sabato 30 luglio 2016

Gli altri film del mese (Luglio 2016)

Luglio è stato un mese intenso non solo per il caldo opprimente che ancora continuerà per tutto il mese di agosto, ma anche cinematograficamente con tanti titoli visti, di nuovi e di diversi generi. Ecco quindi i 12 film visti. Questione di tempo (About Time) è una delicata, raffinata ed emozionante commedia romantica del 2013 scritta e diretta da Richard Curtis, regista tra gli altri di Love Actually e I Love Radio Rock, e sopratutto sceneggiatore di Quattro matrimoni e un funerale, Notting Hill e Il diario di Bridget Jones, insomma una grande firma per un bellissimo film (andato in onda in prima visione su Italia Uno il 7 luglio). Film che narra di Tim, giovane e impacciato ventunenne interpretato da Domhnall Gleeson, che scopre dal padre di avere la possibilità di viaggiare a ritroso nella sua vita. Tim però non può cambiare la sua intera storia, ma può modificare i singoli avvenimenti per correggere il proprio futuro. Il ragazzo decide così di far tesoro di questo potere per incontrare l'amore, anche se non tutti i tentativi andranno a buon fine, specialmente i primi. Nel corso del film il ragazzo si troverà infatti a rivivere spesso gli stessi momenti assumendosi importanti responsabilità sui risvolti positivi o negativi delle vicende, cancellando spesso la linea temporale della propria vita e quando a un certo punto l'obiettivo diventa Mary, conosciuta in un ristorante al buio, e quando i giochi sembrano fatti, un errore nel passaggio temporale sembra rimettere tutto in discussione. Questa storia (un po') bizzarra ma gradevole ruota quindi intorno a Tim, il giovane protagonista della pellicola, che può fare qualcosa di straordinario, qualcosa che tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo sognato di poter fare (non ci stancheremo mai di fantasticare su questa possibilità), ovvero come il protagonista chiudendosi in un luogo buio e stringendo forte i pugni, Tim può tornare indietro nel tempo e rimediare ai propri errori o a quelli commessi da altri. Questo dono, tramandato da generazioni tra gli uomini della sua famiglia, consente all'esitante e impacciato ragazzo di conquistare nel migliore dei modi la sua futura moglie Mary e di realizzare che rivivere dei momenti passati come vorremmo non sempre conduce ad una vita perfetta. Nel bene o nel male dovrà però decidere cosa è meglio per lui e per la sua famiglia, spinto dal succedersi di avvenimenti imprevisti e che non riservano sorprese. I viaggi nel tempo, i paradossi temporali, la macchina per tornare indietro nella notte dei tempi o magari per vedere il futuro della nostra irrequieta umanità, sono tematiche che hanno sempre affascinato l'uomo e attratto la fantasia di autori e narratori di molta letteratura fantastica. Da parte sua il cinema non e' mai stato indifferente a questi stimolanti argomenti, trovando anche il modo di affrontare la materia in generi non strettamente e naturalmente indicati per queste tematiche, come per esempio questa bella commedia. Richard Curtis ovviamente, non scopre certo nulla di nuovo, ma se la trama non brilla per originalità, stupisce invece la rapidità e il modo con cui evolve, Curtis decide infatti di muoversi su un piano differente, Tim non è l'utilizzatore di una macchina del tempo alla Wells e neppure un americano alla corte di re Artù nato dalla penna di Mark Twain, i suoi sono piuttosto dei 'ritorni al futuro' il cui arco temporale ristretto consente al protagonista di tentare di sistemarsi la vita grazie alla consapevolezza acquisita in precedenza.

Comunque Questione di tempo regge meno sulla distanza, perché anche se tutti gli incastri narrativi funzionano (obbligando però talvolta lo spettatore a macchinosi ragionamenti) è come se si fosse dinanzi a un film diviso in due. La prima parte, grazie alla sorpresa narrativa e all'utilizzo che ne viene fatto, è decisamente brillante e inanella situazioni che divertono in modo intelligente. Da un certo punto in avanti prevale però la romantic comedy che vede rispettati tutti i suoi 'luoghi' più convenzionali. Anche in questa parte non mancano le accensioni, ivi compreso un possibile detour che potrebbe portare alla rottura della coppia, ma tutto finisce con lo scorrere su binari molto più definiti e noti. Tutto ciò però potrebbe non essere un difetto, anzi, proprio per questo, il film funziona. Perché se anche la trama è un po' fiabesca almeno per i 2/3 del film è vero che uno dei punti di forza di questa pellicola è senza dubbio la caratterizzazione dei personaggi. In tanti si possono riconoscere nel ragazzo imbranato che alle prime armi in amore ne combina un po' di tutti i colori così come splendidi sono i personaggi del produttore teatrale, lo zio del protagonista e anche il suo collega di lavoro. Ecco la figura del padre è quella più complessa (un'eccezionale Bill Nighy) e sfaccettata ed è un'altra delle cose migliori del film insieme al radioso sorriso della McAdams (bellissima e meravigliosa) che non deve fare molto altro. Come ogni famiglia poi, all'apparenza felice troviamo la figura della sorella che fatica a trovare una propria dimensione. Questione di tempo è comunque un film non privo di difetti, primo tra tutti la totale assenza di antagonisti, ma capace di far valere una sceneggiatura lucida e divertente che cattura nei dialoghi e solleva dalla banalità un film che altrimenti lascerebbe il sapore di qualcosa di già visto. Un film che dimostra (senza moralismi o spiegoni dal fuori campo) come per essere felici non serve avere il potere di viaggiare a ritroso nel tempo e di poter dunque cambiare il nostro presente, è sufficiente anche solo fingere di averlo. E quando un film riesce nel difficile compito di instillare con convinzione e genuinità un insegnamento davvero utile per migliorare la qualità della vita, possiamo anche permetterci senza vergogna di abbandonarci a quei "commerciali" bei sentimenti. Insomma morale della favola, non è possedere particolari poteri o ricchezza che ti fa felice ma essere circondato da affetti veri e avere una famiglia e un lavoro soddisfacente. Dunque, oltre a farsi portatore di un bellissimo messaggio, pregio ultimamente piuttosto raro, è piacevole e a tratti divertente. Infine completano il quadro di una pellicola senz'altro degna di nota, una buona recitazione (ricca di personaggi tutti bellissimi e simpatici e divertenti) e una bellissima colonna sonora, riuscendo a non concedersi nemmeno una scena noiosa, bensì a mantenere sempre alta l'ironia, la suspense e la concentrazione dello spettatore. Le atmosfere delicate e famigliari rendono l'emozione della storia leggera, fugace ma piacevole. Adatto a chi cerca un film delicato, tra la dolcezza, l'humor intelligente e il melanconico sentimento di irripetitività dell'esistenza.

