lunedì 30 gennaio 2017

Prime visioni Mediaset

Come ben sapete e probabilmente avrete visto, tra fine dicembre e questi primi, ormai ultimi, giorni di Gennaio, come quasi spesso accade, anche se raramente (ma già capitato poco tempo fa, qui), Mediaset ha proposto ai suoi telespettatori tanti film in prima visione, ed io ovviamente non mi sono lasciato sfuggire l'occasione di vederli, soprattutto perché questi film proposti, praticamente quasi tutti, li aspettavo da tanto. Tra questi alcuni ovviamente spiccano e altri no, ma sicuramente quelli che mi stavano dando fastidio, e che ancora non ero riuscito a vedere, erano i sequel del primo Hunger Games, film-saga di cui con molti film simili ho fatto dei paragoni per alcuni elementi in comune ed altri no, anche se il capitolo finale purtroppo non l'hanno ancora fatto vedere in chiaro (maledetti!). Comunque mi preme sottolineare che reputo il primo originalissimo e avvincente capitolo il migliore della saga, perché molti erano gli elementi che si distaccavano da altre pellicole ambientate in un futuro distopico post apocalittico, mentre sia nel secondo e nel terzo (diviso in due come ormai abitudine) alcuni di quegli elementi che erano rimasti fuori e che avevano fatto la fortuna del primo, tornano prepotentemente in auge, ovvero la ribellione, i sentimentalismi sempre più marcati, meno azione e la lentezza esasperante, praticamente già visto, già fatto, certo non è del tutto simile a tanti altri, ma la lotta, la guerra, in queste situazioni è il filo conduttore ormai imprescindibile. Ora non che non mi faccia piacere, intendiamoci, ma sta un po' stancando. In ogni caso, Hunger Games: La ragazza di fuoco (The Hunger Games: Catching Fire), film del 2013 diretto da Francis Lawrence, ennesimo adattamento cinematografico di un romanzo di Suzanne Collins, è un discreto e interessante film, ma niente di eccezionale. Accade difatti che in 'Hunger Games: la ragazza di fuoco', il lato sentimentale prende più spazio che nel primo film, e anche se la trama, le scene, i combattimenti e soprattutto la suspense rimangono inalterati, anzi forse addirittura superiori perché le scene nella foresta non sono statiche come nel primo film ma possiedono più azione, non tutto convince, soprattutto perché nella prima parte sembra di assistere ad un lungo deja-vù. Katniss Everdeen (Jennifer Lawrence) infatti torna a casa sana e salva dopo aver vinto la 74ma edizione degli Hunger Games annuali insieme al tributo Peeta Mellark (Josh Hutcherson), ma dopo e durante aver intrapreso il "tour della vittoria" per i diversi distretti, lei si rende conto che una ribellione sta iniziando a prender corpo, nel frattempo a Capitol City il presidente Snow (Donald Sutherland), incurante della situazione, pensa all'organizzazione dei nuovi Hunger Games, un'edizione (l'ennesima e scioccante) destinata a cambiare Panem per sempre.

In Hunger Games: La ragazza di fuoco bisogna attendere una buona oretta e mezza (dopo che una noia quasi letale e una piattezza insensata regnano incontrastate) per avere un minimo di interesse nelle drammatiche vicende dell'eroina adolescente (la meravigliosa Jennifer Lawrence, l'unico davvero motivo d'interesse di tutta la saga a dire il vero), sempre più ambigua e confusa in ambito amoroso (imprigionata e forzata dalla sceneggiatura), in questa convenzionale pop-distopia, che mai del tutto convince. In questo secondo capitolo della trilogia, poi entrano a pieno titolo il dubbio, la diffidenza, ma anche la voglia di ribellione, di libertà che nel primo episodio era solo accennato mentre invece qui esplode in tutta la sua drammaticità, seppur con meno coinvolgimento. La storia, insomma si amplia, ma non sempre in positivo. Ma quello che in ogni caso da lustro al film è l'azione, è infatti da prediligere il puro lato spettacolare, appunto dell'ultima ora del film, quando si rendono nuovamente 'necessari', (sia nelle strategie della finzione che in quelle della narrazione) gli Hunger Games, un po' di movimento, azione, concitazione, pericoli che si palesano all'improvviso, i noti risaputi giochini/schemini di alleanze tradimenti e svolte, e via, la cosa si può seguire, tutto sommato. Nell'evidente tentativo poi di cercare l'effetto sorpresa ed aprire ovvi varchi per il prosieguo della fortunata saga, nelle battute conclusive si affacciano trame da cospirazione che però certo non spiccano per originalità né sorprendono per nulla, poiché intuibili già da un pezzo, esattamente come per il ruolo del malcapitato Philip Seymour Hoffman (comunque straordinario) sin dalla sua prima apparizione, a cui vengono affidate parole che suonano come una roboante dichiarazione d'intenti, "se si sospende il giudizio morale può essere divertente". Di divertente in realtà c'è ben poco, a meno che non ci si accontenti di comportamenti, acconciature e abbigliamenti stravaganti o di combattimenti e scene d'azione non proprio perfette. Difficile inoltre commuoversi per davvero con gli stantii risvolti sentimentali o indignarsi per le faccende da lotta di classe e atti da dittatura, tutto già visto e vissuto anche con il primo episodio, del quale questo seguito è, in definitiva, una stanca, svogliata proposizione, probabilmente in attesa di scatenare il 'meglio' nelle prossime puntate. Perché in effetti considerando l'opera come preparazione e sviluppo delle pellicole future si riesce a intuire il motivo della ben più lenta nella narrazione rispetto al primo episodio che si differenzia da questo, anche sotto l'aspetto dei protagonisti, difatti se il primo si basa quasi esclusivamente si Katniss e Peeta, in questo secondo episodio prendono più spessore i personaggi di contorno che bene o male, in qualche modo, diventano protagonisti nei singoli ruoli. Riconfermata invece la colonna sonora che, combinata con una fotografia in continuità con il primo episodio, dà una grossa mano a regista ed attori nel creare atmosfere avvolgenti e coinvolgenti, ma non tantissimo. Nonostante ciò però La Ragazza di Fuoco, seppur non perfettamente concludente, fa il suo dovere, intrattiene sufficientemente e infine costruisce le basi e crea attesa, l'attesa che finalmente si concluda. 6/10

