mercoledì 31 maggio 2017

I peggiori film del mese (Maggio 2017)

Come forse già sapete verso fine Aprile ho avuto problemi con il mio pc, ora ad un mese di distanza e dopo aver cambiato hard disk, monitor e scheda video (praticamente come aver comprato un computer nuovo), finalmente tutto è sistemato. In più, per non farmi mancare niente, ho messo Tim Fibra. C'è stato insomma un bel cambiamento, che comunque non ha frenato ma solo rallentato il blog che si appresta anch'essa ad un cambiamento radicale, ma per quello ci sarà tempo, per il momento ecco nuovamente la lista dei film peggiori visti, che per essere chiaro non contiene solamente film sconsigliati, poiché alcuni in certe circostanze potrebbero fare al caso vostro. Da evitare sono invece, sempre secondo il mio modesto parere, quelli della lista finale. Ma andiamo con ordine e vediamo le piccole delusioni che ho subito questo primaverile mese.

DOBBIAMO PARLARE (Commedia Italia 2015): Scialba e goffa imitazione di Carnage di Roman Polanski, questo film di Sergio Rubini, regista ed attore che in ogni caso mi piace tanto essendo mio conterraneo, proprio non funziona. La storia è semplice, due coppie che scoperti gli altarini di tutti ne diranno di cotte e di crude, ma il risultato è grottesco, non tanto nell'aver caricato eccessivamente in negativo i difetti di ambedue le coppie ed esagerato su alcune situazioni o alcuni comportamenti, quanto nel fatto che in una sola serata si finisce per rinfacciarsi l'impossibile ed il cinismo sembra avere il sopravvento su tutti gli altri sentimenti, anche quelli buoni. Certo, gli attori hanno indubbie capacità recitative, ma per colpa di troppe forzature, risulta mediocre la prova di Isabella Ragonese, non sufficientemente brillante quella di Fabrizio Bentivoglio e solo appena sufficiente quella di Maria Pia Calzone. E anche se i film basati principalmente sui dialoghi fa sempre piacere poterli gustare, questo si può tranquillamente non vedere. Poiché i contenuti sono scarni, triti e ritriti ma soprattutto, nonostante si lasci seguire fino alla fine perlomeno per vedere come andrà a finire, ha un finale poco comprensibile e la resa complessiva è davvero poca cosa. Si poteva fare di più. Voto: 5

martedì 30 maggio 2017

24: Legacy (1a stagione)

Trasmessa da Fox dal 2 marzo 2017 e conclusa solo poche settimane fa, 24: Legacy, ha provato a tornare ai fasti di un tempo, c'è riuscito, ma solo sufficientemente, perché questa serie, ovviamente spin-off (o meglio revival, ponendosi a tratti come diretto seguito della serie principale anche se con diversi personaggi) dell'originale 24 con protagonista Kiefer Sutherland (tornato comunque in veste di executive producer), non è riuscita a ritagliarsi una propria personalità rispetto alla serie madre, di cui segue (fin troppo) fedelmente le orme, la suspense c'è ancora, ma senza Jack Bauer non è la stessa cosa. Poiché la serie, creata da Manny Coto e Evan Katz, anche se comunque solo in parte penalizzata da questa grande assenza, pur mantenendo tutte le caratteristiche vincenti del prototipo, ne riprende anche i principali difetti legati ad una scrittura seriale ripetitiva. Il risultato è quindi divertente ma leggermente sottotono, paradossalmente più efficace per i neofiti che per i fan storici dello show. Show che infatti è stato puntualmente cancellato perché non è riuscito soprattutto a reinventarsi in modo radicale. Dato che come detto niente è cambiato, stesso format, stessa "medesima" storia ma con un risultato finale leggermente differente in negativo. Poiché se al tempo in cui uscì, nel 2001, 24 fu una novità epocale, l'idea infatti di uno show in tempo reale, 24 episodi per altrettante ore di una stessa giornata (spot pubblicitari esclusi), era rivoluzionaria, ora così non è più. Per cui una domanda viene spontanea, era possibile riesumare il format di una serie che, dopo otto stagioni, aveva mostrato un'evidente parabola discendente? Soprattutto, l'assenza di Jack Bauer, il cui carisma ha tenuto in piedi uno show più volte sull'orlo della chiusura negli ultimi anni, era necessaria? Forse sì e forse no, ma l'azzardo, dopo il comunque scontato finale e a conti fatti, non è bastato a risollevarlo.

lunedì 29 maggio 2017

The Judge (2014)

Passato in televisione settimane fa, The Judge, film del 2014 diretto da David Dobkin, regista della discreta commedia 2 single a nozze e due divertenti commedie quali Due Cavalieri a Londra e Fred Claus, ma anche sceneggiatore e produttore del pessimo R.I.P.D.: Poliziotti dall'aldilà, è un film sicuramente di grande impatto emotivo che riesce tuttavia a tenere un buon ritmo pur trattando argomenti rivisitati spesso nella cinematografia, la famiglia innanzitutto e il difficile rapporto fra un padre e un figlio, anche se non mancano le avversità coniugali, gli amori adolescenziali, la malattia, e una vicenda di giustizia personale che colora la storia di giallo. Una storia (comunque non perfetta) dove però quello che convince di più è la grande prova di attori assai convincenti, ma anche molte scene davvero riuscite e alcuni dialoghi particolarmente intensi sono il fulcro della pellicola, dato che il rimpallo di accuse, di bugie, che si scambiano padre e figlio, in un rapporto assai stratificato, rappresenta la parte più interessante del film, insieme al fatto che, a situazioni gravi che rasentano il melodramma, si alternano momenti di divertita ilarità. Anche se la storia che racconta di un avvocato difensore (Hank Palmer alias Robert Downey jr., che buca lo schermo con il suo sguardo midriatico e una recitazione movimentata da una vena di istrionismo, perfetta per il suo ruolo) specializzato nel tenere fuori dal carcere i peggiori mascalzoni di Chicago che torna nella sua casa di infanzia per il funerale della madre, che deve anche nonostante tanti problemi irrisolti soprattutto con il padre (ex giudice, interpretato da Robert Duvall, mitico nella naturalezza con cui si immedesima nel suo scomodo personaggio di Joseph Palmer) cercarlo di tirarlo fuori dai guai a seguito di un'accusa di omicidio, ha di contro una certa retorica "patriottarda" e un fare alquanto convenzionale, se anche non troppo esibite, che sono difatti però cose che covano sotto l'epidermide della storia.