Spring non è assolutamente un film horror ed etichettarlo in questo modo può trarre in inganno, non siamo infatti di fronte a scene di sangue o di terrore, non può definirsi tale quindi un film solo per aver proiettato qualche immagine cruenta (o a mio avviso disgustosa). Ma questo lo sapevo già, visto i film che Midnight Factory manda in onda (questo il 12 luglio, ovviamente su Rai4), ovvero thriller mascherati con sfumature decisamente dark, in tutti in sensi. Spring (del 2014) è difatti un film drammatico/sentimentale con scene di fantascientifico e soprannaturale. Il film, diretto da Justin Benson e Aaron Moorhead, racconta di un giovane uomo Evan (Lou Taylor Pucci), in crisi personale (la madre malata muore) che scappa dagli Stati Uniti per andare da qualche parte in Europa e, scegliendo una destinazione a caso, arriva in Italia, e più precisamente in Puglia, nell'idilliaca città di Polignano a Mare. Qui, vive una scintillante (e romantica) storia d'amore con una ragazza che però nasconde un oscuro (mostruoso) e primordiale segreto, che mette in pericolo sia il loro rapporto che la loro vita. Spring perciò è un film abbastanza atipico ma che nonostante la 'povertà', non tanto nella sceneggiatura (questo anzi è un pregio e una cosa originale), ma nei contenuti, sorprende e pur nella sua imperfezione riesce a farci sognare e innamorare almeno un pochino come solo le grandi storie riescono a farlo. Film con molti dialoghi ed interessanti, ma nello svolgimento delle azioni il film si dimostra appunto "povero", alle volte quasi come se i produttori non sapessero nemmeno bene loro cosa vogliono far trapelare o come vogliono proseguire. La durata è di 100 minuti, la maggior parte dei quali però utilizzati come premessa o come introduzione al tema centrale. Lo scopo è quello di far crescere la curiosità negli spettatori, ma ciò ha l'effetto opposto, cioè di raffreddarli, almeno personalmente ovviamente. Dopo infatti la scoperta traumatizzante del ragazzo, il film inizia a scorrere veloce, quasi a voler chiudere il prima possibile la pellicola. E l'esito positivo del film si giocava proprio sul come sarebbe proseguito dopo la imbarazzante scoperta, e la risposta che ci fornisce il film è a mio avviso banale e sbrigativa. Comunque va dato merito alla messinscena (di Benson), con le meravigliose riprese aeree (i droni offrono delle possibilità espressive incredibili), inquadrature 'morbide' su di una bellissima fotografia (di Moorhead) poco contrastata tutta giocata sui toni tenui. Girato a quattro mani, l'opera aggira i cliché, sfruttando e non subendo (ed era ora) le locations, lasciando che le parole creino un climax unico come nell'indimenticabile finale, prevedibile ma girato alla grande. L'Italia infatti è fotografata inaspettatamente in maniera realistica, anche considerando i soliti cliché che in ogni caso non mancano mai, ma il regista fa più delle produzioni hollywooddiane e nostrane in questo senso, girando il tutto in una Puglia da cartolina ma allo stesso tempo abbastanza veritiera (anche se in una scena sono rimasto sconcertato, ovvero quando il vecchio contadino dice che la terra è fertile grazie al vulcano, ma quale vulcano se stai a Polignano?). I due personaggi principali (tra cui la splendida Nadia Hilker) perfettamente abbinati hanno un approccio informale che rende la loro storia scorrevole ed interessante. Il film varia tra una parte di suspanse e una parte verbosa sentimentale sceneggiata in maniera intelligente e brillante. Tuttavia ci sono anche dei limiti, che vengono fuori maggiormente pensando alla parte fantascientifica che viene legittimata tramite spiegoni che non si incastonano perfettamente con il contesto. Comunque anche se all'apparenza il film ripropone, invertendo il tema de La Bella e la Bestia, è raccomandabile per gli amanti del romance con un pizzico di fantasia in più. Visionario, perso, suggestivo, un bel esempio di 'diversamente' horror (o love story, fate voi...), come vanno di moda oggi. Magari con una sceneggiatura più costante sarebbe stato meglio.

Affare fatto (Unfinished Business) è un esilarante e divertente film sul mondo della finanza del 2015 diretto da Ken Scott, regista di Starbuck: 533 figli e non saperlo e del suo remake (avvenuto due anni dopo, ne avevo già parlato qui) Delivery Man con Vince Vaughn, stesso interprete di questa pellicola. Il film scritto dallo sceneggiatore di The Weather Man e La ricerca della felicità (di cui questo è un po' il seguito, dato che anche questa e' la storia di un uomo che non si arrende), racconta la strampalata avventura che Daniel "Dan" Trunkman (sposato con Susan con due figli da mantenere), intraprende dopo che viene licenziato da Chuck Portnoy (Sienna Miller), CEO della Dynamic Systems in cui lavora. Egli infatti solerte imprenditore e senza troppi problemi decide di formare un nuovo team con altri due soci, Timothy McWinters (il gagliardo Tom Wilkinson), un signore anziano e prossimo al pensionamento e Mike Pancake (Dave Franco, fratello del più famoso James, da cui ha preso la sua risata stringata), un giovane alle prime armi e un po' ignorante. E dopo circa un anno, per concludere l'affare della loro vita, i tre decidono di andare dapprima a Portland dove incontrano l'investitore Jim Spinch e un vecchio amico Bill Whilmsley, di seguito in Europa, più precisamente in Germania, per stringere definitivamente "la mano". Ma per concludere un contratto, i tre avranno alcuni divertenti imprevisti, ritrovandosi alla fine contro i loro ex colleghi, Chuck Portnoy e Jim Spinch. Sembra la classica commedia americana (e forse lo è), ormai vista altre mille volte, ma nonostante ciò riesce a intrattenere grazie alle innumerevoli disavventure che (ovviamente) colpiranno i tre protagonisti, costretti a partire per un viaggio che presto si trasformerà in una avventura. Come era prevedibile infatti seguiranno tutta una serie di situazioni esilaranti (qualcuna anche molto imbarazzante) in cui succede di tutto, coinvolgimento in raduni, feste, mostre d'arte, proteste pacifiste, etc, situazioni viste sempre in chiave di scontro tra mentalità europea e americana. In contrasto con queste situazioni vanno avanti le storie private dei tre personaggi, tra le quali quella di Dan che deve far fronte all'iscrizione a una costosa scuola privata del figlio maggiore che è vittima di bullismo nella scuola pubblica. Per rendere il tutto più comico anche gli altri due membri della squadra sono particolari e serviranno (sul piatto d'argento) qualche battuta e qualche situazione simpatica che ci regala qualche sorriso. La commedia comunque riesce a rimanere di un certo livello grazie alla scarsa volgarità del linguaggio, anche se con qualche situazione "da censura". Un film quindi carino che si lascia vedere col sorriso. E' ovvio la particolarità che ormai caratterizza questo genere di film, che è l'avventura che vivono i protagonisti nelle loro diverse situazioni. In questo caso i tre imprenditori capitano a Berlino proprio nel periodo delle grandi feste come "Oktoberfest" e quindi passeranno notti di sballo e di divertimento al limite...che ovviamente finiranno nei guai come quasi in tutti i film. Una discreta pellicola perciò, con un finale che riesce a colpire e a fare apprezzare il delicato intreccio serio-comico di un film che consiglio di vedere ma assolutamente non ai minori.