Il terzo episodio della saga, Hunger Games: Il canto della rivolta - Parte 1 (The Hunger Games: Mockingjay - Part 1), film del 2014 nuovamente diretto da Francis Lawrence, nonostante le premesse è davvero poca cosa, perché seppur piacevole non è all'altezza addirittura dei primi due, due orette in cui (troppo) poco accade, due ore inevitabilmente vuote poiché sembra abbastanza palese che sia solo una sorta di trailer promozionale allungato per quello che verrà (che s'immagina dia fuoco alla rivolta e a un minimo di spettacolo accettabile, finalmente). La trama infatti scorre lenta quasi senza colpi di scena o cambi di ritmo, anche se finalmente ci stacchiamo un po' dalla ripetitiva e macchinosa riproposizione delle suggestioni dei "giochi" dell'arena, e guardiamo un po' cosa c'è fuori, e cosa ne è stato e ne sarà degli abitanti più umili e indifesi dopo e durante le aberrazioni perpetuate dalla dispotica Capitol City, sotto il comando del presidente Snow, che ha rapito Peeta e vuole solamente uccidere Katniss che nel frattempo è diventata suo malgrado il simbolo (La ghiandaia imitatrice, nome non propriamente d'impatto secondo me..) di una ribellione che ben presto si trasformerà in guerra. Quest'ultimo fatto è però l'unico che riesce nel suo piccolo a offrire qualche piccolo sussulto. Poiché nel tentativo di cambiare strada qualcosa finalmente si muove, cambia e muta, anche se le stesse nuove idee spacciate per originali, sono sempre identiche con situazioni stra-note, come quella delle dinamiche rivoluzionarie, della perdita degli affetti, dello spettacolo che manovra e gestisce il popolo attraverso le sue immagini eloquenti ma fallaci. Ma oltre a questo e qualche movimento di trama interessante non c'è niente, neanche nelle interpretazioni, anche se una nota di merito la merita sia Jennifer Lawrence sempre brava ma costretta a vestire i panni di un personaggio del tutto privo di ironia ancor più che nei precedenti episodi, sia al grande Philip Seymour Hoffman, che seppur nuovamente trascurato e impiegato male riesce a salvarsi. Così come Julianne Moore (che ritroveremo dopo scorrendo la lista di film anche se ugualmente non in un film eccezionale) che riesce a rendere credibile nel particolare il suo personaggio. Nel resto del cast invece si distinguono i volti di due giovani star, Sam Claflin e Natalie Dormer, non del tutto eccezionali, anzi, però non che non facciano il loro lavoro, ma probabilmente Claflin è il più inespressivo di tutti, mentre il look della Dormer lascia più di un dubbio. Comunque meglio di Josh Hutcherson che qui compare poco e niente, come vuole la trama, e che per quel poco che compare non sa destare la minima emozione, né riesce a cambiare minimamente espressione. Cosa salva dunque Hunger Games: Il canto della rivolta parte 1 nel paragone con il secondo capitolo della saga? Semplice, quello era ancora più disarmante e ridondante, mostruosamente uguale al primo episodio se non per quella diavolo di arena che prima stava ferma e invece lì ruotava. Almeno questo terzo capitolo cambia i toni, estende i claustrofobici "giochi" fuori dall'arena, e si mantiene coerente nella disamina (grossolana e teen-friendly) di ciò che lo spettacolo può voler dire, nel suo lato buono e nel suo lato cattivo (anche se è sempre e solo propaganda). Per il resto il film è un'accozzaglia di luoghi comuni, si parla tanto di lotte fra ricchi e poveri, ma non c'è la men che minima semplificazione di ciò che può essere il significato di lotta di classe o ciò che davvero comporta una rivolta. Solo, e soltanto, la Katniss ansimante che piange per il suo Peeta. Una cosa però sicuramente convince, la colonna sonora, che esplode nuovamente ancora più fragorosa, coinvolgendo ed emozionando. Ma nonostante ciò e il fatto che le due ore di film siano relativamente avvincenti, non ci si riesce a privare di quel senso di aria stantia che circonda l'intera operazione. Non mi rimane quindi che vedere la seconda ed ultima parte per capire se la saga di Hunger Games (forse togliendo il primo) sia da considerare, non solo cinematograficamente bella ma accettabile come metro di paragone in positivo o negativo con altri. 5,5/10