venerdì 26 maggio 2017

Legend (2015)

Nella settimana in cui una squadra a strisce bianconere è diventata veramente leggenda, ho finalmente visto, dopo il passaggio televisivo di alcune settimane fa, un film che di leggenda, come il titolo Legend vorrebbe far pensare, non ha quasi niente. Perché nonostante il non del tutto risultato deludente di questo film (del 2015) di Brian Helgeland (da lui scritto e diretto, che per realizzare il film si è ispirato alla storia vera ma anche al libro di John Pearson, The Profession of Violence: The Rise and Fall of the Kray Twins), in verità abbastanza buono, la leggenda raccontata non passa ed anzi si dimentica piuttosto facilmente. La storia appunto dei gemelli Ronald e Reginald Krey, due gangster (come loro stessi si definiscono per l'intera durata della pellicola) che riuscirono (tramite il traffico di droga e non solo) a "sottomettere" il West End ed East End di Londra negli anni 60', grazie soprattutto ad il loro modo di gestire gli affari, che divenne così efficiente ed allo stesso tempo cruento da trasformarsi appunto in leggenda, anche se come ovvio la pellicola presenta sia la loro ascesa che la loro caduta iniziando dal momento preciso in cui uno dei due, Ronald, esce dall'istituto psichiatrico per malattie mentali dove era stato rinchiuso, e finendo dopo disaccordi e rapporti sempre più difficili tra i due fratelli, dall'accrescere del potere, della violenza e dei loro svariati traffici illeciti ed anche il matrimonio di Reginald con Frances, la bella e giovane sorella di un suo dipendente, annessa la conseguente fine della loro stessa unione matrimoniale, sino alla cattura di entrambi da parte della Polizia di Scotland Yard, che rende almeno un poco avvincente e intrigante il film stesso.

giovedì 25 maggio 2017

Man in the Dark (2016)

Era da tanto che non vedevo un film horror di livello e che un po' mi sorprendesse, Man in the dark (film del 2016 scritto e diretto da Fede Alvarez) infatti mi ha sorpreso in positivo e, vedendo anche diverse pellicole simili, credo sia di un livello nettamente superiore. La tensione e la suspense sono garantite per tutta la durata della pellicola, a più riprese poi determinate situazioni fanno rimanere lo spettatore proprio con il fiato sospeso (più che adatto, a questo proposito, il titolo originale come da poster, Don't Breathe). Poiché questo è un film intenso, vivace, violento che intrattiene benissimo trasmettendo la necessaria tensione nello spettatore. Un thriller dal soggetto originale, che gestisce con perizia, fin quasi alla fine, tensione e colpi di scena a ripetizione, non c'è un attimo di tregua e fino alla fine non si sa chi la spunterà, il ritmo è altissimo tanto che quando tutto sembra fermo, in realtà, è l'opposto, poiché da un secondo all'altro tutto potrebbe accadere, mentre se c'è azione lo spettatore viene letteralmente travolto. Nonostante lo ammetto, l'inizio del film e/o guardando il trailer e/o leggendo la trama, non prometteva nulla di buono, tanto che sembrava alquanto banale. La premessa difatti non è nulla di eccezionale, un gruppo di ragazzi che per vivere (e poter finalmente abbandonare la loro situazione familiare insopportabile) deruba le abitazioni e che credendo sarà tutto facile deruba un cieco che, rimasto così in seguito a una ferita, ha incassato un risarcimento a molti zeri dopo il tragico incidente in cui ha perso l'unica figlia. Poi però, man mano che la vicenda si addentra nel cupo del suo dramma, e del thriller che si annida lungo un intreccio piuttosto galvanizzante (che riserverà forti emozioni, sorprese, momenti di tensione ed un ottimo finale), il pregiudizio sul film e sui luoghi comuni inizialmente sfruttati senza troppa inventiva, svanisce velocemente. Dato che i tre abbandonati i soliti (comunque giustificati) dubbi etici su un furto ai danni di una persona così vulnerabile, scopriranno che il solitario abitante della casa è tutt'altro che indifeso di fronte a un'intrusione, infatti la natura brutale dell'uomo (con un atroce segreto sulle spalle) ed un pericoloso rottweiler complicheranno di non poco la cosa.

mercoledì 24 maggio 2017

Constantine (1a stagione)

Più o meno l'anno scorso in occasione della messa in onda della quarta stagione di Arrow e la seconda di Flash, un'altra serie a prima vista interessante durante la pubblicità veniva pubblicizzata e dopo aver visto il protagonista in una puntata proprio della quarta stagione dell'arciere verde, avevo deciso di provare a recuperarla, ci sono adesso riuscito, ma la grande attesa e il risultato finale non è stato del tutto soddisfacente come invece mi aspettavo. Perché dopo il disastroso Constantine (anche se sufficientemente visibile), film diretto Francis Lawrence nel 2005 con protagonista Keanu Reeves, le avventure dell'esorcista maledetto John Constantine (che gira per gli Stati Uniti con l'intento di contrastare l'Oscurità che dilaga nel mondo in maniera sempre maggiore), che sembravano essere state abbandonate fino a quando la Nbc annunciò la serie tv, affidandone la scrittura a Daniel Cerone (Dexter e The Blacklist) e la regia a Neil Marshall (uno dei produttori di Timeless, regista di Doomsday: Il giorno del giudizio, della puntata 1x03 di Westworld nonché facente parte della The October Society e del loro primo film Tales of Halloween), c'era la possibilità che potesse rimediare (almeno per i fan del famoso fumetto a cui la serie si ispira, ovvero Hellblazer) allo smacco cinematografico, e invece poca cosa davvero, anche se alquanto intrigante e interessante. L'episodio pilota però non ha aiutato di certo a partire con il piede giusto. Una scrittura di basso livello, quasi da compito a casa, e una premessa di partenza con la frase abusata "un'antico male si risveglia" hanno fatto subito storcere il naso di fronte a questo nuovo Constantine.

martedì 23 maggio 2017

The Divergent Series: Allegiant (2016)

