fatta per un momento stile Sharknado che finirà in ogni caso alquanto male (Shepard è soltanto uno, soprattutto dopo il quarto capitolo Sharknado 4). Ma nel complesso 3HSA è assai mediocre e diverte. Pregi? Squalo ben fatto, molte persone mangiate, Denny Trejo e Rob Van Dam che fanno gli eroi! Difetti? Un po' tutto il resto, ma d'altronde qui ci si doveva divertire no? Comunque già il fatto di sapere che c'è uno squalo a 3 teste a zonzo da una botta d'adrenalina pazzesca, quindi, giudizio globale del prodotto: imperdibile anche se brutto in modo assurdo. 5/10

Legami di sangue: Deadfall (Deadfall, che letteralmente significa trappola per animali) è un thriller mediocre, ad alto tasso drammatico, incentrato sull'importanza dei rapporti familiari, elemento decisivo nei passaggi più profondamente tensivi dei novanta minuti di visione e di stampo puramente americano del 2012 diretto da Stefan Ruzowitzky. Un film che bisogna dirlo delude parecchio nonostante abbia il grande vantaggio di utilizzare location suggestive, tra le quali panorami innevati, gelidi quanto ostili, e altresì una fotografia molto buona e accurata, ma il film man mano che si evolve perde di credibilità e viene sostenuto da un ritmo di narrazione abbastanza lento. Si capisce ben poco infatti della trama di questo film, o meglio degli antefatti della trama. Una trama che narra di due fratelli Addison (Eric Bana, qui leggermente sottotono anche se rimane discreto attore come già visto in Liberaci dal male e Closed circuit) e Liza (Olivia Wilde, lei sempre più bella, qualcosa si intravedeva anche in The Lazarus Effect, anche se in Third person da il meglio, quasi nuda), che dopo una rapina andata storta e dopo un'incidente per avere più possibilità di fuga, si separano. Nel frattempo l'ex-pugile Jay (Charlie Hunnam) organizza i preparativi per la cena del Ringraziamento con i genitori Chet (Kris Kristofferson), sceriffo in pensione, e June (Sissy Spacek). Da qui la trama inizia a intrecciare le vite dei protagonisti principali dato che questi due eventi si intrecceranno per uno scherzo del destino, fino all'inevitabile e prevedibile scontro finale. Poiché già da metà pellicola la trama scade nel banale, perdendo vitalità e non riuscendo a riscattare l'interesse dello spettatore, perché il finale sarà moralmente e correttamente nel classico standard americano, con un happy end celebrativo delle buone azioni e dell'importanza della famiglia (americana). Ma si riscontrano anche, oltre che i classici elementi del thriller (colpi di scena, personaggi le cui vite si intrecciano fatalmente, qualche scena di suspence come l'inseguimento di Addison sulla motoslitta) i soliti stereotipi, la famiglia che viene messa al primo posto, l'ex fuggitiva Liza che grazie all'incontro con Jay decide di mettere ordine nella sua vita, il cattivo che ancora una volta viene messo k.o., e ovviamente l'equilibrio tra il resto dei personaggi si ristabilirà. Comunque come detto in precedenza ottime le location e la fotografia naturale, con un cast d'eccezione per una pellicola decisamente mediocre e una trama banale dal finale scontato e dal filo logico non soddisfacenti. In questo caso qualche flashback sarebbe stato gradito, invece il regista ha preferito buttarla nell'azione, nella violenza (non eccessiva, ma un po' c'è) e nella sessualità, ma secondo me ha fatto bene, spesso ho constatato che i flashback rovinano le pellicole, in ogni caso buona la prima parte, il secondo tempo invece cala decisamente di intensità. In ogni caso l'impegno degli attori è sufficiente, con un ritmo più che buono, un buon grado di tensione e venature di erotismo (superflue ma accettabili). Niente umorismo e va benissimo così. Deadfall quindi e in definitiva offre sì un intrattenimento semplice, risultando anche un prodotto commerciale godibile o anche piacevole a tratti da seguire (grazie appunto alle location e la fotografia) ma che replica in pieno tutti gli standard del filone e dalla morale buonista. 5/10