Dracula Untold, film fantasy del 2014 diretto da Gary Shore (autore del segmento di San Patrizio in Holidays), pur colmo di omaggi a pellicole che hanno fatto la storia, non delude le aspettative. In primis, perché questa nuova versione di Dracula, personaggio più volte riproposto sul grande schermo nel corso degli anni, si distacca notevolmente come caratterizzazione e poi colpisce la chiave dark e fumettistica nella quale il celebre vampiro viene proposto. Il Vlad Dracul, impersonato da un ormai consolidato Luke Evans (efficace nel trasmettere i conflitti interiori del suo personaggio all'interno di una performance fondamentalmente 'romantica') infatti, echeggia caratteri di altri film. Interessante, nonché innovativa invece l'idea di proporre una storia (che narra il motivo per cui il principe Vlad III è diventato il personaggio oscuro e famoso nella letteratura mondiale) di Dracula tanto distaccata quanto sempre affine al'immaginario vampiresco creato da Stoker. Difatti gli elementi chiave ci sono tutti, nulla che manchi all'appello, del classico vampiro c'è fortunatamente tutto. Dracula che diventa per forza di cose (tramite un ricatto bello e buono) un eroe suo malgrado, che si trasforma in un'oscura creatura della notte, che si schiera inevitabilmente però dalla parte del bene, anche se non è facile resistere ai limiti e alle debolezze umane. Impeccabile la scenografia e la fotografia, aiutate abilmente dal digitale, molti sono gli elementi che echeggiano l'epicità di pellicole come il Signore degli Anelli, a partire dalle ambientazioni finendo con i costumi dei protagonisti, passando per le scene d'azione in battaglia che riportano a mente la firma di Jackson nelle sue trilogie. Ma ci troviamo indiscutibilmente molti riferimenti anche al celeberrimo Intervista col Vampiro di Jordan, su tutti l'elemento temporale, dalla ambientazione storica medievale che prevale in tutto il film, ma che infine catapulta i suoi protagonisti nella moderna contemporaneità. Anche stilisticamente il film è molto curato, sin nei minimi dettagli, belli i colori e i contrasti, accesi o cupi in stretta relazione con la ambientazione proposta. Buoni e ovviamente sorprendenti gli effetti speciali usati, che servono alla perfezione lo snodamento della trama e che naturalmente rubano la scena per gran parte del film. Convincenti anche le interpretazioni (soprattutto Luke Evans, convincente dei panni di un atipico Dracula), unico neo delle quali è che non fanno emergere adeguatamente una caratterizzazione psicologica, più che altro abbozzata dei personaggi da loro interpretati, ma è meglio così in questo caso. Al pari di Evans, va però riconosciuta anche la prova di Charles Dance nel ruolo di demone-genesi del vampiro. Ambiguo e terrificante Dance raggiunge livelli di piena eccezionalità, rubando la scena nei face to face al protagonista e regalando un finale di interessante curiosità. In definitiva possiamo dire che Gary Shore ha pienamente centrato l'obbiettivo con questa sua opera prima, confezionando un prodotto che intrattiene senza ma annoiare il pubblico e completa di una storia epica ed avvincente, romantica al punto giusto, che raffigura sotto luce nuova la classica immagine del vampiro più famoso, sempre affine al mito e alla leggenda che avvolge questa creatura, ma ridimensionandolo su una misura più fragile ed umana, al quale facilmente ci si affeziona. E anche se non convince sia questa nuova tendenza che vuol ribaltare lo status di villain e cattivi (soprattutto in questo caso specifico), sia l'idea di trasformarlo in una figura pop, risulta un rilettura pienamente riuscita (discretamente fusa da tanti generi), non eccelsa ma efficace e funzionale, lontano dalle tipicità del personaggio in questione ma forse proprio per questo maggiormente apprezzabile. 7/10

Certi film ti lasciano a bocca aperta per quanto sanno stupire, emozionare, aprire orizzonti che non immaginavi o solo farti schizzare via dalla realtà per un paio d'ore e trasportarti in un'altra dimensione. Ce ne sono pochi e quando li vedi è sempre un evento. Certi altri semplicemente ti annoiano perché già visti, magari lenti, oppure solo sbagliati. Poi c'è la categoria che sta nel mezzo, quei film senza infamia e senza lode che mantengono ciò che promettono, che fanno il loro onesto lavoro di intrattenere senza stupire, di emozionare senza farti strappare i capelli, di farti sorridere di gusto per una bella interpretazione senza gridare all'Oscar. Lo stagista inaspettato (The Intern), film del 2015 diretto da Nancy Meyers (abituata ormai a questi tipi di commedie che affrontano il problema del rapporto tra generazioni e quello della conciliazione tra carriera e famiglia, nell'ottica sia maschile che femminile come già successo in What Women Want, Tutto può succedere, L'amore non va in vacanza, È complicato), è uno di quei film. Perché il film, con protagonisti Robert De Niro e Anne Hathaway, pur presentando un plot abbastanza prevedibile, riesce a non risultare banale. In più i temi principali che poi sono il filo conduttore di tutta la vicenda, che sono le tecnologie, i nuovi modi di fare da parte delle nuove generazione e il rapporto con le tecnologie e modi della vecchia, l'amicizia e anche l'amore attraverso gli anni, sono presentate in modo onesto, onesto come De Niro che recita in modo misurato senza strafare e dando la giusta dignità al suo personaggio. Il personaggio di Ben, un vedovo pensionato di 70 anni che diventa lo stagista "senior" della direttrice di un sito online di moda (Anne Hathaway), che deve risolvere alcuni problemi lavorativi e personali, e andando avanti nella storia le vicende dei due si intrecceranno fino a diventare l'uno complementare dell'altro. Storia che in ogni caso offre anche dei momenti al limite dell'ilarità, altri belli ed emozionanti, ma niente di così originali nonostante l'originalità stessa della trama, perché il film anche se intenso e godibile non ha un momento o una particolare situazione da accendere una pellicola comunque poco attraente. Certo la prova attoriale del cast è ottima, infatti nonostante gli anni De Niro è inimitabile e tiene tranquillamente botta, la Hathaway, bella, vivace e talentuosa è come al solito convincente (d'altronde non per caso è tra Le migliori attrici e i migliori attori dei film visti nel 2016, sia per Les Misérables che Interstellar), mentre Rene Russo (una dei comprimari) che si ritaglia un bel ruolo di contorno, è brava. La regista al contempo mette a fuoco, con la consueta bravura, un carosello di situazioni e di rapporti umani per niente speciali ma comunque ben definiti. Insomma non eccezionale ma neanche brutta questa deliziosa commedia americana che senza pretese si lascia guardare ma che non rimane comunque impressa. In definitiva quindi, intrattenimento leggero di due ore che consiglio soprattutto agli amanti della commedia americana classica, e per chi ama Robert De Niro quando è davvero in forma, anche se qui sono più le mosse e 'mossette' che le parole a non convincere del tutto. 6/10

