venerdì 23 giugno 2017

Prisoners (2013)

Di Denis Villeneuve, uno dei registi che in questo periodo è molto apprezzato da critici e cinefili, ho visto solamente l'eccezionale Sicario e probabilmente a conti fatti il suo più importante lavoro insieme ad Arrival, ovvero La donna che canta, con cui è stato candidato all'Oscar al miglior film straniero, ma dopo aver visto anche Prisoners, film del 2013 diretto dal regista canadese e interpretato da Hugh Jackman e Jake Gyllenhaal, posso affermare che nel futuro potremo tranquillamente fare affidamento su di lui, perché anche questo affascinante thriller ha tutti gli ingredienti necessari per essere uno dei film thriller tra i più riusciti degli ultimi anni, anche se attinge a qualche stereotipo del genere e sebbene il tema del rapimento di bambini sia anche troppo sfruttato nei thriller made in USA. Ma la pellicola, permeata da una sensazione di tensione ed inquietudine dal primo all'ultimo fotogramma, si rivela a conti fatti (meglio che in The Captive: Scomparsa) un ottimo prodotto di intrattenimento che mantiene quel che promette (tensione e colpi di scena dall'inizio alla fine), sapendo farsi perdonare altresì la durata abbondante (146 minuti, che non devono comunque spaventare, dato che non ci si annoia affatto e si resta col fiato sospeso per riuscire a capire come andrà a finire) con l'assenza di scene o personaggi ridondanti, poiché la sceneggiatura non ha quasi niente fuori posto. D'altronde uno dei punti di forza del film è senz'altro lo sviluppo della trama, che ci porta sempre sul punto di prendere una decisione, salvo sconfessarci dieci minuti dopo, è colpevole, o no? E cosa significa quell'indizio? Ebbene, notevole è come il regista costruisca un vero e proprio "labirinto" di ipotesi ed immagini, non casualmente, visto quanto sarà ricorrente nel film quella stessa immagine.

giovedì 22 giugno 2017

Pelé (2016)

Del film Pelè (Pelé: Birth of a Legend), film biografico del 2016 scritto e diretto dai fratelli Jeff e Michael Zimbalist, incentrato sulla vita dell'ex calciatore brasiliano Pelé, ne avevo già parlato in occasione della sua uscita nei cinema più o meno un anno fa (qui), in cui avevo anche espresso il mio pensiero su di lui, la vita e la carriera di quello che ho sempre ritenuto essere il più forte e il migliore calciatore di tutti i tempi, sia calcisticamente che umanamente parlando, che fu addirittura personalmente tema di studio negli esami di terza superiore, perché lui, conosciuto in tutto il mondo per i tanti successi e i tanti record, era ed è soprattutto un grande uomo, un grande brasiliano. E il film, anche se con qualche pecca, riesce nell'intento di renderlo, anche a distanza di anni, un personaggio iconico e leggendario, ancor più se si pensa che proprio lui rivitalizzò un paese intero, caduto in una perenne tristezza da quando nel 1950 il Brasile perse la finale della Coppa del Mondo a discapito dell'Uruguay, perché solo 8 anni dopo, in seguito ad una promessa fatta a suo padre, riuscì nell'impresa di portare a casa il trofeo, una vittoria clamorosa che cambiò radicalmente il calcio e il modo di vedere dei brasiliani e non solo. Il film infatti, che narra la storia romanzata (dall'infanzia difficile nelle favelas di San Paolo a il rapporto con il padre Dondinho, fino alla vittoria del suo primo mondiale nel 1958 con la nazionale brasiliana a soli 17 anni) del calciatore Edson Arantes do Nascimento, divenuto celebre in tutto il mondo come Pelé, ripercorre tutti i momenti più importanti della sua miracolosa ascesa, che culminò (e cominciò) appunto nella vittoria del Mondiale. Lui che con alle spalle una vita di sacrifici e un'infanzia di povertà e con il suo stile di gioco poco classico ma autentico e il suo spirito imbattibile per superare tutte le avversità, trovò la via della grandezza e ispirò un intero Paese cambiandolo per sempre.