Ten Thousand Saints (anche conosciuto con il titolo di 10,000 Saints) è un film drammatico (abbastanza anonimo e insulso) del 2015 diretto e sceneggiato dai coniugi Shari Springer Berman e Robert Pulcini, registi di American Splendor, che ottenne una candidatura come miglior sceneggiatura non originale ai premi Oscar 2004, e negli anni seguenti dirigono i film Il diario di una tata e Un perfetto gentiluomo, mentre nel 2011 ottengono numerose candidature ai premi Emmy per il film televisivo Cinema Verite. Il film, basato su un racconto di Eleanor Henderson, è quello che si dice "un film di formazione", in particolare di quella del protagonista Jude, un adolescente (problematico che vive con la madre adottiva nel Vermont), che dopo la morte per overdose del migliore amico Teddy (con cui "si fa" con qualsiasi cosa trova a portata di mano), si trasferisce a New York, dove vive il padre hippy Les. Qui incontrerà Johnny, fratellastro di Teddy, e soprattutto Eliza (caotica ragazza dei quartieri alti), una ragazzina rimasta incinta (di Tommy, incontrato poco prima di morire), figlia peraltro della donna con cui il padre di Jude ha una relazione. Corre l'anno 1987 e sullo sfondo di una città fatta di droghe, punk e adulti che non vogliono crescere, il ragazzo lotterà per costruirsi una propria identità. Il film è perciò lento e abbastanza noioso ma anche controverso e irritante che comincia negli anni 70 dove Jude e' un bambino che viene a scoprire direttamente dal padre Leslie, senza alcun "filtro", che aveva messo incinta una vicina (e a causa di ciò si doveva l'ennesima sfuriata della madre che l'aveva cacciato di casa) e, per di più, nello stesso "colloquio", che lui (Jude) era stato adottato. Dieci anni dopo, Jude oramai adolescente, dopo la tragedia e con il desiderio di riunirsi al padre (che ha abbandonato la famiglia quando lui aveva solo nove anni), la madre, preoccupata per il figlio decide di mandarlo a vivere appunto col padre a New York. Un padre irritante e stucchevole, che non esita a chiedere e offrire "erba" al figlio, altresì irritante e stucchevole con quel ciuffo di capelli che gli scende sul naso (che almeno per metà film esibisce). Degni di menzione negativa i dialoghi, spesso poco credibili e poco interessanti come la storia, avulsa e per niente coinvolgente, nonostante succedano molte cose (troppe forse). Piuttosto "finti" risultano anche gli ambienti, in particolare la New York con zone invase da senzatetto destinati, non senza contestazioni, ad essere spazzati via dalle amministrazioni di li' a venire. Solo sufficiente mi sono sembrate le interpretazioni dei personaggi femminili, in particolare quella di Eliza (Hailee Steinfeld). Insomma un film che pareva qualcosa di buono ma che alla luce dei fatti mi ha lasciato alquanto deluso. Discrete invece le musiche, al contrario appunto del film, che potete quindi anche perderlo.

The Perfect Guy è uno di quei classici thriller per la televisione, in questo caso statunitense, di stalking e ossessione verso le donne. Una trama vista probabilmente tante volte ma qui al contrario dei classici o di tante altre pellicole simili ("Obsessed", "David the stepfather", "Ossessione omicida"), c'è una certa originalità, non propriamente nel racconto, ma nel modo in cui viene raccontata e per alcuni ribaltamenti di ruolo davvero accattivanti e imprevedibili ad un certo punto, non ovviamente per quello dello psicopatico che non si discosta tanto da altri suoi simili. Comunque la pellicola racconta di Leah Vaughn, che sembra avere una vita ideale, gode infatti di una stimolante carriera e ama, ricambiata, il fidanzato Dave. A 36 anni Leah (Sanaa Lathan, classica e sensuale ragazza tutta curve di colore) si sente pronta per il matrimonio e le famiglie di entrambi sembrano felici, ma Dave (Morris Chestnut, classico omone palestrato) non è sicuro del passo. La sua fobia verso gli impegni e i suoi numerosi dubbi lo portano a rompere dolorosamente la relazione. Quando poi all'orizzonte appare il tenebroso Carter Duncan, Leah crede di avere trovato l'uomo perfetto (premuroso, romantico e focoso amante sotto le lenzuola), ignara però di come questi diventerà il suo peggiore nemico, perché basta un piccolo incidente a scatenare la sua vera natura, e di punto in bianco il principe azzurro tira fuori uno sconcertante lato oscuro che costringe Leah a prendere le distanze. Ma Carter non accetta di essere messo da parte e inizia una meticolosa e fastidiosa opera di stalking. Va detto che la trama comunque non eccelle in originalità, non aggiunge niente di nuovo, forse di diverso, dato che questo triangolo amoroso (diciamo) è interpretato da tre personaggi di colore, ma non è tutto perché il film (del 2015) dopo aver seguito la solite routine che è uguale a quella di tante altre pellicole, nei primi 30 minuti infatti si effettua un'introduzione e il cattivo (in questo caso Carter) inizialmente appare, appunto, come il ragazzo perfetto, nei successivi 30 minuti ovviamente il ragazzo non è più così perfetto ma inizia ad apparire strano fino ad essere etichettato come "anormale", infine nell'ultima mezz'ora (abbastanza prevedibilmente), il tutto degenera e si passa dall'insistenza delle telefonate agli omicidi, per arrivare in modo diverso, dato che lei diventa da preda a predatore e che in tutta fretta si arriva (con un escamotage accattivante) alla resa dei conti finale. Comunque a parte qualche situazione interessante, scene di vera tensione non ce ne sono e le poche sono anche prevedibili, però le interpretazioni dei tre attori, sopratutto Michael Ealy (belloccio dagli occhi azzurri), che offre una immedesimazione convincente nei panni di un psicopatico sono buone. Lui in queste vesti è stato ottimo nella terza stagione di The Following, e quindi appare veramente in parte. Siamo però con questo alle solite del genere, buoni attori, buona coreografia e un'idea di base da vero thriller interessante, ma manca sempre quel pizzico di classe e paura, e a volte viene meno l'effetto sorpresa ma "The Perfect Guy" è comunque una pellicola che scorre veloce e che non annoia, anche se potreste rimanere delusi alla fine. In definitiva però è un film che possono vedere tutti, e con una buona musica di accompagnamento (nelle due versioni buoni e cattivi), è sufficientemente gradevole.