Allegiant, un titolo che assieme a Divergent ed Insurgent (di cui trovate la recensione qui) sicuramente genera una certa curiosità anche solo a sentirlo per la prima volta, per chi invece ha visto gli altri due episodi, un film che cattura la voglia di vedere il proseguo della storia, vista la buona (ma non eccelsa) qualità dei due episodi predecessori. Ma non so se dipende da una grossolana e spartana trasposizione dai libri da cui la serie è tratta, però in questo episodio si perde tutto ciò che di positivo avevo visto fino ad ora. Aleggiano, prevedibilmente, l'aria stantia e la calma piatta proprie della puntata interlocutoria, di transizione, di preparazione alla gran "battaglia finale" che, presumibilmente, vedremo nel capitolo conclusivo, Ascendant. La sceneggiatura è infatti a tratti raccapricciante con certe svolte davvero assurde o contorte. E anche se nel complesso si percepisce uno sforzo registico maggiore per mano di Robert Schwentke, ci sono difatti alcune buone soggettive e più movimenti di macchina, un uso dei colori più importante, c'è più fantascienza insomma, i momenti ridicoli sono davvero molti, colpa forse della fonte da cui proviene lo script, che mai ha davvero sorpreso o spiazzato. Perché The Divergent Series: Allegiant, film del 2016, ambientato nuovamente in un futuro distopico post apocalittico, è un concentrato interessante ma senza polpa, che quasi sembra spegnere qualsiasi scintilla accesa nei due precedenti capitoli. Dato che in Allegiant, come anche la trama (che in certi momenti coinvolge completamente lo spettatore, altre volte sembra ingolfarsi e annoiarlo) ci dice, diverse cose sono pure ed altre contaminate. Poiché anche se le ambientazioni e molti effetti speciali meritano sicuramente una lode, assieme agli sceneggiatori, poco o niente funziona davvero, a partire proprio dalla trama stessa, sicuramente pochino affascinante ma deludente.

lunedì 22 maggio 2017

Loro chi? (2015)

Il giovane David viene assunto a Trento da una compagnia per lavorare alla pubblicità di un nuovo prodotto. Quando un barista, Marcello, lo invita "per un'innocentissima carbonara" a casa di due bellissime ragazze, David si ritroverà stordito su un letto senza portafoglio, senza lavoro e senza più una fidanzata (il trio difatti non è che un trio di astuti marpioni). Lui perciò si da da fare e dopo un'affannosa (e strana) ricerca li trova, ma anziché pretendere il maltolto si fa convincere a partecipare al prossimo colpo e poi al successivo. Così facendo però perderà la sua innocenza e sarà vittima della sua stessa ingordigia e superficialità, finendo per fare quello che non dovrebbe comunque fare. Ambientata a Roma, in Puglia e in Trentino, Loro chi?, pellicola del 2015 che segna l'esordio alla regia di Francesco Miccichè, coadiuvato da Fabio Bonifacci (sceneggiatore di successo anch'esso per la prima volta alla regia), è una commedia brillante sull'arte della truffa che segue le orme, sebbene con le opportune differenze, de I soliti ignoti di Mario Monicelli. Una riuscita commedia che, tra risate e un po' di tensione, si lascia piacevolmente vedere. Un film che mostra in modo originale due facce della stessa medaglia, quella di un'Italia intimamente attratta dal malaffare, dalla furbizia, dal guadagno immediato e facile, e quella di un'altra Italia, ma ingenua, credulona e spesso sciatta, convinta che la strada verso il successo sia lastricata di ostriche e champagne, che il duro e costante lavoro sia un'inutile perdita di tempo.

sabato 20 maggio 2017

Alice attraverso lo specchio (2016)

Dopo il non proprio eccezionale primo capitolo, che era comunque uno spettacolo per gli occhi e il cuore, la voglia di vedere e le aspettative di un sequel erano sicuramente basse, dato che certamente non m'aspettavo qualcosa di veramente migliore, però tutto il buono fatto precedentemente, qui si scioglie come neve al sole, e non solo il Cappellaio Matto, come vedremo, ha perso la sua "moltezza", ma anche Alice stessa, che praticamente non più riconosciamo l'ha persa. Sarà per il tempo trascorso (ben 6 anni) da Alice in Wonderland, sarà per il cambio di regia, dal bravissimo Tim Burton allo sconosciuto James Bobin, solo autore dei due mediocri film su I Muppet, e per questo non propriamente adatto secondo me, sarà che Alice nel paese delle meraviglie lo conoscono tutti, mentre il romanzo Alice attraverso lo specchio, pochi, e probabilmente un motivo ci sarà (non so, non l'ho letto, e comunque qua il romanzo originale è stravolto, è rimasto solo il titolo, la trama è inventata di sana pianta) e allora quest'ultimo non era forse da portare sullo schermo, ma Alice attraverso lo specchio (Alice Through the Looking Glass), deludente fantasy del 2016, è solo l'ennesimo prodotto preconfezionato con una veste estetica e un impianto visivo che schiacciano la trama, per non parlare dei personaggi che a tratti risultano quasi ridicoli, soprattutto uno, ormai macchietta di se stesso nonostante le sue indubbie qualità recitative, che qui comunque non si vedono, perché Johnny Depp poteva rendere più interessante il suo personaggio, ma a questo giro proprio non ci riesce. Poiché questo film senza inutilmente girarci intorno è il classico seguito che fatica a decollare, un seguito in cui potevano cambiare anche il nome della protagonista (tanto con il materiale originale non ha assolutamente nulla a che fare) e avrebbero forse fatto una figura migliore.

venerdì 19 maggio 2017

X-Men: Apocalisse (2016)

Dell'Universo Marvel gli X-Men sono probabilmente la spina dorsale, ma io ho sempre preferito altro e preferisco ancora, soprattutto ultimamente, però dopo l'eccezionale Deadpool, facente parte del suo microcosmo (anche se a lui di far squadra proprio non va), dopo la straordinaria serie Legion, che al contrario non fa parte, anche se in futuro qualcosa in proposito sicuramente cambierà, e soprattutto dopo il riavvio della saga avvenuta prima con il discreto X-Men: L'inizio e successivamente con l'ottimo X-Men: Giorni di un futuro passato (ma anche per Wolverine e tutti i suoi film), qualcosa è cambiato in positivo, anche se come detto non sono affatto i miei preferiti, anzi, poco apprezzati e poco piaciuti, ma dopo aver visto X-Men: Apocalisse (film del 2016 diretto da Bryan Singer, alla sua quarta regia), nono film della lunga saga cinematografica dedicata agli X-Men e terzo ma (non ultimo) capitolo della saga prequel dedicata ai mutanti, che vede il ritorno, su tutti, di James McAvoy (Charles Xavier/Professor X), Michael Fassbender (Erik Lensherr/Magneto), Jennifer Lawrence (Raven Darkholme/Mystica) e Nicholas Hoult (Hank McCoy/Bestia), che in ogni caso fallisce nel suo evidente tentativo di superare il livello raggiunto dal predecessore, ritengo il suddetto più che onesto, certo con qualche pecca (forse più) ma molte cose piuttosto buone (soprattutto una), poiché per i miei gusti, il solo fatto che X-Men: Apocalypse (in originale) sfiori più volte l'orlo del kitsch, talvolta pescandovi a piene mani, e rimanga comunque un lavoro coeso, di gran gusto, stilisticamente ineccepibile perché eccessivo e ricco di trovate, lo rende a pieno diritto un film a dir poco riuscito. E pazienza se a qualcuno non è piaciuto, i gusti sono gusti.