Devo ammettere che mi aspettavo decisamente di meglio da Il settimo figlio (Seventh Son), film del 2014 diretto da Sergej Vladimirovič Bodrov, adattamento cinematografico del romanzo dark fantasy L'apprendista del mago di Joseph Delaney. Le premesse c'erano tutte, grande budget, grandi (chi più chi meno) interpreti, un regista in ascesa (a questo punto però forse già finita), un grande costumista, un buon compositore, e invece sembra che si siano semplicemente accontentati del minimo sindacale. Perché quelle peculiarità che un buon film fantasy necessiterebbe, ovvero una trama originale, la capacità di immedesimazione e tante altre qualità, qui non ci sono. Certo, non m'aspettavo un "Signore degli anelli" o "Dragonheart", "Il labirinto del fauno" o "La storia infinita", però niente viene presentato in modo adeguato, a partire dai personaggi, frettolosamente presentati e poi mandati a morire con una mega moria di cattivi nel finale, sterminati da una suprema arma che si attiva non si sa bene come né perché. Anche la trama di base (la classica battaglia tra il bene e il mare) e tutto il resto viene presentato malissimo, si sa solo che un mago (che poi un vero mago non è, ma solo una specie di fattucchiere) che porta sfortuna ai suoi apprendisti, ne cerca un altro da poter allevare e mandare al macello e a cui piace a dismisura ripetere la frase "tu sei un settimo figlio di un settimo figlio", cosa molto fastidiosa. Infine la sceneggiatura è prevedibile e scontata, sapere già cosa accadrà in un film che non lascia spazio all'immaginazione, al pensiero, alla riflessione, alla sorpresa non aiuta affatto. Certo, alcune scene d'azione sono coinvolgenti e il film è piegato sull'azione che sul sentimento (nonostante la presenza della meravigliosa Alicia Vikander, talentuosa e fantastica, qui bravissima per esempio), ma dov'è il cuore? Dov'è l'anima, l'emozione? da nessuna parte. In più gli effetti speciali non sono il massimo, la colonna sonora è quasi assente, i costumi non sono all'altezza di Ferretti (non uno qualsiasi), la fotografia è basica, dialoghi superficiali e troppo bambineschi, ma soprattutto il cast poteva fare decisamente meglio, Jeff Bridges e Julianne Moore in primis (il primo troppo altalenante e che fa inspiegabilmente il verso a don Vito Corleone e la seconda quasi svogliata, la cui bravura che personalmente gli è valso il premio come migliore attrice dell'anno, si vede in poche scene). Inutile invece Jon Snow (ovvero Kit Harington) nei primi 10 minuti, al cui posto potevano benissimo prendere il primo pinco-pallino che passava di lì per caso. Senza dimenticare Ben Barnes, abbastanza avulso e poco ispirato. Insomma un vera delusione, perché anche se la storia di base è interessante, forse non troppo originale, ma del tutto godibile, e anche se gli effetti speciali rendano del tutto accattivanti le scene d'azione e di come i cattivi siano interessanti e visivamente belli, alla fine (dove credo di aver tifato per le streghe poiché nonostante tutto, erano bellissime, soprattutto una), che cosa lascia davvero Il settimo figlio? Non molto. Eppure non è il più brutto fantasy di sempre, ma solo il meno convincente e forse il più inutile visto negli ultimi tempi. Però che peccato. 5/10