I protagonisti di Torno indietro e cambio vita, commedia del 2015, sono una coppia di coniugi, interpretati da Raoul Bova e Giulia Michelini, i quali stanno attraversando un periodo di profonda crisi e pertanto la moglie ha deciso di lasciare il marito per un altro uomo. Non essendo quest'ultimo dello stesso parere in quanto ancora molto innamorato della consorte, al fine di non volere mai più soffrire in futuro così tanto per un tale tipo di abbandono, desidererebbe ardentemente tornare indietro nel tempo e riuscire così di evitare di conoscere e mettersi insieme a quella che sarebbe poi diventata la propria futura moglie. In seguito ad un incidente stradale e ad una sorta di "incantesimo" il desiderio si avvera ed il protagonista, insieme al suo carissimo amico (Ricky Memphis), riesce a ritornare indietro negli anni, e precisamente agli anni '90, all'epoca del liceo e dell'incontro con la futura moglie. Da qui si succederanno una serie di avvenimenti più o meno importanti ed esilaranti. Eccoci di fronte a un film che merita due giudizi ben distinti. Se considerato infatti in termini assoluti, "Torno indietro e cambio vita" è da bocciare senza remissione di peccati, perché, ammettiamolo, è ben poca sostanza e ancor meno comicità. Se considerato però all'interno della modesta filmografia vanziniana, siamo di fronte a una delle migliori pellicole del figlio del grande Steno. E questo nonostante il soggetto abusato del film, cioè il salto temporale all'indietro (od anche al futuro) in modo tale da poter cambiare il proprio destino. Un soggetto ampiamente e precedentemente trattato nella cinematografia italiana e sopratutto straniera, ma usato in modo banale, poiché quest'opera risulta non solo, ovviamente, irreale ma anche piuttosto superficiale e semplicistica nel presentare la vicenda in se. Anziché distaccarsi appunto dal "già visto" e creare un prodotto con qualche spunto originale, il film rimane completamente in superficie raccontando situazioni ed avvenimenti scontati di cui si intuisce già in precedenza lo svolgersi e la conclusione. Il regista sicuramente ha voluto girare una pellicola leggera e tesa ad essere soltanto un puro e semplice intrattenimento tentando il consueto recupero della vena nostalgica, tuttavia annacquandola in un storiella all'acqua di rose (con lieto fine imposto per regio decreto) che ha il sapore acidulo del già visto o dello scaduto. Qui infatti la banalità e la superficialità risultano tali da non lasciare intravvedere alcuno spiraglio, se non di originalità, almeno di ironia sottile e gag intelligentemente esilaranti. Gli attori svolgono il compitino, o almeno ci provano. Bova è fuori parte (come sempre in certi tipi di film), Memphis va ingrigendosi nelle parti di "bruttino con anima+sentimento" ma ogni tanto fa ridere, la Michelini sbraita (troppo e male), si muove senza controllo, stavolta non ha uno Zalone a limitarne il furioso (e curioso) estro, gli altri così così, più che personaggi, stereotipi tagliati con l'accetta, nonostante un divertentissimo Max Tortora, l'unico minimamente salvabile. Il film si è rivelato perciò una commedia, sì carina, a tratti spassosa, ma niente di che. Bello tornare agli anni '90, questo sì, i motorini, le ricerche sugli elenchi telefonici, etc, la trama però è fin troppo semplicistica e scontata ed il finale (francamente) evitabile, perché se tutto il film mi ha lasciato abbastanza indifferente, il finale mi ha veramente deluso. Troppa sufficienza, c'è la risata, le scene romantiche ma una volta finito, non lascia nulla. L'idea alla base del film quindi era molto intelligente, la trama però si è rivelata una delusione. Peccato, come anche la colonna sonora, che in film dove si viaggia al passato il regista poteva limitarsi al copia e incolla della hit parade dell'anno di destinazione, mentre Vanzina opta stranamente per musichette pop orecchiabili di oggi, sbagliando. Non mancano ovviamente scene o situazioni sciocche e insulse, come la scena (tecnica o metodo) del viaggio nel passato e ritorno che è tecnicamente una becerata, brutta ma tanto. E poi una curiosità, la schedina con i risultati consultati da Claudio sono letti nel modo sbagliato (al contrario), la schedina quindi non poteva essere vincente, e invece..che errore madornale. Nonostante perciò la felice intuizione, il film ha il sapore di un'occasione (decisamente) mancata, anche se non priva di delicatezza e godibilità nonostante si resti comunque al di sotto della sufficienza.