giovedì 18 maggio 2017

The Meddler (2015) & Wish I Was Here (2014)

Da quando sono tornato a fare un post singolo ad ogni film è capitato solo due volte di fare un post doppio, ma siccome entrambe queste due commedie mi sono moderatamente piaciute e poiché quello che rimane è la positività che emana, la delicatezza e leggerezza dei temi, non potevo che metterle insieme, d'altronde sono due filmetti non conosciutissimi, per cui perché non sfruttare il momento per farli conoscere meglio? non c'è un motivo per non farlo, ecco perciò le mie recensioni di due gradevolissimi film. A partire da un film mai distribuito in Italia ("acquistato" da Sky ad inizio maggio 2017), e non si sa perché, visto che The Meddler (2015), della giovane regista americana Lorene Scafaria, qui alla sua seconda prova, è una gradevole, deliziosa e malinconica commedia, in cui la settantenne Susan Sarandon, più in forma che mai (merito anche del ruolo frizzante, originale e pieno di sfumature offertogli dalla regista), interpreta una vedova alle prese con il vuoto incolmabile lasciato dal marito defunto e una figlia che, anch'essa profondamente scossa dalla perdita del padre, nonché dalla fine di un rapporto travagliato, fatica a comunicare con la madre. Poiché senza dubbio la relazione fra madre e figlia rappresenta una delle tematiche portanti del film, anche se non l'unica. La brillante commedia della Scafaria infatti sfrutta le pieghe nascoste della sceneggiatura per trattare temi importanti come la solitudine, l'elaborazione del lutto e il dazio imposto dal tempo che passa. Ma riesce anche a fornire un eccellente e dolce-amaro strumento di "compensazione", o quantomeno di astuto bilanciamento delle parti, nel momento in cui si concede timidi slanci di ottimismo e calde rievocazioni di affettuosi momenti familiari. Difatti il difficile rapporto con la madre (preso probabilmente spunto da i trascorsi della regista) viene sviscerato con levità di tocco, sebbene il ventaglio dei sentimenti rappresentati sia assai delicato, e a tratti fortemente drammatico. E riuscire a farlo, ovvero ottenere delle atmosfere agrodolci efficaci, trattando questioni tutt'altro che leggere, non è semplice come si potrebbe di primo acchito pensare. Bisogna lavorare di fioretto e muoversi sulla linea di un equilibrio molto precario, e solo degli attori di razza possono garantire un risultato soddisfacente, come qui è successo.

mercoledì 17 maggio 2017

Sully (2016)

Quando si sta per vedere un film di Clint Eastwood significa che si assisterà ad un grandissimo film, perché lui è uomo di cinema, anzi, è probabilmente lui il cinema, dato che ogni suo film rimane nella mente dello spettatore per lungo tempo, studia ogni particolare, che al pubblico può sfuggire ma importante per la completezza del film, ogni soggetto lui lo vive sicuramente nella sua mente immagina come sarà il film prima di scriverlo, come del resto anche altri registi di un certo livello, perché nella sua mente la trama lo deve emozionare, non esiste una scena inutile, in gergo di riempimento, nulla si può cambiare in corsa per qualche difficoltà logistica, deve essere come lui lo immagina. Se la trama è storia vera come in Sully (film del 2016 co-prodotto e diretto dal grande regista), studia alla perfezione tutte le testimonianze, entra nella mentalità delle persone riuscendo a percepire ogni emozione, scavando nel profondo dell'essere. E ancora una volta ci fa rivivere un scorcio di vita di un eroe martoriato dalla burocrazia, i suoi eroi sono quelli veri, reali, decisionali al momento giusto, responsabili di ciò che decidono, mettendo in luce la loro vita e soprattutto ciò che sono e quanto valgono, in questo film viene evidenziata la solita contraddizione Americana, prima eroe poi cialtrone è nuovamente eroe, ma comunque un America umana, che sa giudicare, che riconosce i propri errori. Poiché ciò che può sembrare banale in questo film (e purtroppo non lo è) è il concetto che sta alla base, ovvero può essere messo in discussione un pilota che è riuscito in un impresa più che miracolosa? Ebbene la commissione d'inchiesta solleva e sussurra malevola questo dubbio che sarà al centro della pellicola. Pellicola che, se ancora non sapete, racconta quello che successe pochi anni fa, ovvero il 15 gennaio 2009, quando il mondo intero è testimone del "miracolo sull'Hudson", cioè quando il capitano Sully Sullenberger plana con il suo aereo in avaria sulle acque gelide del fiume Hudson, salvando la vita dei 155 passeggeri a bordo. Tuttavia, nonostante Sully venga acclamato come eroe dall'opinione pubblica e dai mass media per la sua impresa senza precedenti nel mondo dell'aviazione, un'indagine rischia di distruggere per sempre la sua reputazione e la sua carriera.

martedì 16 maggio 2017

Sleepy Hollow (4a stagione)