Noi e la Giulia, film del 2015 diretto e interpretato da Edoardo Leo, tratto dal libro Giulia 1300 e altri miracoli di Fabio Bartolomei, è una commedia fresca e divertente senza volgarità, e di questi tempi non sempre accade, anche se diciamo subito che non stiamo parlando del capolavoro dell'anno ma di un ottima pellicola che, nella sana tradizione della commedia all'italiana che ha reso famoso il nostro cinema nel mondo, ti diverte ma nello stesso tempo ti fa fare qualche riflessione sul nostro presente e sul nostro Paese. Certo, la sceneggiatura scorre tra gag e battute divertenti, e gli attori sono tutti piuttosto in forma, Buccirosso dà vita a una figura di camorrista piena di sfumature, mentre la Foglietta dà conferma del suo notevole talento, ma storia in sé non brilla per originalità, la storia di gruppo di quarantenni in un casale che vorrebbero ripartire dai loro fallimenti da zero, a contatto con la natura e con il duro lavoro delle braccia, e poco importa se nessuno di loro ha la più pallida idea di cosa fare, un minimo di professionalità, di informazione, anche spicciola spicciola, niente. Insomma il sogno, quello si e grande, di vivere e lavorare in tranquillità. Ma ad aprire loro gli occhi ci penseranno, nell'ordine, un camorrista di mezza tacca, un immigrato africano e una ragazza, (quel tanto sciroccata da far pendat con l'ambiente) che alla fine dimostra di avere un minimo di competenze pratiche e buona volontà. E poi lei, la Giulia 1300, splendida ed irriverente protagonista. Eppure alla fine, grazie e nonostante a questa trama sconclusionata, ci si affeziona al gruppo, se non altro perché interpretato da attori un po' meno coatti del solito (su tutti lo stesso Edoardo Leo e la bella Anna Foglietta), e che fanno tenerezza, in certe scene poi si ride di gusto mentre in altre però resta quella sensazione di elementarità (tranquillamente in ogni caso passabili). Ma se a questo poi ci aggiungiamo diverse battute di cui alcune fulminanti, come quella del brindisi dei falliti, ed attori perfettamente calati nei ruoli compresi i comprimari (bene in parte sono in effetti tutti gli attori che sembrano divertirsi davvero sulla scena), non è possibile non considerare il film una discreta e interessante pellicola, special modo in un panorama dove non abbondano bei film, in particolare dei nostri autori. Insomma, a mio parere, un film da vedere. Un film dove Edoardo Leo si conferma un personaggio nuovo nel nostro panorama cinematografico, personaggio che riesce grazie alla ironica e delicata storia di Noi e la Giulia, a farsi apprezzare tantissimo, e di conseguenza il film si segue con allegria e spensieratezza. Apprezzabile anche la conclusione che ridà dignità agli sconfitti. 6,5/10

Il Piccolo Principe (Le Petit Prince), film d'animazione del 2015, è un lungometraggio animato di eccezionale manifattura. Raffinata e ben congegnata è infatti questa trasposizione in chiave cinematografica del breve romanzo illustrato di Antoine de Saint-Exupéry, un romanzo capolavoro che anch'io ho letto da piccolo. Un film che riesce ad essere estremamente fedele al libro, e a coglierne l'essenziale (il termine 'Essential' è ripetuto e riproposto moltissime volte). Ma allo stesso tempo sviluppa e intreccia una trama molto moderna e attuale che dà ancora maggiore risalto ai concetti base del plot originale. L'eterna lotta tra la ragione e il sentimento, il passaggio dall'età infantile a quella adulta, l'amicizia, la crescita, sono tutte tematiche ottimamente raccontate. Il film, diretto da Mark Osborne (autore di "Kung Fu Panda"), non è il primo film tratto dal capolavoro di Antoine de Saint-Exupéry, ma si conferma però come uno dei più interessanti e riusciti anche per il particolare modo in cui sono state animate le vicende del racconto. Il racconto raffinato ed evocativo di un cinema d'altri tempi, quella di una cittadina che si muove geometricamente ai ritmi di un orologio, dove il destino di una piccola bambina si intreccia inevitabilmente con quello del suo anziano vicino di casa (un nuovo Saint-Exupéry) che, nonostante la consapevolezza della vita e della possibilità della morte, quanto mai reali, non ha mai dimenticato cosa sia la fantasia e il desiderio di lasciarle spazio. E la bambina sarà la protagonista di un viaggio memorabile ricco di emozioni. Il piccolo principe, Premio César 2016 come Miglior film d'animazione, è soprattutto bello visivamente parlando, a livello visivo infatti c'è un mix di nuovo e antico, dalla computer grafica stile Pixar, alla tecnica stop motion, fatta con personaggi e scenografie di carta, veramente eccezionale. La scelta di rendere omaggio ai disegni originali di Saint-Exupéry difatti, semplici e quasi abbozzati, riproposti all'interno della pellicola per raccontare la vicenda del Piccolo principe è davvero azzeccata. Parte del merito di questo felice risultato è da attribuire anche al prezioso lavoro degli sceneggiatori (nella fattispecie, Irene Brignuli e Bob Persichetti) che hanno fornito davvero il materiale giusto al regista per riprodurre in immagini questo straordinario viaggio tra le pieghe e i sogni dell'infanzia, compito questo tutt'altro che facile e men che meno scontato, vista la particolare forma poetica della scrittura di de Saint-Exupéry. Ma la piacevolezza delle musiche e dei colori che ci accompagnano verso l'idea che gli "adulti che hanno dimenticato" siano coloro che non apprezzano nulla che non sia tangibile e che vivono dimenticandosi di ogni cosa che non sia calcolabile ed economicamente valutabile, aiuta ad abbandonarsi alla meraviglia, come quella del regista che riesce a dirigere un film destinato sia ad un pubblico infantile che uno adulto. Il film si presenta simile, a livello filosofico infatti, al libro, i concetti sono raffinati e, forse, difficili da comprendere in tenera età ma offrono, invece, una profonda riflessione nella coscienze dei "Grandi". Perché parafrasando il film e quindi il libro "il problema non è diventare grandi, ma dimenticare di essere stati una volta tutti bambini". Da segnalare anche l'apporto delle voci che (per la versione italiana) sono quelle carismatiche di Toni Servillo, Alessandro Gassman, Stefano Accorsi, Paola Cortellesi, Micaela Ramazzotti, Alessandro Siani, Giuseppe Battiston,, Angelo Pintus e Pif. Voci come ne Il libro della Giungla sono perfettamente inserite e piacevoli da ascoltare. In definitiva quindi, film bello e affascinante, semplice e profondo, e anche se quasi del tutto non diverte come altri, è un film da non perdere. 7+

