sabato 30 luglio 2016

Gli altri film del mese (Luglio 2016)

Luglio è stato un mese intenso non solo per il caldo opprimente che ancora continuerà per tutto il mese di agosto, ma anche cinematograficamente con tanti titoli visti, di nuovi e di diversi generi. Ecco quindi i 12 film visti. Questione di tempo (About Time) è una delicata, raffinata ed emozionante commedia romantica del 2013 scritta e diretta da Richard Curtis, regista tra gli altri di Love Actually e I Love Radio Rock, e sopratutto sceneggiatore di Quattro matrimoni e un funerale, Notting Hill e Il diario di Bridget Jones, insomma una grande firma per un bellissimo film (andato in onda in prima visione su Italia Uno il 7 luglio). Film che narra di Tim, giovane e impacciato ventunenne interpretato da Domhnall Gleeson, che scopre dal padre di avere la possibilità di viaggiare a ritroso nella sua vita. Tim però non può cambiare la sua intera storia, ma può modificare i singoli avvenimenti per correggere il proprio futuro. Il ragazzo decide così di far tesoro di questo potere per incontrare l'amore, anche se non tutti i tentativi andranno a buon fine, specialmente i primi. Nel corso del film il ragazzo si troverà infatti a rivivere spesso gli stessi momenti assumendosi importanti responsabilità sui risvolti positivi o negativi delle vicende, cancellando spesso la linea temporale della propria vita e quando a un certo punto l'obiettivo diventa Mary, conosciuta in un ristorante al buio, e quando i giochi sembrano fatti, un errore nel passaggio temporale sembra rimettere tutto in discussione. Questa storia (un po') bizzarra ma gradevole ruota quindi intorno a Tim, il giovane protagonista della pellicola, che può fare qualcosa di straordinario, qualcosa che tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo sognato di poter fare (non ci stancheremo mai di fantasticare su questa possibilità), ovvero come il protagonista chiudendosi in un luogo buio e stringendo forte i pugni, Tim può tornare indietro nel tempo e rimediare ai propri errori o a quelli commessi da altri. Questo dono, tramandato da generazioni tra gli uomini della sua famiglia, consente all'esitante e impacciato ragazzo di conquistare nel migliore dei modi la sua futura moglie Mary e di realizzare che rivivere dei momenti passati come vorremmo non sempre conduce ad una vita perfetta. Nel bene o nel male dovrà però decidere cosa è meglio per lui e per la sua famiglia, spinto dal succedersi di avvenimenti imprevisti e che non riservano sorprese. I viaggi nel tempo, i paradossi temporali, la macchina per tornare indietro nella notte dei tempi o magari per vedere il futuro della nostra irrequieta umanità, sono tematiche che hanno sempre affascinato l'uomo e attratto la fantasia di autori e narratori di molta letteratura fantastica. Da parte sua il cinema non e' mai stato indifferente a questi stimolanti argomenti, trovando anche il modo di affrontare la materia in generi non strettamente e naturalmente indicati per queste tematiche, come per esempio questa bella commedia. Richard Curtis ovviamente, non scopre certo nulla di nuovo, ma se la trama non brilla per originalità, stupisce invece la rapidità e il modo con cui evolve, Curtis decide infatti di muoversi su un piano differente, Tim non è l'utilizzatore di una macchina del tempo alla Wells e neppure un americano alla corte di re Artù nato dalla penna di Mark Twain, i suoi sono piuttosto dei 'ritorni al futuro' il cui arco temporale ristretto consente al protagonista di tentare di sistemarsi la vita grazie alla consapevolezza acquisita in precedenza.

venerdì 29 luglio 2016

Sopravvissuto: The Martian (2015)