Che Sleepy Hollow fosse in alto mare lo si era visto già nella scorsa stagione, la terza dello show Fox (supernatural drama horror ed action), in cui avevo espresso più di un dubbio, nonostante mi fosse sufficientemente piaciuta come dimostra la mia recensione di un anno fa, qui. In più dopo le vicende, dal sapore auto-conclusivo, del season finale, le probabilità che la serie fosse riconfermata erano più che scarse. Con sorpresa di molti però (anche la mia), Sleepy Hollow è stata, poco dopo, confermata per una quarta stagione. Una decisione che ha stupito non poco, sembra quasi infatti che i vertici della Fox abbiano preso la faccenda come usa sfida personale, ma lo show, dopo una buona prima stagione ha avuto costanti cali di ascolti e contenuti, culminando con la conclusione della scorsa stagione in cui la co-protagonista della serie, Nicole Beharie, che interpretava il personaggio di Abbie Mills, muore eroicamente per chiudere il vaso di Pandora e salvare il suo amico Ichabod Crane (Tom Mison). Una morte che ha posto un problema di non poca importanza e forse una sfida che gli autori hanno voluto accettare per vedere se, con una nuova ambientazione e nuovi personaggi, sarebbe stato possibile salvare lo show. Purtroppo nonostante i buoni intenti e nuove soluzioni, non c'è stato scampo, è notizia di giorni infatti della cancellazione dello show. Show che ovviamente, con la nuova stagione e la prima puntata, pone subito le basi su drastici cambiamenti. Anzitutto, come anticipato dal finale di stagione, Ichabod Crane viene portato a Washington dove "c’è bisogno di lui". Prelevato da una segreta organizzazione, il protagonista deve affrontare un demone che minaccia la città. Qui fa conoscenza dell'Agente Diana Thomas (Janina Gavankar), la nuova co-protagonista. Con Diana, vengono introdotti anche nuovi personaggi, Jake Wells (Jerry MacKinnon) e Alex Norwood (la bella Rachel Melvin), curatori dell'Agenzia 355 che si occupa di forze sovrannaturali che minano la sicurezza nazionale. Viene introdotto anche un misterioso villain di nome Dreyfuss e la figlia decenne di Diana Thomas, Molly (Oona Yaffe, ex MasterChef, si avete capito bene), stranamente legata ad Ichabod. I riferimenti col passato poi non mancano, c'è anche lei, Jenny Mills, sorella di Abbie, l'unico personaggio che accompagna Ichabod Crane dalle prime stagioni.

lunedì 15 maggio 2017

Colonia (2015)

Mi aspettavo un film storico/politico che raccontasse gli orrori della dittatura di Pinochet in Cile dopo il golpe del 1973, un film che raccontasse di quel periodo oppure la storia dei giovani di quel periodo, della loro voglia di libertà, un po' come fece Pablo Larraín nel bellissimo No: I giorni dell'arcobaleno, invece inaspettatamente la partenza impegnata lascia presto il posto a un film di genere (che a sorpresa convince sufficientemente), dato che Colonia, film del 2015 diretto da Florian Gallenberger, partendo dal colpo di stato successo in Cile nel 1973 racconta, attraverso la love story tra due giovani ragazzi, una delle pagine più nere della storia contemporanea, che assolutamente non conoscevo direttamente, avrò forse sentito qualcosa ma non ricordo, comunque sullo sfondo del golpe cileno il film racconta la storia di due tedeschi segregati nella Colonia Dignidad (titolo originale della pellicola), intesa come luogo di reclusione assoluta dove venivano reclusi e torturati i prigionieri del regime e dove la libertà diveniva solo un lontano ricordo ed un irraggiungibile sogno, insomma un vero lager. Colonia Dignitad infatti, che in apparenza era soltanto una setta religiosa che viveva in disparte dal resto della società seguendo dogmi diversi, gestito da un pastore tedesco, Paul Schafer detto Pius, era in realtà un luogo di tortura e imprigionamento di molti detrattori e nemici del governo dittatoriale di Pinochet. Lo stesso Pius era un ex militante nazista che trovò rifugio in Cile e collaborò con la polizia militare di Pinochet che gli procurava gli "ospiti", dapprima torturati e poi impossibilitati a lasciare la comunità-lager. Insomma qualcosa di davvero terrificante e sconvolgente, che risulterà ancor più nei titoli di coda, quando risulterà evidente la drammaticità dei fatti, dei suoi sviluppi e quello che hanno subito tante persone, tanti innocenti bambini, l'indignazione è grande.

sabato 13 maggio 2017

Tartarughe Ninja: Fuori dall'ombra (2016)

Dopo il più che sufficiente primo capitolo (di cui ho già parlato, insieme a tante cose, tempo fa qui), che ha di fatto segnato il riavvio della serie cinematografica basata sui celebri fumetti delle Tartarughe Ninja di Kevin Eastman e Peter Laird, i quattro amici verdi sono tornati, con un seguito che si prometteva di essere ancora più fedele al glorioso passato, ed è stato così, almeno in parte. Il pregio più grande di questa nuova saga è, difatti, senza dubbio la volontà di proporre la mitologia originale del franchise in maniera scanzonata, similmente a quanto fatto con quella di Transformers (paragone giustificato dal fatto che il film è nuovamente prodotto da Michael Bay), senza ricercare o inseguire necessariamente lo stile serioso di altri prodotti simili e ben più 'dark'. Per questo Tartarughe Ninja: Fuori dall'ombra (Teenage Mutant Ninja Turtles: Out of the Shadows), film del 2016 diretto da Dave Green, è un film (in live action) sorprendente e di gran lunga superiore al primo. Certo, dopo le critiche discordanti ricevute dal primo capitolo nel 2014, era difficile ipotizzare qualcosa di peggio (sta di fatto che anche quest'ultimo non ha riscosso molto successo), ma sarà stato il cambio di regista (al posto di Jonathan Liebesman, troviamo il regista statunitense Dave Green che, prima di questo aveva diretto un solo film "Earth to echo", però pur non avendo una lunga carriera alle spalle se l'è cavata più che discretamente creando scene notevoli), sarà un po' più di impegno nello stendere la sceneggiatura, il film decolla molto meglio del suo predecessore, da tutti i punti di vista. L'azione è più ricercata, le battute più divertenti e il ritmo è serrato al punto giusto, nonostante la trama sia come sempre un po' scontata.

venerdì 12 maggio 2017

Remember (2015)