mercoledì 21 giugno 2017

Fortitude (2a stagione)

Dopo ben due anni di attesa è tornata Fortitude, la serie televisiva britannica (venduta in 170 paesi tra cui gli Stati Uniti e vincitrice di diversi premi internazionali) che, incentrata sull'investigazione di un omicidio in una fittizia cittadina della regione artica, aveva appassionato milioni di spettatori. Purtroppo però il suo tanto atteso ritorno è stato in larga parte disatteso, probabilmente illusorio. La serie infatti, creata da Simon Donald e tornata in onda il 27 gennaio, per la sua seconda stagione, in contemporanea in cinque paesi, Regno Unito, Germania, Irlanda, Austria e Italia su Sky Atlantic, ambientata nuovamente nel Circolo Polare Artico, girata in Islanda e nel Regno Unito e diventando la produzione inglese più costosa della storia della tv, con un budget di ben 25 milioni di sterline, vanifica tutto quello che di bello era stato proposto allo spettatore. Poiché se il primo capitolo di Fortitude (visto prima che aprissi il blog), grazie anche alla presenza illustre di Stanley Tucci ed una trama davvero criptica e avvolta in un telo oscuro, era stata avvincente e trascinante, il secondo atto cambia decisamente registro, abbandonando un po' (troppo) i misteri terreni del primo copione e tuffandosi (a piedi disuniti) in quello che in apparenza sembrava essere legato al sovrannaturale, senza però riuscire ad appassionare.

martedì 20 giugno 2017

Focus: Niente è come sembra (2015)

Avrebbe dovuto nuovamente rilanciare Will Smith soprattutto in seguito allo smacco cosmico di After Earth, ma un copione incommestibile affossa qualsiasi possibilità di salvataggio per il terzo lavoro di John Requa e Glenn Ficarra, registi (ma non autori) del piacevole Crazy, Stupid, Love e del non del tutto sufficiente Whiskey Tango Foxtrot. Il divo, dopo 2 camei in altrettanti mediocri film prima di questo, in Focus: Niente è come sembra (Focus), film del 2015 scritto e diretto dai due registi, ce la mette anche tutta, (per fortuna che dopo arriverà il bel Zona d'ombra anche se per sfortuna arriverà il deludente Suicide Squad e dopo ancora, secondo molti, il non eccezionale Collateral Beauty), ma quasi niente funziona, poi purtroppo si ha anche la netta sensazione che Margot Robbie non è un'adeguata partner per lui (come anche visto nel fantasy DC), e ciò è intuibile sin dai primi momenti. La storia raccontata infatti, quella di Nicky Spurgeon, un incallito truffatore, che prende sotto la sua ala protettiva la giovane e attraente Jess, facendole da mentore ma che costretti a separarsi (dato che quando i due si innamorano le cose si complicano) si incontreranno nuovamente dopo tre anni a Buenos Aires per un colpo sullo sfondo dei circuiti da corsa, è un fritto misto con scopiazzature e copia-incolla rivisitate, riprese a dritta e a manca, che quasi non vale neanche la pena citare. La sceneggiatura difatti (degli stessi Ficarra e Requa) è incapace di operare una sintesi tra i generi (serio e faceto sembrano quasi fare a pugni), banalizza l'elemento potenzialmente più interessante (cioè il confondersi continuo di realtà e finzione), inserisce in chiusura un inconsulto squarcio splatter e scinde la trama in due tronconi narrativi che girano a vuoto e suscitano solo sbadigli, tra colpi di scena irrealistici, ammiccamenti ad Ocean's Eleven e trovate trite.

lunedì 19 giugno 2017

The Boy (2016)