Senza neanche accorgermi il trio Nick, Kurt e Dale è tornato e con loro sono tornate le risate, infatti come nella spassosa prima pellicola (Come ammazzare il capo... e vivere felici, Horrible Bosses del 2011), di cui Come ammazzare il capo 2 (Horrible Bosses 2), film del 2014 scritto e diretto da Sean Anders, è il suo ideale seguito, si ride e si sorride spesso, a volte come se si assistesse ad un turbolento cartoon. Comunque la vicenda (quasi identica alla prima) prende le mosse da un trio di 'bamboccioni' che (frustrati dal lavoro dipendente) si buttano sul mercato come imprenditori, generando una quantità di avventure (anche criminali), di figuracce con annessi equivoci che investono lo spettatore e ovviamente gli stessi divertenti ostacoli della prima pellicola. E allora nel calderone comico-thriller-crime-sexy ecco che ci entra di tutto, dagli alcolisti anonimi del sesso (e una indemoniata Jennifer Aniston, sexy e arrapante che si mette in gioco come più non si potrebbe) ai 'motherfuckers' incalliti, dai finanziatori-squali alle famiglie con gemellini, in un infinito vortice di gag spassose, gag che anche se non facili da recepire per noi europei, in quanto alcune sfumature solo in America appartengono, divertono e intrattengono benissimo. D'altronde anche se non memorabile, questa brillante produzione americana, è comunque simpatica e divertente. Ma quello che rende questo film visibile a molti è soprattutto per la regia semplice, la narrazione lineare e gli ottimi momenti comici, tutte chiavi del successo per un film del genere, film dove notevole è la capacità del trio di far ridere lo spettatore soffermandosi sui particolari degli spasimanti dialoghi del film. Inoltre la presenza di Christoph Waltz (special guest, che ormai "tutti lo vogliono tutti lo cercano"), Kevin Spacey e del caro 'Fott***' Jones (Jamie Foxx, irresistibile cialtrone gangsta) e dei loro ruoli stereotipati al massimo mandano avanti la baracca in modo più che discreto regalando al pubblico una serata di puro divertimento. Il cast infatti è di prim'ordine e quei backstage sui titoli di coda ci raccontano di un set davvero giocoso e realmente carico di verve umoristica sincera. Jason SudelkisJason Bateman e Charlie Day difatti non fanno che confermare il loro gusto d'attori brillanti. A cui si aggiunge anche Chris Pine, simpatica ed irritante canaglia. Insomma genio e divertimento in un unico film, più o meno di tanti altri. Un film che comunque a tratti sembra solo una mera cialtronata, ma nonostante ciò mi sono divertito. Il film difatti è dotato di un buon ritmo, anche grazie alla scansione di ottimi "stacchi" rock'n'roll, con una nota di merito per i titoli di testa che aprono il film sulle esaltanti note dei Clash di "Police on my back". E la critica sociale al mondo del lavoro e ad un approccio convenzionale ai criteri economici imperanti, qua e là si fa sentire. Insomma è un film che diverte, che oltraggia e che morde (nel suo piccolo, è chiaro). Con l'avvertenza che è pur sempre una commedia leggera, quindi senza aspettarsi nulla di impegnativamente satirico. E anche se sinceramente dato il livello basso di comicità basato per la maggior parte su volgarità e sesso avrei voluto valutare la pellicola sotto la sufficienza, e anche se è necessario ricordare che il fine della comicità è far ridere (obbiettivo pienamente centrato) è un film che vi consiglio di vedere, perché nonostante spesso capita che il continuo è la fotocopia venuta male del primo, non è il caso di Come ammazzare il capo 2, perché anzi, è un film riuscitissimo e meglio del primo. Perciò se cercate un film leggero e divertente da vedere con gli amici lo consiglio vivamente. 6/10