Intruders è un horror soprannaturale del 2011 con Clive Owen, andato in onda in seconda serata il 14 luglio su Italia Uno. La pellicola diretta da Juan Carlos Fresnadillo (regista di Intacto e 28 settimane dopo), uscita direttamente per il mercato dell'home video, presenta una buona e imprevista trama, all'inizio però si ha la sensazione di un film già visto e del solito horror ma ci sarà un importante colpo di scena, comunque non tanto spiazzante ma sicuramente interessante. La storia è quella di due famiglie che parallelamente si trovano a dover combattere con il soprannaturale. Entrambi i rispettivi figli sembrano essere spaventati ad un'entità che li perseguita. "Senza Faccia" fa loro visita per fargli del male. Ma chi è? Sono solo allucinazioni o si cela davvero qualcosa dietro questo "personaggio senza volto"? C'è qualcosa che lega i due bambini e le famiglie? Secondo Fresnadillo, Intruders riflette il suo amore per il più oscuro universo visuale, per quei demoni che sono sepolti nel nostro subconscio. Tuttavia, più che un semplice horror soprannaturale, il film è un intenso dramma psicologico che ha come tema centrale la famiglia, piuttosto che concentrarsi su gli spiriti maligni fa leva sulla paura che cresce in queste famiglie apparentemente normali e felici dove i bambini sono visitati da entità sconosciute e questo non è una cosa positiva, dato che il risultato non è affatto tra i migliori. Girato tra Londra, Madrid e Segovia, il film vanta un buon cast, con Clive Owen, Carice van Houten (Black Book) e Daniel Brühl, divenuto una superstar grazie alla prova attoriale sostenuta nel Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino. E' comunque un film carino, anche se inizialmente sembra troppo sconclusionato e non si capisce dove vada a parare. Il film, che poteva essere un pochino meno "lento" e avere più scene con senza faccia, (quest'ultimo non brilla per originalità è in apparenza un uomo senza volto), se non fosse stata per la brillante e interessante spiegazione/conclusione del film, ci saremo trovati davanti il solito horror con tutti i pro e contro che questo comporta. Si poteva infatti fare qualcosa di più originale, inoltre il film non mi ha fatto paura, e si poteva fare di meglio anche da questo punto di vista, il film non gode neanche di una vera e propria soundtrack o inquadratura particolare, la figlia di Clive Owen nel film (un incrocio tra Olivia Wilde e Olga Kurylenko) è bravina e lui anche. Mi aspettavo di più...ma è un bel film, con risvolti psicologici interessanti, certo però che il regista non è in grado di far troppo la differenza da altri simili, soprattutto per alcuni cali vertiginosi che arrivano proprio sul più bello. Siccome la pellicola si snoda su due frangenti paralleli per buona parte della sua durata, finisce col penalizzare parzialmente la narrazione, ma nonostante questo la storia sa toccare le corde giuste, soprattutto perché nella vita non vi è nulla di più sacro dei bambini, e ciò porta quindi ad una sorta di inevitabile, e fruttuosa, immedesimazione. Si respira quindi una più che discreta tensione, il clima di incertezza è ricreato con buona abilità, i minuti scorrono e la sensazione di disagio cresce in maniera esponenziale, però, purtroppo, c'è un pesante "però". La parte conclusiva, che da un significato concreto alla doppia narrazione (che quindi assume un significato importante), è fin troppo fiacca, una risoluzione senza un minimo di nervo, deludente nonostante il richiamo ben ricamato col resto della storia. Così quando serviva il colpo d'ala definitivo arriva invece un "harakiri" che debilita un film altrimenti ben costruito. Un peccato mortale che non distrugge tutto il film, ma che comunque lo penalizza alquanto. Rimane un prodotto "horror" onorevole che sa coinvolgere parecchio, ma che si dimentica l'abc delle regole della paura proprio sul più bello. Non sarà perciò di certo uno dei migliori film del genere ma merita una visione anche grazie al principale e forse unico pregio di avere un piccolo grande e significativo risvolto nella trama, ma al termine della pellicola si è tuttavia a mio parere discretamente soddisfatti di averlo visto, anche se inevitabilmente incompleto.

Che cosa aspettarsi quando si aspetta (What to Expect When You're Expecting) è un commedia corale (del 2012) sulle gioie e i dolori della gravidanza, della maternità e della paternità. Il film (andato in onda il 9 luglio in prima visione su Canale5), diretto da Kirk Jones, è ispirato ad un famoso manuale anglosassone dall'omonimo titolo, che presenta una serie di situazioni più o meno approfondite (una guida per futuri genitori, che dà informazioni sulla gravidanza ai futuri genitori dal concepimento fino al post partum), con la costante del sentimento e dell'ironia. Il film (non proprio adatto a tutti, dato che anche se simpatico l'argomento è indubbiamente specifico), che vanta un cast stellare, tra gli altri, Elizabeth Banks, Cameron Diaz, Anna Kendrick, Chris Rock, Brooklyn Decker, Jennifer Lopez, Rodrigo Santoro, Chace Crawford e Matthew Morrison, segue le vicende di cinque coppie alle prese con le gioie e le problematiche della gravidanza (se ancora non l'avevate capito) e dei timori nel diventare genitori. C'è chi adotta, chi partorisce e chi perde un bambino e per ogni donna che soffre o gioisce c'è un uomo a volte confuso o smemorato, perplesso ma volenteroso. Il film comunque tratta più punti, grazie soprattutto alle varie e diverse vite di ogni coppia, le gioie e i dolori dettati da una gravidanza, le difficoltà di prepararsi ad un evento che cambia inevitabilmente la vita, gli scontri tra idee contrastanti, il tema dell'adozione in modo piuttosto approfondito e l'aborto, inteso solo come naturale e non artificiale. Le vicende, sebbene abbiano in comune tutte la gravidanza, hanno 5 diversi sviluppi non proprio tanto realistici, anzi, la sceneggiatura tratteggia in maniera superficiale personaggi e situazioni, e peggio ancora non tralascia di cospargere molte scene di pesante retorica buonista. Le differenti problematiche riguardanti il periodo della gravidanza vengono raccontate in maniera piuttosto banale, sia nei pochissimi momenti seri sia quando si vorrebbe cercare di far ridere. Le vicende riguardanti le varie coppie poi sono legate da un filo narrativo sottilissimo, non tutte le storie difatti appaiono appassionanti o ben strutturate, il sentimentalismo nel finale prevale, e anche se in alcuni momenti si riesce a sorridere un po' grazie ad alcune battute al vetriolo affidate soprattutto al cast maschile, non tutto convince. La sensazione sgradevole è che si sia adoperata la tematica per costruire una serie di situazioni e scenette da commedia senza avere un quadro totale di cosa si stava realizzando. Il regista, mette in scena il tutto con poca convinzione, puntando su una confezione stereotipata e così in grado di abbracciare il pubblico più ampio. Alcuni guizzi di regia e una sana "cattiveria" nella messa in scena di almeno un paio di momenti sarebbero stati un notevole tonico per il film. Se Che cosa aspettarsi quando si aspetta non risulta una totale delusione è dovuto al fatto che, il cast di attori è davvero di buon livello, e nella recitazione non delude, tanto che il buono del film è dovuto molto alle ottime interpretazioni. Sì perché la sceneggiatura non da alla pellicola un'idea di vera commedia, le battute comiche sono ridotte al minimo e quelle davvero divertenti sono poche, anche le scene che dovrebbero strappare le risate lasciano a desiderare. Parlo ovviamente di Chris Rock (e dell'irresistibile figlio imbranato), che si riserva una particina piccola ma esilarante, e della troppo sottovalutata Elizabeth Banks, vera e propria mattatrice del lungometraggio con la sua vena comica sfrontata e umana. Male, malissimo Cameron Diaz, e stranamente poco incisiva anche Anna Kendrick, di solito convincente quando si confronta con la commedia dolceamara. Il film pur non essendo un capolavoro del genere a cui appartiene, ha i suoi bei momenti e si lascia guardare scorrendo abbastanza veloce e compiacendo quel tipo di pubblico che apprezza l'argomento in questione, che si emoziona senza difficoltà o che ha provato almeno una volta nella vita la gioia di diventare genitore. Sfruttando la scia di altri prodotti corali, questa commedia si rivela perciò assemblata con scarsa ispirazione, e la professionalità di alcuni consumati caratteristi non riesce a salvare del tutto il prodotto dal peggiore dei difetti quando si tratta di cinema leggero: la prevedibilità. In ogni caso, anche e nonostante, una vaga e sottile vena ironica presente solo di tanto in tanto nella narrazione, la sua capacità d'intrattenimento non è male. Non siamo di fronte ad una di quelle commedie altamente esilaranti (si ride pochissime volte infatti, ma buone) poiché prevalgono soprattutto le buone intenzioni del regista di far funzionare il tutto più su un livello emozionale che comico, ma in fondo, va bene così. La presentazione e la tentata prova di commedia rende il film appena discreto, a tratti anche gradevole ma tutto sommato un po' inutile perché troppo adagiata nel solco di battute e trame fin troppo scontate. Da vedere comunque.