I film in cui ci sono bambole di mezzo di solito sono inquietanti, e questo The Boy, film horror del 2016 diretto da William Brent Bell, non è da meno, dato che il regista attraverso un semplice oggetto (una bambola appunto, strumento ansiogeno comunque e in ogni caso già più volte sfruttato) riesce a creare nello spettatore un'inquietudine, una paura crescente e un forte interesse su ciò che accadrà, anche se tuttavia lo sviluppo della trama rivela pecche abbastanza clamorose, inficiando di parecchio il risultato finale. Il regista infatti spazia ottimamente nel genere, un genere non propriamente originale, e riesce ad inserirlo in un contesto nuovo, ben strutturato, per tutto il primo tempo e poco oltre, ma amplia il tutto con un finale quasi eccessivo, che finisce per scardinare l'ottima struttura narrativa che inizialmente aveva fatto capolino, poiché quello che sembrava essere un certo tipo di film (soprannaturale) finisce per essere (senza spoilerare alcunché) qualcos'altro di (banalmente) già visto. In ogni caso il film narra la storia di Greta, che accetta l'incarico di babysitter in una casa di campagna del Regno Unito. Qui scopre con sorpresa, ed anche con molta inquietudine che il figlio della coppia (che i genitori curano come fosse un bambino di otto anni, avendo perso il loro vero figlio) è in realtà una bambola a grandezza umana di nome Brahms. La coppia assegna una serie di regole alla giovane ragazza e raccomanda lei di non tralasciarne neanche una. Prendendo però un po' sottogamba l'incarico e violando appunto l'elenco di regole rigorose assegnatele, si ritroverà perciò protagonista di eventi inquietanti e inspiegabili che la portano a credere che la bambola sia in realtà viva. Ma ben presto Greta scoprirà che non tutto è come sembra.

venerdì 16 giugno 2017

Veloce come il vento (2016)

Non sono un fan di Stefano Accorsi, e non sono (come probabilmente ben sapete) un fiero paladino del cinema italiano, ma vedendo Veloce come il Vento, film del 2016 diretto da Matteo Rovere, conosciuto anche col titolo internazionale Italian Race e liberamente ispirato alla vita del pilota di rally Carlo Capone, sono rimasto nuovamente sorpreso, perché questo che è un sorprendente film sui motori, le corse, ufficiali o clandestine che siano, ma anche la lotta di una giovane per non perdere il suo futuro e uno scarto sociale che non si ravvede mai del tutto (personaggio/interpretazione che non passano inosservate), è un film più che discreto, imperfetto quanto si vuole ma ulteriore dimostrazione che un cinema italiano diverso e migliore è sempre possibile. E così dopo il supereroe romano, la cena delle beffe e rivelazioni, è il turno del "Fast and Furious" alla bolognese. In questo caso però, non si ritrovano le finezze di Lo chiamavano Jeeg Robot o le eccezionali movenze e caratteri di Perfetti Sconosciuti, ma Matteo Rovere, dopo due film abbastanza anonimi, sorprende nelle (molteplici) riprese a quattro ruote e approfitta in lungo ed in largo di un personaggio non arrotondato, non solo perché insegna come in gara le curve non si debbano fare per forza tonde. Personaggio che, quello di Loris De Martino (di cui Stefano Accorsi ne è l'incarnazione pressoché perfetta), sarebbe potuto rimanere certamente schiacciato dall'etichetta del tossicodipendente "tout court" ma che invece stupisce e colpisce. Un personaggio ironico nella sua tragicità, completo nel suo essere interiormente frammentato, un eterno fuori luogo che trova, in questa storia (che si gioca su due piani diversi, l'uno adrenalinico, colorato e rumoroso, l'altro discreto, quotidiano, silenzioso), un rifugio accogliente.

giovedì 15 giugno 2017

Dheepan: Una nuova vita (2015)