Pan: Viaggio sull'Isola che non c'è non è la solita trasposizione su grande schermo di una storia a noi tutti nota e nel tempo divenuta fiaba e favola. Perché questa pellicola del 2015, diretta da Joe Wright, come ultimamente accade spesso, è l'ennesima rivisitazione del tutto nuova (anche troppo) del classico Peter Pan di J. M. Barrie. Il film è infatti ambientato durante la seconda guerra mondiale e racconta una versione alternativa delle origini di Peter Pan diversa da quella che conosciamo noi tutti, cosa che non mi è del tutto piaciuta, dato che è sempre stata la mia preferita in assoluto, poiché qui tutto viene stravolto, la trama poi è completamente nuova e non ha nessun filo logico con la vera storia. Certo, nella continua rivisitazione cinematografica di miti celebrati, spesso siamo portati a lamentarci della scarsa fantasia, ma non va nemmeno dato per scontato che provare riletture personali debba obbligatoriamente condurre a risultati soddisfacenti. Con Pan (associato al famoso 'flauto'), Joe Wright (apprezzato soprattutto per Espiazione) e lo sceneggiatore Jason Fuchs  infatti ripartono praticamente da zero, ma lo sfoggio di opportunità non sortisce gran risultati, anche se l'idea risulta affascinante, idea che nel film viene portata avanti con coerenza, con un inizio, uno sviluppo ed una fine ben precisi, ma purtroppo l'idea in sé non basta, poiché dopo alcuni primi affascinanti minuti in grado di incuriosire lo spettatore, giunti sull'Isola che non C'è, il film prende una piega decisamente scontata, prevedibile, ricca di cliché, retta si, dai vari e ormai noti ed aspettati effetti speciali in CGI, ma di certo non basta per giustificare l'opera in sé. Un'opera certamente fantasiosa, ricca e innovativa, dove gli elementi giusti ci sono tutti, alcuni sono anche al posto loro, ma che nel complesso non danno il massimo, ed è un gran peccato perché fanno così finire un'opera che poteva risultare molto al di sopra alla media in un classico 'Carino sì, ma niente di più'. Già la scelta dell'ambientazione stona leggermente, poi veniamo catapultati, tramite inspiegabili navi volanti, non solo nell'Isola che non c'è, in un bosco che non c'è ma che è pieno di vita (e di tutto ciò che ha sempre cercato ed atteso il piccolo Levi Miller che con il faccino giusto tra lo sfacciato birbante ed il triste orfanello interpreta Peter Pan), ma in un'orrida miniera dove il feroce Barbanera (Hugh Jackman, truccatissimo ma molto a suo agio nei suoi panni, anche se più grottesco che pauroso) sfrutta i fanciulli, per farli lavorare alla costante ricerca di polvere di fata. Ma grazie all'aiuto di James Uncino (Garrett Hedlund, poco convincente e poco carismatico) riesce a fuggire e a incontrare Giglio Tigrato (Rooney Mara, tranquillamente leggiadra e decisa guerrigliera del mondo che non c'è) e gli indigeni ribelli. È però solo il primo passo per rintracciare sua madre, ma allo stesso modo Barbanera vuole quello scampolo di universo per annientarlo definitivamente. Per Pan: Viaggio sull'Isola che non c'è, il regista, fresco 'rivisitore' di Anna Kareninaera facile ipotizzare una versione non omologata a metodi sistematici del testo originale ma la sua riproposizione alterna scenari molto diversi (per tutta una serie di caratteristiche) con un'integrazione visiva e narrativa piuttosto avara di soddisfazioni. Così, abbiamo la cupezza del mondo reale e della miniera (due settori comunque convincenti un po') l'area degli indigeni caratterizzata dalla saturazione di colori molto accesi (che più di incantare, disturbano, praticamente accecano), e la luminescenza del mondo delle fate che, vuoi anche per un ritmo da far invidia al più evoluto dei videogame, non va oltre la manifestazione di un'azione rutilante, a tratti quasi incomprensibile. A legare l'insieme, ci pensa una trama stitica in fatto di collegamenti, incapaci di andare oltre l'unione dei singoli puntini, infarcita di ellissi e altrettanto priva di pathos. Detta così, sembra dadi dover gettare tutto nella spazzatura, invece c'è comunque il personaggio di Peter, che fa sempre il suo effetto pur ritrovandosi a sgomitare con troppo (e mal assortito) contorno. Anche il cast regala note positive, in fondo però, Pan rimane un film principalmente irrisolto, aperto a un seguito che non vedremo mai, incredibilmente coraggioso nelle sue note oscure, le suore malefiche e addirittura un bambino che muore per semplice cattiveria gratuita, ma troppo confusionario nelle (molteplici) rincorse di velieri volanti, con un climax senza né smalto né grinta, la tralasciata mutazione d'identità di Uncino e anche alcuni dettagli semplicemente respingenti, tra cui degli enormi uccellacci che possono tranquillamente rientrare tra le creature più brutte a memoria d'uomo ricreate con gli effetti speciali. Tra l'incubo e la meraviglia, perciò (a sorpresa) vince il primo, perché troppo materiale va letteralmente di traverso, come le due canzoni cantate da Barbanera e i bambini dell'isola che non c'è (addirittura ad un certo punto sembrava uno spin-off di Les Misérables), piccola 'trashata' che poteva essere evitata perché non c'azzecca. In ogni caso viene premiata la spericolata fantasia, ma se come me siete molto legati al mitico Peter Pan, cercate solo di non riporvi molte speranze, perché sì è un film carino e piacevole, ma davvero insipido. 5/10

18 commenti:

  1. Buongiorno Pietro!
    e buona settimana ... sebbene un paio di film devo ancora vederli, trovo una linea coerente in tutto il tuo discorso analitico, da Hunger Games, a Dracula al piccolo principe e così via ... insomma mi trovi d'accordo. Premesso che i sequel spesso sono deludenti, a me, come originalità in Hunger Games è piaciuto il primo ... al secondo ho messo stop! non mi è piaciuto ... mentre, saltando quelli che non ho visto, Il piccolo principe l'ho trovato dolce e davvero ben fatto rispecchiando bene la trama ... invece, il film di Edoardo Leo, che sinceramente trovo un bel tipo e anche bravo ... beh ... mi sembra appunto una storia già sentita, ma questo lo hai detto tu stesso. Sul resto non mi pronuncio.
    Ho cambiato indirizzo al blog. Se vuoi è http://round-back.blogspot.it/.
    Grazie a Presto. Stefania

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    1. Buondì Stefy e buona settimana anche a te!
      Cerco sempre di avere una certa linea coerente e di approfondire quasi tutto di un film per non confondere troppo e sono contento che sei abbastanza d'accordo con me, a parte qualcosina ovviamente ma più o meno anch'io sono dalla tua parte, soprattutto per quanto riguarda Hunger Games, continuato a vedere perché non mi piace lasciare le cose a metà anche se il vero motivo è Jennifer :D
      Perché hai cambiato? vabbé..comunque ti seguirò ugualmente, grazie a te, ciao ;)

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    2. Caro Pietro,
      un giorno vi racconterò di me ... non l'ho fatto fin'ora perchè non voglio attirare attenzioni nè fare la vittima o creare piagnistei ... purtroppo come tu mi insegni molti problemi del quotidiano devono risolversi con la sola nostra forza di volontà! ti abbraccio.