Ruth & Alex: L'amore cerca casa (5 Flights Up) è una commedia immobiliare (testualmente così definita) che racconta anche la storia d'amore di una coppia interrazziale, che dura da oltre quarant'anni, da quando Alex ha varcato la soglia della nuova casa a Brooklyn, con Ruth in braccio, appena sposi, come vuole la tradizione, per poi viverci felicemente, lui pittore talentuoso e lei insegnante, riempiendola di oggetti e rendendola sempre più confortevole. All'inizio del film Ruth è in pensione ma vivacissima e piena di interessi (perfetta nel ruolo Diane Keaton), Alex (uno straordinario Morgan Freeman) superate alcune difficoltà sociali, con il cambiamento dei gusti delle nuove generazioni, non dipinge più tanto per mestiere, ma ha conosciuto la notorietà e ha fatto tanta esperienza di vita, da sprigionare buon senso, serenità e amore per Ruth e per il cane Dorothy che rimpiazza i figli che non hanno potuto avere. Comincia, però ad affiorare il problema dei cinque piani di scale ripide che in prospettiva non sono l'ideale per una coppia matura e, visto che la rivalutazione del quartiere è stata notevole, potrebbero vendere la loro casa molto bene e prenderne una a Manhattan, più comoda, con ascensore. Di tutta la faccenda si incarica Lily (una ipercinetica Cynthia Nixon), una scatenata nipote che fa l'agente immobiliare. In pochi giorni le stranezza delle visite aperte che riempiono la casa di persone che per diritto esplorano ogni angolo, l'assillo della modalità di vendita all'asta (fare un'offerta cui in tempi stretti deve seguire la decisione dei venditori) la vita dei nostri perde i ritmi e svela un cinismo che Alex, in realtà poco convinto, prevedeva. Ma un'attentato terroristico rischia di abbassare il valore degli immobili e le decisioni potrebbero prendere altre strade. In apparenza il film (del 2014) sembra una commediola dagli "usati sicuri" (Keaton e Freeman) e potrebbe essere una piéce teatrale (tratto, in realtà, da un romanzo), ambientato in poche stanze e qualche fugace esterno newyorkese, ma nonostante la leggerezza del film, in realtà la pellicola distribuisce parecchi sgradevoli pugni nello stomaco, subito si ammala di brutto l'adorata cagnolina e il taxi che la deve portare in clinica resta bloccato in un immenso ingorgo tra i lamenti della bestiola (chi possiede un animale non penso che si diverta a questa scena). Intanto un 'terrorista' minaccia di far esplodere una bomba nel centro della città (argomento al momento molto spinoso). Nel frattempo che il cane guarisca e che il terrorista venga arrestato passano 90 minuti in frenetiche e angoscianti trattative per vendere la casa e acquistarne un'altra, con un viavai di potenziali acquirenti cinici e disturbati che dovrebbero rappresentare lo specchio della società. In mezzo a ciò flashback del passato dei protagonisti: mancata maternità, discriminazione razziale, difficoltà a trovare lavoro. Il film fotografa in maniera realistica una generazione che accarezza l'idea del cambiamento per puro snobismo, senza necessità né convinzione ideologica. Il film stesso è un'opera in cui ciò che accade non è mai dettato da necessità narrativa ma soltanto da puro ozio creativo. Costruito con delicatezza e un pizzico di furbizia per meglio commuovere e meglio favorire l'identificazione dello spettatore comune, ruota incessantemente attorno al denaro, al suo conteggio particolareggiato, per poi alzarsi "nobilmente" al di sopra dello stesso e abbracciare la filosofia della stasi e della conservazione a oltranza. Morgan Freeman e Diane Keaton sono perfettamente in parte, comodi come a casa propria, ma, specie sullo schermo, credibilità e verità non sono per forza sinonimi. Un film perciò piacevole e leggero (forse troppo), una storia semplice e lineare, dai dialoghi ben costruiti e situazioni che coinvolgono lo spettatore nella ricerca di una nuova abitazione difficile da trovare. In realtà la ricerca è quella dell'accettazione di una anzianità scomoda ma inevitabile che però gode di una condivisione profonda dell'amore di sempre. I coniugi, sostenendo a vicenda i loro desideri con sentimenti di grande affetto e complicità, trovano la soluzione più ovvia continuando a vivere "su e giù per le antiche scale". Il problema è che non c'è dramma, non c'è climax, nel quieto dispiegarsi delle loro certezze, che stanno tutte fra le quattro pareti dove hanno sempre vissuto, dove forse vogliono morire. Il finale infatti lascia tutto come prima, si continua a vivere nella vecchia casa finché il cuore non cede. Se non fosse per i due attori vi consiglierei di lasciar perdere perché in fin dei conti è un film quasi inutile anche se bello e interessante. Solo grazie alla loro recitazione che sottrae più che complicare, rendono i fatti, non speciali, seguibili con empatia, anche grazie alle piccole sotto-trame che alzano il potenziale di attenzione di quei pochi giorni, soprattutto una emergenza sanitaria che colpisce il cane e preoccupa la coppia, al punto da riacquistare una nuova coscienza di chi sono e che hanno fatto e della vera scala delle priorità affettive, come quelle dei ricordi della loro vita, che pochi e garbati flash-back mostrano. Un film perciò furbo ma godibile.