Come forse qualcuno saprà, è raro che io veda film premiati da giurie intellettuali, a volte infatti sono di una lentezza disarmante, non in questo caso però, dato che Dheepan: Una nuova vita (Dheepan), che probabilmente segna il massimo risultato in termini di premi ricevuti da Jacques Audiard, ha difatti vinto la Palma d'Oro a Cannes 2015, che ha comunque regalato perle come Sulle mie labbra e Il profeta, film del 2015 parzialmente ispirato a Lettere persiane di Montesquieu, non solo è un film intenso, drammatico comunque aperto alla speranza, ma anche appassionante nonché intimista, poiché spesso allude e non dice. Un film che parte da un contesto storico ben preciso (la guerra fratricida nello Sri Lanka, durata dal 1983 al 2009 tra Governo e Tigri Tamil che costò 100.000 vita umane sui campi di battaglia) che comunque abbandona subito (anche troppo frettolosamente), che poi si concentra sulla necessità e sulla possibilità di tre individui (con nessuna parentela né altro tipo di legame affettivo tra loro, che formano perciò una famiglia fittizia) di poter rifarsi una vita lontano dal proprio paese, nello specifico la Francia di una non precisata periferia cittadina ad alto tasso di criminalità, dove il destino porta i tre sventurati migranti, i quali cercano, chi in maniera riluttante, la donna, chi in modo più convincente, l'uomo (che assume la falsa identità di Dheepan), di fare di necessità virtù. L'uomo (Jesuthasan Antonythasan) che, nonostante le grandi difficoltà poste dalle barriere linguistiche, diventa custode e tuttofare nel palazzone dove vive, la donna (Kalieaswari Srinivasan) invece la badante nella casa di uno dei capi di una gang locale, mentre la bambina (Claudine Vinasithamby) tenta una difficile integrazione nella scuola che frequenta. Purtroppo però la violenza, ciclicamente, tornerà ad entrare prepotentemente nelle loro vite.

mercoledì 14 giugno 2017

Twin Peaks: 1a, 2a stagione & Fuoco cammina con me

Con le serie tv ho sempre avuto dei piccoli problemi, solo negli ultimi 10 anni qualcosa è cambiato, perché prima le suddette serie, che prima venivano comunemente chiamati telefilm, raramente avevano una "normale" programmazione, e quindi io non credo di aver mai visto tutte le puntate di qualsiasi telefilm girava in televisione prima degli Anni 2000 e poco dopo, ora con internet e le pay-tv il problema non c'è più, ma per colpa di tanti fattori (come aspettare con ansia la settimana) e poiché ero davvero piccolo, ho probabilmente dimenticato di vedere, oltre ad X-Files, di cui ho provato a cominciare dalla prima stagione che ho visto ma non ho terminato (colpa anche della 10a stagione che ha svelato tanti particolari), la serie più importante di tutte, ovvero Twin Peaks, la serie capolavoro di un regista che ammiro, David Lynch (con la sua indistinguibile mente onirica e visionaria), molti sono infatti le "citazioni" al suo stile che ravvedo spesso, dato che anche ultimamente ho trovato qualcosa di lui in Legion e La Isla Minima, ma paradossalmente il suo miglior lavoro (insieme a Mark Frost) non l'avevo ancora visto. Ora con il ritorno tanto atteso della terza stagione di questa serie che fece (e fa ancora) letteralmente impazzire milioni di telespettatori in tutto il mondo, e grazie al grande amore per questa serie del nostro Mozzino, ho finalmente recuperato e visto, tutto quello che c'era da vedere di questa incredibile serie (perciò tenetevi forte, sarà un lungo post). Serie che in un rivoluzionario mix di generi fra soap opera, horror, noir e poliziesco, rivoluzionò il genere e il modo di fare televisione. Ammetto che prima non ci credevo, ma dopo averla vista, posso tranquillamente affermare che Twin Peaks lo fu e lo è davvero (anche se a distanza di anni) l'emblema di un nuovo modo di fare televisione, caratterizzato da una cura nella trama, nella caratterizzazione dei personaggi e nella regia che prima di allora non era mai nemmeno stata presa in considerazione. Perché quello che veniva trasmesso era ed è un prodotto televisivo con una trama vera, corposa, senza episodi stand-alone o filler, inoltre, il surrealismo e la costante sensazione di "quiete prima della tempesta" rende e rendeva Twin Peaks radicalmente differente non solo rispetto a quanto prodotto dalla televisione fino ad allora, ma anche rispetto a qualunque altra serie avverrà dopo.

martedì 13 giugno 2017

I magnifici 7 (2016)