Un "non dimenticare di ricordare" doloroso, estremo, metaforico, estremamente metaforico. E' Remember, l'ultimo film (del 2015) di Atom Egoyan, presentato in concorso alla 72a Mostra Internazionale del Cinema di Venezia dello stesso anno, che ha poi ricevuto anche una nomination per il Miglior film straniero al David di Donatello 2016, un film bellissimo, un thriller davvero sorprendente e straordinario. Mi aspettavo infatti, anche per colpa del tema e dell'assunto, un buon film storico sull'olocausto o giù di lì, girato da un regista che sa comunque il fatto suo e con un cast di attori della terza età, che come il vino, invecchiando migliorano. Mi trovo invece a dover scrivere di un film molto al di sopra della media che rimarrà impresso nella memoria e nei ricordi (mai titolo fu più profetico) di chi l'ha visto. Il regista difatti costruisce un labirinto della mente, un thriller storico, una vendetta personale, una ricerca delle radici del male, superbo e straordinario. Sorretto da un Chistopher Plummer magnifico e da un Martin Landau altrettanto profondo, il film di Egoyan ha infatti lo spessore del vero capolavoro. Una partita a scacchi per veri intenditori, dove tattica e strategia si intersecano a genialità sino giungere ad un inaspettato scacco matto. Ma il film non è solo questo, si presta a svariati piani di lettura, il bene ed il male intrecciati indissolubilmente, l'uomo e le problematiche esistenziali, l'imprevedibilità della vita e quella della storia del mondo, la precarietà dell'esistenza, la ricerca disperata e disperante del senso della vita, morale ed etica non sempre chiare, banalità del male e talvolta del bene. Sembrerebbe troppo per un film e finirebbe per renderlo superficiale ed inefficace, ma in questo caso con rara (per i nostri tempi) genialità drammaturgica in quest'opera si realizza senza didascalismo di maniera, ma con una tecnica raffinata che conduce ad una "maieutica" (ovvero tramite il metodo socratico, un metodo dialettico d'indagine filosofica basato sul dialogo) lo spettatore, suo malgrado e senza forzarlo.

giovedì 11 maggio 2017

[Games] Rayman Origins, Deus Ex: The Fall, Sacred 3 e Borderlands: The Pre-Sequel

Verso novembre all'arrivo del Black Friday fremevo per vedere quali sconti sui giochi che avrei voluto comprare erano alla mia portata o al giusto prezzo, purtroppo però non ho trovato e non ho comprato nulla. Fortunatamente per me però, oltre ai giochi acquistati e giocati di cui vi ho già parlato parecchi mesi fa (qui), ne avevo già 2 in libreria non ancora iniziati e 2 erano in attesa di cominciare, uno gratuito della Ubisoft che avevo già accennato (Rayman Origins) e l'altro del pacchetto Deus Ex contenente i primi 4 capitoli di cui mancava l'ultimo, a cui ovviamente ho giocato, anch'esso già ampliamente accennato. E in questo post quindi vi parlerò di questi giochi, senza comunque dimenticare che durante gli sconti natalizi ho finalmente comprato l'intero gioco Life is Strange, ovvero tutti i 5 capitoli, di cui però scriverò più in là a gioco completato. In ogni caso prima di cominciare, poiché questo è un argomento non proprio interessante per molti, vi prometto che sarò breve e conciso, non solo perché molti non conoscono questi videogiochi, ma perché quelli che li conoscono, sanno già di cosa parlo e a cosa mi riferisco, quindi non mi dilungherò troppo, dopotutto non sono nuovissimi, anzi.

mercoledì 10 maggio 2017

Legion (1a stagione)

Solo poche settimane fa, si è conclusa su Fox, la prima, mirabolante stagione, della grande sorpresa targata Bryan Singer e Marvel Television, ovvero Legion, che per quanto potrebbe sembrare non è affatto l'ennesima serie action sui supereroi, perché devo ammettere di non aver mai visto nessuna serie sui supereroi simile a questa. Poiché (dopo alcuni giorni da quanto ho finito di vedere ed altri per venirne a capo) non mi viene in mente nulla nel panorama delle serie tv che assomigli anche solo lontanamente a Legion, probabilmente quelle di Netflix (che comunque non ho visto nemmeno una), forse Westworld per il suo essere "cerebrale", ma non ne sono del tutto sicuro, dato che questo è senza dubbio un prodotto televisivo nuovo, e non solo perché è una serie sugli X-Men (che in tv ancora mancavano, anche se come gli onesti produttori hanno subito dichiarato non ci sono connessioni né con il fumetto, né con l'universo filmico dei mutanti Marvel, dato che la vicenda è ambientata in un universo parallelo dove non ci sono gli X-Men, dove al contrario c'è un'America ancora poco consapevole della presenza dei mutanti), ma anche perché ci regala un modo assolutamente anti convenzionale di approccio a questo mondo, niente a che vedere con i film della 20th Century Fox. Basta uno sguardo al primo episodio e all'incredibile pilot, per rendersene conto. Poiché né a livello registico, né a livello di sceneggiatura, né a livello di cast, non troppo blasonato ma comunque azzeccato e preciso, può essere comparato a prodotti simili, di questo potete fidarvi. Invece non potrete fidarvi di ciò che vedrete, perché quello che vedrete potrebbe non essere reale. Di reale c'è solo la qualità che troverete ad ogni nuovo episodio, di quella c'è da fidarsi eccome.

martedì 9 maggio 2017

Alaska (2015)

Alaska, film del 2015 diretto da Claudio Cupellini, è un melò in pieno stile, una storia d'amore tirata e disperata sospesa tra Parigi, Milano e l'Alaska, anche se quest'ultima è solo il nome di un locale frequentatissimo. Ma dietro un titolo che suscita sogni, magia e desolazione, il film del regista di Una vita tranquilla (con Toni Servillo) è un'opera che si tinge da favola nera e moderna, non priva dell'inevitabile lieto fine romantico. Una love story improvvisa e improvvisata, uno spaccato particolarmente elegante, ma allo stesso tempo brutale e privo di fronzoli di quegli amori che bruciano nel fuoco della loro stessa passione. L'incontro tra Fausto (Elio Germano) e Nadine (Astrid Berges-Frisbey), che avviene così per caso in un hotel di Parigi, dove lui (che sogna di diventare maître) fa il cameriere in un hotel di lusso, mentre lei giovane e bella si presta svogliatamente a provini nel mondo della moda, è difatti l'incontro tipico delle anime violente e particolarmente inclini all'autodistruzione, che nella figura di Nadine si manifesta come una sorta di passivismo e inappagamento, mentre in quella di Fausto in una sfrenata ambizione e aggressività. Tra i due c'è però il fil rouge della purezza del primo vero grande amore, che come tutti i primi veri gradi amori è privo delle meschine bassezze che spesso si ritrovano in quei matrimoni consumati dalle menzogne e dalla noia, o in quelle relazioni che si trascinano per un'inerzia che nel tempo si trasforma nella più torpida indifferenza, in questo film non c'è nulla di tutto ciò, il tradimento di Nadine, così come il furto dei 30000 euro di Fausto, la loro separazione, così come i loro crimini (e le loro  molte disavventure che li porteranno tra la galera e l'ospedale, tra la ricchezza e l'estrema indigenza, tra Francia e Italia flirtando con il crimine come fosse niente e rovinando vite altrui), tutto viene compiuto con una sorta di infantile impulsività, di passione senza filtri, che non viene nascosta, ma che anzi viene ottimamente evidenziata dall'interpretazione dei 2 attori, sono infatti 2 figure che si attraggono in maniera inevitabile anche quando tentano di respingersi e che trovano completezza nella loro unione.