True Legend (letteralmente: Vera Leggenda) è uno spettacolare film wuxia del 2010 diretto da Yuen Wo Ping (coreografo di arti marziali in Matrix, La tigre e il dragone e Kill Bill) e vanta un cast di tutto rispetto (tra cui Michelle Yeoh). Il film andato in onda in prima visione in esclusiva assoluta (poiché mai approdato al cinema) l'otto luglio scorso su Iris, durante una delle tante rassegne filmiche del canale televisivo, è stato il primo lungometraggio realizzato in 3D nella Repubblica Popolare Cinese. La pellicola, girata tra i monti Huangshan, le cascate di Hukou e le tipiche abitazioni in stile hui della provincia di Anhui (in Cina ovviamente), è un'opera di culto per gli appassionati di Mixed Martial Arts (combattimenti con lame e acrobazie aeree mozzafiato), ma purtroppo nonostante le premesse, un budget di 20 milioni di dollari, e nonostante sia un genere che personalmente mi piace, il risultato è davvero inconcludente e inconsistente nonché quasi pessimo. Comunque True Legend narra la storia di Su Can (Chiu Man Ceuk) stimato eroe di guerra, che si ritira dall'esercito per condurre una vita tranquilla insieme alla moglie e al loro bambino. Anni dopo suo fratello (fratellastro a dire il vero) Yuang, dopo alcune divergenze e alcuni fatti mai del tutto chiariti (una lunga ed oscura storia di famiglia), ritorna sotto sembianze mostruose deciso a vendicarsi proprio di Su e della sua famiglia. Ma dopo un duro attacco subito, dove Su e la moglie riescono a salvarsi, il figlio viene rapito da Yuang. Anni dopo proverà a tutti i costi a riprenderselo ma non sarà affatto facile. Il film, di notevole spettacolarità, com'è consuetudine è intriso di combattimenti acrobatici e frenetici, piroette circensi e svolazzamenti antigravitazionali. Ovviamente è quello che ci si aspetta in questi tipi film, ma in questo sopratutto, c'è troppo di tutto e poco di niente. Ovvero, possiede splendide ambientazioni, sia naturali che d'interni, i costumi sempre perfetti oltre che la spettacolarità d'insieme, ma latita (e molto) nella trama e nella recitazione, palesemente farsesca, colpa probabilmente del doppiaggio (di quei geni di Mediaset) che evidenzia tante lacune, su tutto un bambino (il figlio di Su che ad un certo punto il padre lo assegna al maestro) che si merita tutto il peggio di questo mondo, sì perché inutile, piagnucoloso, inopportuno. Comunque il film, come il finale, non è un granché, ricorda troppo altri film del genere già visti, ed è un neanche troppo dissimulato riscatto propagandistico patriottico anti-occidentale, in cui gli occidentali appunto sono descritti in maniera becera ed offensiva, accentuato dal fatto che il protagonista li elimina uno ad uno nonostante il suo stato alterato di coscienza da alcool. Senza dimenticare lo sviluppo della storia, suddiviso in tre capitoli quasi del tutto scollegati tra loro, parecchio imbarazzante come cosa. Ovviamente le sequenze d'azione sono tutte da antologia, spaziando dal wuxia al realismo (all'iperrealismo surreale) dei film di Kung-fu con la massima disinvoltura. Ottime inoltre le scenografie, paesaggistiche e fantasiose, che mostrano un forte contatto con la natura ed effetti visivi di elevata spettacolarità. Come detto la fase conclusiva è sconclusionata, distanziandosi bruscamente dal prologo e dalla parte centrale in linea col wuxia delle grandi produzioni asiatiche dell'ultimo decennio, e questo improvviso cambio di rotta, finisce per togliere un po' di coerenza e di atmosfera al film, anche se una gradita sorpresa la fa David Carradine, alla sua ultima apparizione prima della sua misteriosa morte. Quindi nonostante sia un film interessante, e nonostante la simpatia che nutro in genere per i film cinesi, non mi sento di espormi nel ritenerlo valido, ma appena sufficiente. Consigliato solo agli appassionati.

Reclaim: prenditi ciò che è tuo, è un thriller americano del 2014 che vede tra i protagonisti John Cusack, attore molto bravo che nonostante sia stato probabilmente il motivo principale per cui ho visto questo film, non riesce a dare carattere e incisività a un personaggio insolito per lui, ovvero quello del 'cattivo' e quindi abbastanza deludente, come in parte il film stesso. Il film, andato in onda su Rai2 il 23 luglio, è la storia di una sporca truffa, un raggiro del peggior tipo, di quelli che giocano con i sentimenti umani più profondi e delicati, come l'amore materno, e che sfruttano meschinamente l'infanzia abbandonata. Nina ha sette anni, e viene da Haiti, ha perso la madre nel catastrofico terremoto del 2010, ma qualcuno l'ha soccorsa, e l'ha portata via. Purtroppo è capitata nelle mani sbagliate, l'hanno infatti salvata solo per poterla usare come esca, nell'ambito di un affare che può fruttare davvero molti soldi. Anche Steven e Shannon ci sono cascati, sono due giovani coniugi di Chicago che, per adottare un figlio, si sono rivolti a quella che credevano un'associazione umanitaria e che, invece, è una banda di criminali senza scrupoli. Hanno scelto Nina, e sono finiti in una terribile trappola. Inizia così uno dei tanti action movie americani che intendono unire l'adrenalina alla denuncia sociale, cercando forse in quest'ultima un alibi che distragga l'attenzione dai puri fini commerciali. Ogni anno 1,2 milioni di bambini sono oggetto di traffici, così difatti recita il testo di chiusura, un invito perciò a stare all'erta che suona come la morale della solita favola dal contenuto avventuroso e dagli intenti didascalici, una storia che spiega i pericoli del mondo con dovizia di esempi crudeli, salvo poi far balenare, nel lieto fine, la meritata ricompensa per i buoni ed una sonora lezione per tutti i cattivi. C'è molto di super-eroico nell'impresa dei due protagonisti (per riavere indietro la loro bambina), che riescono ad evitare i proiettili di sparatori provetti, a sfidare la legge di gravità sul filo dei secondi, ad affrontare acrobatici inseguimenti in auto degni di un videogame. La tensione sale unicamente in virtù dell'effetto meccanico della velocità e di quello psicologico della vertigine, mentre il dramma può contare soltanto su qualche piccola, convenzionale finestra aperta sul rimorso per una fatale bevuta di troppo, o sul rimpianto per una felicità svanita in un tragico schianto, con un paio di tiepidi scorci di romanticismo televisivo che, per un attimo, sospendono la rapida evoluzione verso la frenesia del finale. Nell'avviarsi alla conclusione, il racconto si stacca funambolicamente dalla realtà per farsi, nel contempo, inverosimile e prevedibile, confezionato con la precisione ritmica che serve le emozioni al momento giusto, proprio nell'istante in cui le aspettavamo, e ci trova dunque disposti ad accoglierle con il classico sospiro di appagante sollievo, perché è quello che volevamo in effetti. Comunque dopo aver visto il film, posso solo dire che Cusack non è affatto bravo nella sua parte, sciancato, gobbo, stile da vecchio e quella faccia non ce la fa proprio ad incutere timore (almeno personalmente). Per il resto ovviamente già detto, buono il ritmo, discreta la tensione, qualche imprevisto gradevole, con annesse una recitazione tanto "telefonata" quanto stucchevole, alcune "americanate" evitabili e scene di brevi piagnistei evitabili. Tutto sommato però è un film per buona parte riuscito. Un thriller comunque interessante, meglio di tanti altri.