Finalmente in questo continuo fiorire di remake ci troviamo davanti a uno ben fatto o che quantomeno non vuole per forza competere o superare l'originale ma vuole essere appunto una rivisitazione. Perché I magnifici 7 (The Magnificent Seven), film del 2016 diretto da Antoine Fuqua, remake del film omonimo del 1960 diretto da John Sturges, a sua volta adattamento in chiave western de I sette samurai di Akira Kurosawa, è un più che discreto remake, che non solo non viene schiacciato (troppo) dal peso del film originale del 1960, anche se era difficile e preventivabile che non poteva di certo fare meglio di un capolavoro cult del cinema interpretato da attori mostri quali Yul Brynner, Eli Wallach, Steve McQueen, Charles Bronson e James Coburn, ma che si lascia tranquillamente e facilmente vedere, dato che, questo classico western, lontano (nei temi e nel risultato) dall'ultimo me visto, quel comunque fantastico e atipico The Hateful Eight, ed in ogni caso avvicinabile in quanto "epicità" al bellissimo revenge western Sweetwater, si rivela un onesto prodotto di intrattenimento, che probabilmente, preso come un blockbuster come tanti non regge bene come il piuttosto recente remake di Quel treno per Yuma, ma che riesce nel suo intento, poiché il film è bello, e riesce, con estrema ed efficiente maestria, a tenere incollati alla poltrona gli spettatori per i suoi apparentemente lunghi 126 minuti di proiezione e di scene che si susseguono ad un ritmo intelligente ed estremamente empatico. Certo, la storia di base (anche se qui leggermente riadattata) è un caposaldo del cinema e quindi, fallire era impossibile, ma nonostante ciò, l'obiettivo viene raggiunto con estrema efficacia, lo spettatore ne rimane soddisfatto, coinvolto e sedotto.

lunedì 12 giugno 2017

Blackhat (2015)

Premettendo che di certo non mi aspettavo un film al livello di Heat: La sfida o Collateral (alcuni dei suoi migliori del suo genere action), ma da Michael Mann, uno dei maestri del moderno cinema d'azione, però, forse, qualcosa di più sì. Perché Blackhat (dal quale mi aspettavo di più), film action drammatico del 2015 (con protagonista Chris Hemsworth) scritto, diretto e prodotto dal regista, sceneggiatore e produttore cinematografico statunitense, è una pellicola soltanto sufficiente. Michael Mann infatti non è secondo a nessuno in quanto a regia (e genere), dato che sa scegliere i momenti giusti in cui alzare il ritmo, riesce a far riflettere e catturare l'attenzione dello spettatore, insomma, sa bene come creare una pellicola avvincente e ben realizzata. Però, questo film, mi lascia una sensazione di pellicola anonima, un film sufficiente, ma nulla più. Certo, riuscire a riproporre uno scontro avvincente ed interpretato in modo magnifico, come quello tra Jamie Foxx e Tom Cruise in Collateral, era altamente difficile, però per tutto il film ho aspettato che la tensione salisse, ho atteso che arrivasse il colpo di scena o un qualcosa che riuscisse a conquistarmi come altre pellicole che ho visto di Michael Mann (che non ha fatto solo bei film d'azione, ma anche thriller e film biografici belli come Insider ed Alì), attesa, purtroppo, vana. Anche se, nonostante tutto, credo che la pellicola obbiettivamente meriti ampiamente una sufficienza, dato che la pellicola, nonostante difatti duri più di due ore, non annoia e si segue senza troppi (inqualificabili) problemi.

venerdì 9 giugno 2017

Mister Chocolat (2016)