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    3. Ma ci mancherebbe, è solo che non capivo l'esigenza di cambiare nome al tuo blog, comunque io ci sono e quando vuoi puoi scrivermi, abbraccione sincero ;)

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  2. A me mediaset fa un po' incazzare ogni tanto.
    Io ho mediaset play (collegato a premium di mia suocera) e, tipo, lo stagista inaspettato l'hanno dato prima in chiaro che su premium non a pagamento.
    Mi prendete in giro?

    Comunque:
    Hunger Game mi sono fermata al primo, anzi, mi ha annoiato pure quello.
    Lo stagista inaspettato mi è piaciuto. Come dici tu, non è un super film, ma è onesto e fa passare quel paio d'ore come si deve.
    Stessa storia per Noi e La Giulia.
    Il piccolo principe invece mi rifiuto.
    :)

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    1. A me invece quasi sempre, dato che sono stato costretto a comprare la tessera per vedere la Champions...comunque io ho usufruito dei primi 3 mesi gratis di Premium Play, perciò ti capisco, e addirittura tra l'altro i due Hunger Games erano a noleggio...
      A non tutti può 'prendere' HG, è normale, ci sta. Ok gli altri due. In ogni caso perché ti rifiuti di vedere Il piccolo principe? Per paura di perdere la 'magia'? Comunque non è malissimo, anzi ;)

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    2. HG mi erano piaciuti i libri (il primo più che altro), ma il film proprio.
      Il piccolo principe invece, e so che andrò contro corrente, non mi è piaciuto nemmeno il libro. Boh. A me pare un po' che a tanti piaccia perché piace a tutti...

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    3. I libri sono un altro mondo, io infatti sono sempre più convinto che sono due cose totalmente diverse..
      A me piace proprio davvero Il piccolo principe perché è stato uno dei primi e anche uno pochi che ho letto, ed è anche molto riflessivo, comunque non è mica un problema se non ti piace ;)

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  3. Hunger games fa parte di quel cinema che veramente non reggo, al livello degli Avengers e degli XXX e dei Mission Impossible... film assurdi e fatti neanche bene. Edoardo Leo è il mio attore comico italiano preferito e gli perdono anche i passi falsi (Che vuoi che sia) o addirittura falsissimi (Loro chi?), mentre il primo Come ammazzare il capo era stupendo e si, mi sono divertito anche col secondo. Cosa per esempio riuscita meno al fenomenale Notte da leoni e i suoi poco acchiappanti seguiti...
    Mi manca Lo stagista inaspettato.. lo vorrei vedere... certo ultimamente prendo belle sòle.. come anche Sicario, dal quale mi aspettavo davvero tanto di più.. sarò mica uno scassacaxx troppo esigente?!? ;)

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    1. L'ultima frase mi pare giusta, sì lo sei :D
      Comunque condivido il tuo pensiero su Edoardo Leo e anche su Horrible Bosses, e in parte anche su i sequel de Una notte da Leoni :)
      Non certamente su Sicario, piccolo personale gioiellino...ma ognuno ha i suoi gusti ;)

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  4. Insomma, tante novità ma ha regnato la mediocrità.
    Hunger Games non ho mai manco voluto guardarlo per sbaglio; a leggere le tue recensioni mi sa che ho fatto bene: non ho voglia di guardare film soporiferi o brutti, che già ieri c'ho preso la sola al cinema XD

    Moz-

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    1. Beh sì, a parte qualcuno tutti abbastanza mediocri...comunque quando non attira meglio lasciar perdere :)
      Ah sì, ora vado a vedere e poi vediamo se è davvero una sòla ;)

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  5. ho visto "Lo Stagista Inaspettato" e "Noi e la Giulia", che non ero andata al cinema a vedere, ma che ero curiosa di vedere, e che ho apprezzato (più il primo del secondo...) avevo registrato anche Pan, del quale ero piuttosto curiosa, ma il maledetto MySky me l'ha cancellato, spero Sky me lo passi più avanti... comunque, mi piaceva questa iniziativa, e mi spiace sia stata sostituita dall'isola dei famosi, vacca gallina!

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    1. Beh Pan forse faresti meglio a lasciar perdere, anche se una visione la si può dare, ma basta non aspettarsi tanto..
      Sì infatti, ora dovremo aspettare alcuni mesi prima di rivederla..

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  6. Lo stagista inaspettato mi è piaciuto molto!😊 Invece ho solo apprezzato il primo film degli Hunger games, poi gli altri annoiano... Devo recuperare Pan. A presto!👋

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    1. Si lo so, lessi la tua recensione tempo fa :)
      La saga di Hunger Games è davvero strana in effetti, non sei l'unica a cui piace solo il primo e forse dovevano fermarsi lì...
      Di recuperarlo puoi Pan, però non aspettarti tantissimo altrimenti rimarrai delusa, ciao ;)

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  7. Di questi ho visto solo Come ammazzare il capo 2 ed hai assolutamente ragione: è migliore del primo. E' uno di quei pochi film che mi ha fatto ridere proprio di cuore, nonostante io non ami la volgarità così esplicita. Devo dire che molto è stato dovuto nel mio caso, ad uno dei tre attori (quello bassino che faceva lo stupido della situazione, per intenderci xD) che ho trovato proprio divertente.
    Anche io è un film che consiglio ed ho consigliato ad amici ^.^

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    1. Infatti, nonostante le parole o situazioni 'sconcie' fa ridere e diverte, comunque tutti e tre sono delle sagome ;)

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