La bellissima Anna (Loan Chabanol) ha atteso quindici lunghi anni e ora è finalmente pronta per vendicarsi dell'uomo che le ha distrutto la vita. Non può fidarsi di nessuno, solo delle sue letali e belle complici e del leggendario Frank Martin. Tutti sanno che lui è il miglior autista sulla piazza e che non fa domande. Sfrecciando tra le strade del principato di Monaco con un carico particolare, Martin si ritrova così invischiato in prima persona in un complotto contro un manipolo di trafficanti russi senza scrupoli. Reboot della saga ideata da Luc Besson e Robert Mark Kamen, che aveva già dato luogo a tre titoli cinematografici e ad una serie per il piccolo schermo, The Transporter Legacy (adrenalinico film action del 2015 diretto da Camille Delamarre) muta l'attore principale (al posto di Jason Statham c'è Ed Skrein) ma non la sua filosofia professionale, mai cambiare i patti, mai fare nomi, mai fare domande. Inutile dire che si tratta di regole fatte per essere trasgredite. Ma una non doveva proprio essere infranta, ovvero eliminare Jason Statham dalla sceneggiatura. Senza di lui infatti The Transporter, che era una saga sensata e interessante, non certo per la trama ma proprio per lui, perde tutta la sua forza trascinante. L'idea e la struttura funzionava perché c'era lui, senza ciò è noia e banalità. Louis Leterrier infatti una chiara idea l'aveva e Jason Statham era in grado di reggerli (d'altronde in Joker: Wild Card è stato l'unico a salvarsi). Ora Camille Delamarre non l'ha e (il pessimo) Ed Skrein (per quel che è possibile capire da questo film) non è assolutamente in grado. The Transporter era talmente fondato sul corpo di Statham e la maniera in cui interpreta l'azione e la violenza da lanciarlo nel panorama del cinema action. Cambiare tutto ciò che rendeva tale quei film ha quindi il risultato che si può immaginare, The Transporter Legacy, non ha praticamente niente a che vedere, se non blandamente la trama, con gli altri film. Ed è anche un pessimo film d'azione. Basta guardare a come sono riprese e come sono montate le scene d'azione, la tipica messa in scena cui si è costretti da attori incapaci di offrire una prestazione atletica. I film di The Transporter con Statham erano fondati su lunghissime scene d'azione, sparatorie, inseguimenti o anche semplici risse, ma mai noiose, molto elaborate e riprese attraverso piani lunghi e montaggio moderato, gli stacchi non avvenivano mai al momento del colpo, servivano solo per passare da un movimento terminato ad uno che sta per iniziare. The Transporter Legacy invece fa l'esatto contrario, usa il montaggio per nascondere, per non mostrare in maniera chiara. Gli stacchi avvengono quasi tutti nel momento del colpo, in modo che la sua inefficacia e la sua falsità non siano chiare, i personaggi sono ripresi da vicino in modo che il movimento sia accennato e mai celebrato, non si percepisce in nessun momento la potenza dinamica di quel che accade, non si ha mai quella visione d'insieme dello spazio che consente di capire cosa stia accadendo e dove. Tutto ciò ha l'effetto finale di sottrarre dinamismo e interesse a qualsiasi scena, così anche gli inseguimenti sono noiosi, anche il più banale 1 contro 5 con cui si apre il film è noioso, perché incomprensibile e privato dell'unica caratteristica che davvero conti in un film d'azione, la forza cinetica di un corpo in movimento all'interno di uno spazio. Comunque anche se all'inizio (e alla fine) lascia perplessi, una volta comprese le regole (qualitativamente basse) del gioco diverte sulla lunga distanza. Gli inseguimenti in macchina hanno la loro ragion d'essere, tanti dialoghi meno, eppure è il superfluo che fa l'abito del film. Un abito di un gangster movie becero, realizzato malissimo, fracassone, con effetti speciali risibili e inseguimenti stravisti, pilot scombinato e attori del tutto indegni di questo nome. Che spreco di tempo. 4/10

8 commenti:

  1. Per me, Pride veramente solare e bellissimo.
    Degli altri ho visto Daddy's home, molto carino, e purtroppo il pessimo A Good Marriage. In Snowfall ci inciampo sempre, quindi prima o poi... :)

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    1. Sì, m'aspettavo di peggio, invece Pride diverte anche ;)
      Di A Good Marriage si salva solo il finale e la scena 'madre', quella che ovviamente aspettavo :D
      Molto divertente anche Daddy's home in effetti :)
      Grazie della visita, ciao!

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  2. Neanche a me è piaciuto il film di Sorrentino "La grande bellezza"! Roma è bellissima ma il film è noiosissimo!

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    1. Infatti, Roma è bellissima, furbo Sorrentino ma il film proprio brutto ;)

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  3. Caro Pietro, come prima cosa vorrei dirti grazie del commento al mio blog; poi vorrei aggiungere solo che ho letto questo post e non dirò molto perché a parte la grande bellezza, che (come anche a te) mi ha deluso, (poiché noi italiani - appunto- non ci facciamo tutta sta bella figura), gli altri non li conosco e quindi non posso esprimere giudizi, sebbene grazie alla tua recensione, la curiosità mi ha spinto ad interessarmi a The Wave, Pride e Marriage; grazie del post, a presto. ^__^

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    1. Di niente, è sempre un piacere :)
      Se n'è parlato tanto e continuerà in futuro, perché ancora non capisco come abbia fatto a vincere persino un Oscar, boh! comunque son contento di averti incuriosita, perciò buona visione e a presto ;)

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  4. pride a me era strastrastra-piaciuto

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    1. Film diversamente interessante anche se non mi ha colpito tanto, però capisco perché ti è piaciuto ;)

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