Scrivere su storie vere o girare una biografia non è mai facile, poiché non c'è la fantasia di una reale finzione, comunque sia, con Mister Chocolat (Chocolat), film drammatico francese del 2016, Roschdy Zem, attore e regista francese piuttosto noto (almeno in patria), che ha voluto far conoscere al mondo la storia del primo artista di colore, Rafael Padilla, nato a Cuba schiavo, e approdato in Francia nell'ambiente circense della provincia alla fine del'800, il regista riesce nel suo non disprezzabile intento, quello di raccontare egregiamente la vita del primo clown nero della storia. In una dolorosa vicenda di un personaggio geniale e sregolato, che riuscì ad affrancarsi dalla schiavitù, ma che per quanto baciato dal successo, non ottenne mai una completa emancipazione, in tandem con un altro artista circense, costituì un duo esilarante, dove però lui aveva un ruolo di spalla, gregario, che a lungo andare gli cominciò ad andare stretto, minando anche il rapporto col partner, lui che afflitto dal demone del gioco e bersaglio continuo di rappresaglie e discriminazioni, visse una vita infelice, morendo ad appena 50 anni solo e in miseria. E Roschdy Zem quindi, dirige questo accurato e interessante biopic su questo personaggio che godette, ad inizio '900, di una celebrità notevole quanto effimera, con sensibilità e maestria. Dato che la vera storia di Rafael Padilla non era tanto facile da esporre, in quanto seppur bella, divenne (per colpa dei tempi) la tragica avventura di un pover'uomo nato schiavo e morto povero.

giovedì 8 giugno 2017

Billions (2a stagione)

Ci eravamo lasciati con un finale di prima stagione in cui il procuratore distrettuale Chuck Rhoades (Paul Giamatti) rimasto con le pive nel sacco dinanzi all'impunito ed impenitente miliardario Bobby Axelrod (Damian Lewis), vedeva sgretolarsi tutto il mondo sotto i piedi, il suo matrimonio veniva messo a dura prova da un nemico che non lesinava nulla per portare dalla propria parte la contesa. Un finale che lasciava quindi presagire un seguito nel quale la lotta sarebbe passata ad un livello successivo, senza fare ostaggi e non lesinando colpi bassi ed inganni. E così è stato, poiché se la prima stagione di Billions (serie televisiva del 2016 creata da Brian KoppelmanDavid Levien e Andrew Ross Sorkin di cui avevo già ampiamente scritto in occasione della prima eccezionale stagione, che trovate Qui), l'ennesimo successo della casa produttiva Showtime, mi aveva convinto a far entrare questa serie tra le migliori serie del 2016, questa seconda stagione (andata in onda qui in Italia su Sky Atlantic) non fa altro che confermarsi un ottimo seguito, addirittura superiore in scrittura e complessità alla prima stagione della serie. Gli showrunner hanno infatti utilizzato sapientemente tutta la prima annata dello show per preparare lo spettatore a quello che avrebbe visto in questa seconda stagione, che è un vero e proprio scontro aperto tra due titani, Bobby Axelroad e Chuck Rhoades, interpretati magistralmente da Lewis e Giamatti, rispettivamente. Quei due, sono mostri di recitazione e questo era già assodato da un anno ormai, ma in questo secondo anno questa impressione non fa altro che solidificarsi nella mente dello spettatore e confermare che sia stato una scelta giusta affidare questi ruoli a questi due grandi interpreti. Gli sguardi, le sottigliezze, gli attacchi personali e legali, tutto riesce a trasparire come reale e vibrante sulle facce di questi due attori, che se l'anno scorso hanno avuto l'arduo compito di reggere buona parte del concept da soli quest'anno sono stati aiutati da un cast di supporto che ha finalmente affilato le unghie e si è affiatato sempre di più.

mercoledì 7 giugno 2017

Il regno di Wuba (2015)

Inizia come una fiaba Il regno di Wuba (o Monster Hunt, come è conosciuto in originale), film d'animazione cinese del 2015 di Raman Hui, co-regista di Shrek Terzo e il cui curriculum dietro la macchina da presa include i cortometraggi Shrekkato da morire e Kung fu panda: Secrets of the furious five, e finisce per essere un esempio di intrattenimento per bambini eccentrico e non convenzionale che dà grande risalto alle arti marziali e ad una comicità demenziale. Quest'avventura che miscela live action e animazione 3D in CGI infatti, considerata in Oriente, dato l'enorme successo che ha avuto (distruggendo ogni record d'incassi, quasi 400 i milioni di dollari guadagnati), il loro blockbuster per eccellenza, è un originale mix dei classici film wuxia e anime giapponesi, che grazie ad una strepitosa ma efficace leggerezza di fondo, a volte spiazza e sconvolge in positivo per la sua diversità, mai mi era difatti capitato di vedere un film del genere, ma personalmente è stata una bella scoperta, anche se purtroppo molte cose non hanno funzionato a dovere, tanto che alcune geniali trovate per la loro eccentricità non vengono totalmente sfruttate in pieno. Dato che la pellicola e la storia, ambientata in un mondo in cui gli esseri umani combattono contro delle creature mostruose per il dominio della terra, che segue la nascita e le avventure del nuovo re dei mostri Wuba, che porterà equilibrio fra il suo regno e quello degli uomini, altro non rappresenta che un pretesto per poter inscenare la lunga sequela di movimentate situazioni e scontri abbondantemente infarciti (probabilmente troppo per il cinema occidentale) di tipico humour orientale che purtroppo non convince fino in fondo.