All Cheerleaders Die è un intrigante, eccitante e magico (decisamente soprannaturale) film horror statunitense del 2013, diretto da Lucky McKee (presentato al Festival di Toronto quell'anno). Il film, andato in onda su Rai4 il 26 luglio (sempre tramite il ciclo Midnight Factory), è il remake di un film del 2001 con il medesimo nome e del medesimo regista. All Cheerleaders Die è difatti l'ulteriore passo avanti del regista in un mondo matriarcale, con le sue leggi, i suoi miti e le sue ritualità, votato a un sanguinario conflitto con tutto ciò che gli è esterno, non certo perché esso sia un mondo governato dalla violenza, ma perché ha dovuto imparare a difendersi. Infatti dal primo all'ultimo dei suoi film, Lucky McKee è rimasto sempre strettamente fedele alla descrizione del Femminile non soltanto come una categoria dell'esistente ma come una specie di entità trascendente, qualcosa di superiore e di completamente estraneo rispetto all'Uomo, un universo a parte. Come per esempio l'omosessualità femminile, un must nel cinema di McKee ma non certo con un valore semplicemente voyeuristico. Le sue protagoniste (anche in questo film) hanno rapporti sessuali e affettivi tra loro perché questo ribadisce la loro cesura rispetto al resto, all'esterno, a tutto quello che non rientra nel raggio della loro autonomia. Comunque nella situazione di partenza di All Cheerleaders Die, c'è il tema, che può sembrare semplice e banale (e lo è, e ciò mi da un po' fastidio), dell'opposizione tra i ragazzi della squadra di football e le ragazze cheerleaders del liceo. Si disputa infatti su quale tra i due schieramenti sia più abile, su chi riesca a compiere le imprese atletiche più difficili. Uno scontro che il regista pone come una faccenda molto seria, al di là della levità del racconto che sembra acquistare qualche volta i toni della commedia. Un conflitto, appunto, (un aspetto centrale, fondamentale, molto sottolineato del regista) che acquista sempre più forza dopo la morte accidentale di Alexis (Felicia Cooper) all'inizio del film. Alexis è il capo, la guida, la reginetta (stronza e bastarda) del liceo, ha successo con tutti, donne e uomini e sa convogliare la sua forza femminile verso la realizzazione di qualunque scopo. La sua morte in diretta, registrata dalla videocamera dell'amica/amante Maddy (Caitlyn Stasey), apre il varco agli eventi successivi che porteranno a uno scontro frontale del team cheerleader con il team dei giocatori di football, capitanati da Terry (Tom Williamson). Tutto è causato dalla scoperta che le ragazze pon pon praticano l'amore lesbico e in altre parole che sono autosufficienti rispetto al maschio. Le cheerleaders, compresa l'attuale fidanzata di Terry, Tracy (Brooke Butler), bastano in ogni senso a se stesse. La stregoneria di Leena (Sianoa Smit-McPhee), che è la magia femminile per eccellenza, si incastra quindi perfettamente nel flusso di questo racconto ed è la leva sovrannaturale più che mai adeguata per smuovere la parte horror del film e per far risorgere le quattro cheerleaders dalla morte, Maddy, Tracy, Hanna (Amanda Grace Cooper) e Martha (Reanin Johannink), in una nuova incarnazione dove l'individualità sembra addirittura scomparire (Hanna si risveglia nel corpo di Martha e viceversa) a favore, ancora una volta, di un superiore ideale, unitario, femminile. E si ritroveranno perciò coinvolte in una scia sovrannaturale di distruzione a cui nessuna potrà sfuggire. Il film in verità si avvale di due registi, Lucky McKee e Chris Sivertson, che hanno realizzato questo apologo femminista in chiave horror come remake di un lungometraggio con lo stesso titolo che nel 2001 era stata la loro prima prova registica. In All Cheerleaders Die, tutte le cheerleaders muoiono, questa è la regola degli horror che il titolo di McKee e Sivertson assume come punto di partenza per dimostrare che lo stereotipo è ribaltabile, che le ragazze pon pon anche quando muoiono possono continuare a vivere. Come succede alle zombi-vampire di questa storia. In realtà, la sceneggiatura del remake è stata pensata non come qualcosa di definitivo e di chiuso, ma come il primo possibile capitolo di una saga. Questo perché la storia si conclude (in modo molto originale e bello) con un potente twist che rimette in gioco ogni cosa, reintroducendo il personaggio di Alexis e rilanciando decisamente verso un sequel. Comunque al momento non si sa niente, anche se io ci spero, perché mi è moderatamente piaciuto. Per l'originalità della storia, per la storia, lineare ed efficace, per il sangue che scorre a fiumi, per le immagini orrorifiche di cadaveri in decomposizione, per gli aspetti eccitanti della trama, ma sopratutto per tutte queste ragazze, tutte belle, in carne e sexy. Cosa volere quindi di più? Il secondo capitolo.

8 commenti:

  1. Questione di tempo quanto l'ho amato, all'epoca dell'uscita.

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    1. Anche a me è piaciuto moltissimo e poi vedendo la McAdams come fai a non innamorarti e scioglierti? ;)

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  2. Di questi ho visto solo Questione di tempo, davvero grazioso e carino, una commedia ben scritta e coinvolgente, e All Cheerleaders Die, che un amante del trash come me non poteva che adorare!

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    1. Gradevole e piacevole davvero in effetti, strutturata veramente molto bene :)
      Tanto trash non è, un po' sì, ma è molto intrigante e particolare ed è per questo che anche a me è piaciuto ;)

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  3. Questione di tempo, Spring e All Cheerleaders Die li ho adorati, soprattutto il primo l'ho rivisto poco tempo fa e l'ho trovato delizioso, con degli interpreti e una storia adorabili. Intruders per me non è nemmeno un horror, ma un sonnifero: mai provata così tanta noia!

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    1. Dei tre Spring a me invece ha un po' annoiato a dir la verità nonostante la Mia Terra diciamo, comunque intrigante :)
      Sì abbastanza anonimo Intrunders però non malissimo e comunque, in effetti, è un thriller perciò non spaventoso ;)

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  4. ho visto solo ruth e alex: a me aveva un po' annoiato in realtà...

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    1. Si in parte annoia, sopratutto la prima e ultimissima parte però nella parte centrale è anche divertente a volte, comunque se non fosse per i due attori il film non avrebbe avuto ne senso ne utilità ;)

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