lunedì 8 maggio 2017

Paradise Beach (2016)

Arrovellarsi cercando di capire perché The Shallows nell'edizione italiana diventa Paradise Beach: Dentro l'incubo è uno dei pochi dubbi della pellicola stessa (del 2016), che non è certamente il nuovo Jaws (Lo Squalo, capolavoro assoluto), anche se lo riecheggia e a suo modo vuole renderne un omaggio, ma che da una situazione vista e rivista (la lotta tra uomo, in questo caso donna, e squalo in una natura incontaminata  e apparentemente amichevole) ne esce un film godibile. Niente di particolare naturalmente, ma la tensione è sempre presente, nonostante la presenza sullo schermo di un solo personaggio, una sorprendente Blake Lively, del tutto credibile nel ruolo. Infatti il film si concentra esclusivamente sulla figura della protagonista principale risultando più un survival movie al femminile sorretto da un ritmo serrato e picchi adrenalinici che lo rendono un prodotto tutt'altro che da snobbare. Ovviamente il cliché in agguato dietro l'angolo è il classico degli shark movies, uno squalo bianco, predatore incallito, che non lascia tregua alla malcapitata surfista e non solo le impedisce di tornare a riva ma cerca ogni buona occasione per divorare la 'preda'. Le esagerazioni e stereotipizzazioni del genere sono d'obbligo e nonostante le premesse e le aspettative (all'inizio non proprio entusiasmanti), il film si rivela un ottimo prodotto di intrattenimento con una buona dose di suspense che tiene incollati allo schermo dalla prima all'ultima sequenza, insieme a dei ben congegnati colpi di scena. La storia in se è semplice e lineare (abbastanza banale e generica ma raccontata con stile e con grazia), che evita i lunghi prologhi e introduzioni che non si addicono a film del genere, e ci trasporta subito nel vivo della trama, dove seguiamo le vicende di una giovane studentessa di medicina, Nancy, la quale si trova in vacanza in Messico, che si fa (da un tipo del luogo) portare su una spiaggia poco conosciuta intenzionata a passare la giornata surfando.

sabato 6 maggio 2017

The Accountant (2016)

Parto subito dicendo che The Accountant, film del 2016 diretto da Gavin O'Connor, è un film senza molto senso ed anche troppo lungo ma che si lascia tranquillamente vedere. Dato che il film riesce a trovare la giusta commistione tra azione, thriller, disagio psichico e, in conseguenza, familiare. Infatti, The Accountant tratta un tema delicatissimo e da almeno trent'anni attualissimo, l'autismo. Ma, come è spesso avvenuto nelle finzioni cinematografiche che hanno trattato questo tema, tra tutti Rain Man (1988) di Barry Levinson, con due eccezionali e straordinari Tom Cruise e Dustin Hoffman, che ha vinto tutto quello che c'era da vincere (compreso l'Oscar 1989 come miglior Film) l'autismo assume una connotazione da super-poteri, di qualità mentali-geniali, di capacità fisiche e intellettive che pochi esseri umani posseggono, insomma, qualcosa che raramente esiste nella drammatica realtà quotidiana di una delle peggiori malattie mentali dei nostri tempi, che strappa impietosamente la persona (bambino o adulto che sia) dalle relazioni socio-familiari e relazionali-affettive, che la isolano dentro una cappa di vetro infrangibile e invalicabile. Eppure nonostante la poca credibilità questo è un discreto e originale action-thriller, grazie soprattutto alla sceneggiatura e storia, tanto originali quanto coraggiose nonché efficaci. La storia interessante, che ha molti flashback e déjà-vu, che narra di Christian Wolff (Ben Affleck), un genio matematico che ha più affinità con i numeri che con le persone, che lavora sotto copertura in un piccolo studio come contabile freelance per alcune delle più pericolose organizzazioni criminali del pianeta. E nonostante abbia la Divisione anti-crimine del Dipartimento del Tesoro alle costole, Christian accetta l'incarico di un nuovo cliente, una società di robotica dove una delle contabili ha scoperto una discrepanza nei conti di milioni di dollari. Ma non appena Christian (che ha imparato benissimo a difendersi e non solo) inizia a svelare il mistero e ad avvicinarsi alla verità, il numero delle vittime inizia e continuerà a crescere.

venerdì 5 maggio 2017

The Absent One (2014) & A Conspiracy of Faith (2016)

Era giugno dell'anno scorso quando mi imbattei in un thriller davvero insolito, "un sorprendente, avvincente e incalzante thriller scandinavo" come scrissi all'epoca (qui), un thriller (giallo) di cui non nutrivo tante speranze e che invece mi sorprese moderatamente in positivo, il film in questione era Carl Morck: 87 minuti per non morire, dal nome originale 'Kvinden i buret' (The Keeper of Lost Causes), primo romanzo di una trilogia letteraria di Jussi Adler-Olsen che raccontava, e racconta, i cold case di un duo di poliziotti (all'inizio indesiderati) che fanno di tutto per scoprire la verità, la sconcertante verità. Una trilogia che ha avuto successo inaspettato, anche televisivamente parlando, in tutta Europa. E così dopo aver espresso il desiderio, già comunque espresso nel medesimo post di giugno scorso, ovvero quello di vedere il secondo capitolo perché difatti mi piacque molto, per le sue atmosfere angoscianti, accompagnate da una storia agghiacciante (non certo per gli attori poco conosciuti o per la regia comunque buona), finalmente grazie a Sky, non solo ho visto il secondo ma anche il terzo, concludendo così questa 'mini saga' comprendente tre capitoli. Un sequel infatti era già uscito, tant'è che sia gli autori che il regista Mikkel Nørgaard sono i medesimi del primo episodio, ma ancora non in Italia, ma ora eccolo qui, The Absent One: Battuta di caccia (Fasandræberne), thriller danese del 2014, che segue le vicende di due poliziotti di una sezione speciale nominata "Q", che riaprono un vecchio caso di omicidio rimasto irrisolto circa venti anni prima, facendo così luce su una vicenda di violenza in cui furono coinvolti dei giovani liceali.

giovedì 4 maggio 2017

Timeless (1a stagione)