martedì 6 giugno 2017

Piuma (2016)

Leggero come una piuma davvero, ma non necessariamente in senso negativo, anzi, dopo Fino a qui tutto bene, un film dagli intenti ammirevoli ma dalla realizzazione divergente, Roan Johnson torna alla regia con la sua opera terza (quarta se consideriamo il segmento di 4-4-2), senza dimenticare l'ultima eccezionale quarta stagione de I delitti del BarLume, e dimostra ancora una volta di saperci fare, creando, più e meglio dei precedenti, una pellicola coesa e divertente, ma soprattutto leggera. D'altronde Piuma, commedia del 2016, selezionata in concorso alla 73ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, non potrebbe che rivelarsi come il titolo più azzeccato per questa pellicola dove il tema della maternità prematura viene affrontato, appunto, in una maniera tanto delicata, leggera e sensibile, sebbene in sé stia più esattamente ad indicare il nome della nascitura dei due protagonisti. La trama infatti racconta i nove mesi di gestazione che una giovane coppia di "maturandi" deve affrontare alla scoperta di aspettare un bambino, anzi, bambina. Pertanto vengono esposte tutte le difficoltà e le situazioni, a volte anche tragi-comiche, nonché i momenti felici, a cui i due ragazzi, di nome Ferro e Cate (Luigi Fedele e Blu Yoshimi), vanno piano piano incontro, e, cioè, dal rivelare ai propri genitori lo stato della gravidanza (con le conseguenti reazioni personali di ciascun genitore e della famiglia tutta, quella accogliente e "normale" del ribelle Ferro, quella sgangherata e fuori dagli schemi della più assennata Cate), le prime problematiche concernenti lo stato di salute di Cate, la dolorosa rinuncia a partecipare alla vacanza estiva post esame di Maturità in Marocco con un gruppo di amici (che sì, li capiscono, ma devono comunque partire), i crescenti dubbi sulla loro effettiva preparazione, soprattutto psicologica, ad affrontare il proprio ruolo di neo genitori con le nuove responsabilità annesse e connesse, etc... fino al lieto evento.

lunedì 5 giugno 2017

Codice 999 (2016)

Di noir buoni è sempre più raro vederne, negli ultimi anni ricordo Sicario, davvero fantastico, di polizieschi anche meno, ma Codice 999 (Triple 9), film del 2016 diretto da John Hillcoat, è probabilmente uno dei polizieschi più belli, violenti e profondi degli ultimi anni, un ottimo film di genere ben realizzato e girato che tiene lo spettatore ben presente lungo tutti i suoi cento minuti di durata. Questo perché la trama (di cui a breve parlerò) è buona (anche se parrebbe alquanto incredibile), ma soprattutto riesce a condensare dentro di essa sia gli elementi investigativi sia il gangster movie sia una serie di apprezzabili inseguimenti. Il tutto infarcito di una interessante e discreta caratterizzazione dei personaggi. La pellicola inoltre si avvale di un cast di prim'ordine, almeno una decina di nomi conosciuti e alquanto famosi, anche se spiccano per forza di cose, anzi premi, Casey Affleck, Woody Harrelson e un'algida e "quasi" perfetta (per via del doppiaggio e non solo lei) Kate Winslet nel ruolo per lei davvero inedito di boss della malavita. Difatti è proprio lei il motore della vicenda, quella di una squadra di rapinatori, composta per la metà da poliziotti corrotti, che mette a segno una rapina spettacolare per conto proprio della mafia ebreo-russa (che credo mai di aver visto in altri film) di stanza ad Atlanta e guidata infatti da una zarina (davvero irriconoscibile) di indicibile crudeltà. E quando quest'ultima decide di alzare la posta, chiedendo ai rapinatori di impossessarsi di alcuni file chiusi in un caveau super allarmato, ai ricattati non rimane che inscenare un codice 999, quello che si usa quando un poliziotto rimane a terra e che ineluttabilmente fa convergere sul posto tutte le squadre della mobile (manco fosse un attentato), creando il via libera alla fuga. Ma gli eventi vanno in maniera diversa dal previsto e nessuno ne uscirà davvero vincitore.