Da estimatore della fantascienza, del fantasy e in generale di tutto ciò che è "altro" (come d'altronde molte volte avete visto e letto) rispetto alle classiche (comunque eccezionali) serie procedural-crime, quando vengo a sapere di una nuova serie potenzialmente immaginifica mi esalto un po'. Certo, negli anni e con l'esperienza abbiamo noi tutti nonché io anche fatto il callo alle possibili fregature, e così sappiamo che se un prodotto di questo tipo arriva dalla tv "generalista" americana, il rischio di polpettone insipido è sempre dietro l'angolo (a parte rare eccezioni, pochissime a dir la verità). D'altronde la fantascienza, in generale, è un brutto cliente (i viaggi nel tempo poi, tematica molto affascinante in ambito fantascientifico, anche di più), se la fai come si deve, per venire incontro alle esigenze dei fan di lungo corso, puoi costruirti una base di fan appassionata e leale, allo stesso tempo, quella stessa fantascienza "come si deve" rischia di essere troppo "stretta" per la tv generalista, che ha bisogno di rivolgersi a una platea più ampia e di gusti più variegati. Per questo trovare un equilibrio è sempre difficile, ed è un attimo scivolare nei flop alla Terra Nova o Minority Report di casa Fox (la stessa che ha trasmesso questo). Dalla straordinaria trilogia di Ritorno al Futuro in avanti questa tematica (dei viaggi del tempo ovviamente) è stata infatti riutilizzata innumerevoli volte, ma vediamo in questo caso com'è andata. Poiché con Timeless, NBC tentando un nuovo giro di roulette, un nuovo modo di volgere alla fantascienza, un po' fa bene e un po' fa male.

mercoledì 3 maggio 2017

L'ultima tempesta (2016)

L'ultima tempesta (The Finest Hours), film del 2016 diretto da Craig Gillespie, che si immerge (è proprio il caso di dirlo) nella storia realmente accaduta dell'impresa strepitosa compiuta da una motovedetta della guardia costiera che nel 1952 trasse in salvo l'equipaggio della petroliera Pendetlon spezzatasi a metà durante un'abnorme tempesta, racconta infatti di un adrenalinico quanto eroico salvataggio in mare, un salvataggio ben congegnato e visivamente validamente rappresentato, che però viene svilito e affossato dalla parallela fuorviante edulcorata rappresentazione di una società americana tutta sospiri e buoni sentimenti (la colpa sarà mica della Disney che produce il film?), banalità e semplificazioni puerili inaccettabili che compromettono un risultato altrimenti decoroso. In ogni caso, protagonista del film è Chris Pine, che per l'occasione sfoggia un taglio di capelli alla playmobil, il quale interpreta con un po' troppe smorfiette Bernie Webber, comandante della navetta responsabile dell'eroica impresa, al fianco del quale si trova il suo aiutante Livesey, interpretato da uno stranamente pacato Ben Foster. Dall'altro lato del mare invece le sorti di quel che resta della petroliera sono affidate all'esperto ufficiale Sybert (Casey Affleck, fresco vincitore di un Oscar, qui un po' svogliato) che tenterà in tutti i modi di limitare i danni in attesa di soccorso. Il film infatti gioca sul doppio registro narrativo, alternando in fase di montaggio le sorti dei due capitani/ufficiali, entrambi in balia di un mare famelico e digitalmente ricostruito discretamente. Le sequenze in mare (in realtà quasi tutte) sono difatti rese egregiamente, grazie anche alla bravura del regista.

martedì 2 maggio 2017

Jason Bourne (2016)

Per chi scrive, Jason Bourne, film del 2016 di Paul Greengrass e nuovo capitolo dell'agente segreto creato dall'abile "penna" di Robert Ludlum, aggiunge poco o nulla alla serie, anzi, è il meno avvincente dei capitoli della serie, buon ritmo, vero, ma scene d'azione confuse più che coinvolgenti. Perché noi tutti ricordiamo (e anche il protagonista finalmente), ogni capitolo della storia/esistenza "bourniana", d'altronde la saga della spia senza memoria divenuta preda numero uno dell'Agenzia ha segnato una parte fondamentale del cinema d'azione degli ultimi quindici anni, e di conseguenza dell'immaginario collettivo, dentro il quale sono confluiti realismo spinto e paranoie globali, e questo anche dimenticando l'apocrifo The Bourne Legacy, così brutto e sbagliato, un intruso, altro che eredità, arriva però fuori tempo massimo. Jason Bourne infatti, è sì tornato, ma ha impiegato molto tempo (forse troppo), anche se la saga è ancora viva e frizzante e vive di quelle che sono le sue caratteristiche, per questo nonostante parecchi problemi è un film abbastanza bello. In più sembra finalmente chiudersi un cerchio e concludere la saga, poiché questa è una resa dei conti. Una resa dove viene spiegato tutto, perché lui diventa quello che è, e perché lo hanno usato. Tutti i conti in sospeso insomma vengono (apparentemente) chiusi. Lui che vive ormai di combattimenti clandestini in giro per l'europa dell'Est, fino a quando una giovane hacker lo contatta perché è venuta in possesso di informazioni preziose sul suo passato, ma l'incontro tra i due attira subito le attenzioni dei vertici della CIA, determinati a eliminare entrambi. E mentre cercherà di ricostruire il tassello mancante nella ricostruzione delle sue origini, dovrà cercare di sopravvivere a tutto e tutti.

lunedì 1 maggio 2017

Le mie canzoni preferite (Marzo-Aprile 2017)

Il classico post bi-mensile in questo mese ha avuto un po' di problemi ad uscire, in quanto, come detto nel post precedente il computer mi ha lasciato, e il tempo, anche di ascoltare musica, è mancato. Ma ecco che, in occasione e concomitanza, con il concertone del Primo Maggio, il ritorno del post musicale, che da questo mese però cambia 'nome', dato che secondo alcuni il titolo precedente "Canzoni di tendenza" non specificava abbastanza il fatto che esso non doveva per forza contenere le canzoni più gettonate, ma quelle che più preferivo. Infatti ultimamente una canzone spopola ma siccome a me non piace (dovreste sapere quale), in questo post come ovvio non ci sarà. Ecco quindi, senza tante altre parole e senza tante presentazioni inutili (ma in ordine di gradimento, dalla meno bella a quella più preferita), le mie canzoni preferite ascoltate in questi due ultimi "primaverili" mesi.

Il "nuovo" Jackson nuovamente all'opera

Canzone orecchiabile, video divertente