giovedì 1 giugno 2017

Le mie personali Top Ten cinematografiche

In attesa della bella stagione e prima di entrare in modalità estiva, ovvero come è accaduto sabato scorso, così sarà da questa settimana (tenendo conto conto che domani è festa e non pubblicherò niente) fino ad agosto, le recensioni infatti saranno pubblicate solo dal lunedì al venerdì, ho deciso nonostante una sola adesione (almeno per il momento credo) di creare un evento (con il gruppo dei blogger). L'evento è ovviamente questo post, che racchiude seppur in minima parte, le principali classifiche cinematografiche possibili delle mie preferenze in chiave cinematografica, ovvero i 10 film, le 10 saghe, i 10 registi, i 10 attori e attrici preferiti. Preferiti  è bene specificare perché non vorrei di certo sminuire capolavori o grandi artisti (anche quelli nostrani), poiché tutti sanno che Audrey Hepburn o il film Ghost sono due capostipiti della cinematografia mondiale, ma siccome della prima ho visto pochissimi film e del secondo non è proprio di genere mio preferito, essi probabilmente non ci saranno. L'obiettivo è soprattutto quello di farvi conoscere un po' di più (giacché parecchio ho scritto qua e là) i miei gusti (anche se prevalgono soprattutto produzioni Hollywoodiane), aggiungendo anche un motivo, aggettivo/i o un particolare del perché preferisco un film o un attore ad altri. Perciò ecco Le mie personali Top Ten cinematografiche, tenendo conto che tra le saghe ci sono comunque capitoli o film che nella prima classifica potevano starci benissimo.

I Film
  1. 2001: Odissea nello spazio (2001: A Space Odyssey), film di fantascienza di Stanley Kubrick del 1968, spettacolare, poetico e immaginifico.
  2. Forrest Gump, film del 1994 diretto da Robert Zemeckis, emozionante, intenso e poetico.
  3. Edward mani di forbice (Edward Scissorhands), film di Tim Burton del 1990, struggente, delicato e profondamente poetico.
  4. Blade Runner, film di fantascienza del 1982 diretto da Ridley Scott, straordinariamente spettacolare, suggestivo e bellissimo.
  5. Apocalypse Now, film del 1979 diretto da Francis Ford Coppola, semplicemente eccezionale nonché straordinariamente umano.
  6. Tempi moderni (Modern Times), film interpretato, scritto, diretto e prodotto da Charlie Chaplin. La commedia drammatica più straordinaria e profonda di sempre.
  7. E.T. l'extra-terrestre (E.T. the Extra-Terrestrial), film di fantascienza del 1982 diretto da Steven Spielberg, divertente, spettacolare e straordinariamente umano.
  8. La vita è bella, film del 1997 diretto e interpretato da Roberto Benigni. Il film sull'Olocausto più emozionante di sempre.
  9. La spada nella roccia (The Sword in the Stone), film del 1963 diretto da Wolfgang Reitherman. Il film d'animazione da me più visto ed amato.
  10. L'esorcista (The Exorcist), film del 1973 diretto da William Friedkin. L'horror più pauroso e musicalmente da brividi di sempre.
Bonus: Ben-Hur, film statunitense colossal del 1959 diretto da William Wyler, un capolavoro in tutto e per tutto.