Sopravvissuto: The Martian (The Martian) è uno spettacolare e straordinario film di fantascienza del 2015 diretto e prodotto da Ridley Scott, che dopo il deludente Exodus: Dei e Re, torna nel suo habitat naturale, in un genere a lui caro, la fantascienza, e dirigendo questo film (notevole e visivamente molto bello), fa centro ancora una volta. Perché Ridley Scott, uno dei geni indiscussi del mondo del cinema contemporaneo, riesce anche con questo The Martian a colpire il bersaglio grosso. Lui è infatti uno dei pochissimi registi che non sbagliano quasi mai un colpo. Se 35 anni fa aveva rivoluzionato il genere fantascientifico con il mitico Blade Runner, con quest'ultima creazione è secondo me riuscito a riportare il genere alle origini. E non mi riferisco al modo di mettere in scena la storia, cosa fatta peraltro in maniera magistrale, ma piuttosto a un ritorno al concetto di fantascienza per quel che era, esplorazione e avventure nello spazio. Il film, che ha ricevuto numerosi premi, tra cui il Golden Globe per il miglior film commedia o musicale, e sette candidature ai premi Oscar 2016 come miglior film, miglior attore protagonista, migliore sceneggiatura non originale, miglior scenografia, migliori effetti speciali, miglior sonoro e miglior montaggio sonoro (vincendone nessuno), è basato sul romanzo L'uomo di Marte del 2011 di Andy Weir, ingegnere informatico fattosi scrittore. La sceneggiatura, scritta da Drew Goddard (World War Z, Cloverfield), non è perciò significativamente originale, ma il regista si "limita" a farne un film che a moltissimi critici non è piaciuto affatto perché ritenuto troppo scontato e soprattutto mancante di pathos e di dinamicità, ma a mio avviso invece il film è da vedere proprio perché l'originalità di Scott sta in quello che riesce a "piazzare" con maestria in una storia che avrebbe potuto facilmente annoiare lo spettatore e invece non succede affatto, anzi, ti tiene incollato allo 'schermo' per tutta la sua durata, comunque moderatamente eccessiva. Il film ha come protagonista l'astronauta Mark Watney, botanico della missione della NASA su Marte denominata Ares 3, interpretato da Matt Damon, che dopo una terribile tempesta che investe tutto l'equipaggio con a capo la bellissima Jessica Chastain (vista recentemente in 1981: Indagine a New York) viene travolto da un ripetitore radio e, dato per morto, viene lasciato solo sulla superficie di Marte. L'astronauta però si sveglia ferito, e si accorge che è stato lasciato erroneamente da solo, rimanendo così intrappolato. Dovrà quindi trovare un modo per sopravvivere, adattarsi alla vita sul pianeta e trovare un modo per contattare la Terra, e quando ci riuscirà la Nasa proverà ad escogitare un modo per farlo tornare a casa, ma sarà lotta contro il tempo sia da una parte che dell'altra, perché gli imprevisti capitano sempre e non tutto va secondo i piani.

giovedì 28 luglio 2016

The Lobster (2015)

The Lobster è un sorprendente, intrigante e drammatico film fantascientifico del 2015, scritto e diretto da Yorgos Lanthimos, regista greco al debutto in un film in lingua inglese. Di questo film ultimamente ne ho sentito parlare parecchio, specialmente in modo positivo, e quindi ho deciso di vederlo, non solo perché in programmazione su Sky, ma perché il soggetto del film è veramente così curioso e assurdo ma eccezionale che spinto dalla curiosità non potevo difatti perderlo. Questa grottesca fiaba moderna, presentata a Cannes dove ha vinto il Premio della giuria, che rappresenta (in maniera divertente ma anche crudele) il rapporto di coppia e il suo problematico e indissolubile legame con la società, parte infatti da un soggetto, un'idea davvero innovativa e sorprendente. In una distopica società futura (non tanto poi in effetti), dopo una certa età alle persone non è più ammesso essere single, chi rimane solo è difatti obbligato a passare quarantacinque giorni in un lussuoso ma al contempo grigio hotel, qui dovrà trovare una persona con la quale terminare insieme il resto della vita, altrimenti sarà trasformato in un animale a scelta e potrà diventare così fruttuoso almeno per la nuova specie. C'è ovviamente chi non accetta questa imposizione e si ribella scappando nel bosco adiacente l'hotel per rivendicare la propria volontà solitaria. E vista l'impossibilità di creare una coppia in quel contesto grigio e quasi opprimente, David, il protagonista, fugge così nel bosco e si unisce al gruppo di solitari ribelli che si nascondono per sfuggire all'obbligo di accoppiamento. Però anche fra i solitari ci sono delle regole, una sopratutto non permette la formazione coppie, ma l'uomo infrangendo ogni regola, paradossalmente si innamora di una donna, sfortunatamente però la leader del gruppo se ne accorge e la punisce, facendola accecare. Dopo questo fatto il protagonista cercherà e proverà ugualmente di stare con lei, e nonostante le evidenti difficoltà ci riuscirà, più o meno. Basta questo per capire perché questo film ha riscosso certi favori, perché fa sorgere dubbi e domande così interessanti che spiazzerebbero chiunque, io per esempio sarei già spacciato, dovrei solo scegliere in quale animale trasformarmi, già per trovare l'anima gemella non basta una vita intera figuriamoci 45 giorni. E poi non una relazione di interessi, ma l'amore, quello vero, perché se fingi vieni punito. Insomma nessuna speranza.

mercoledì 27 luglio 2016

Horror weekend (Poltergeist 2015, Kiss of the Damned, Scherzi della Natura)

Mi è capitato nello scorso weekend di vedere specialmente film horror (più precisamente tre) e quindi colgo l'occasione di farne tre di recensioni di altrettante pellicole. Il primo che ho visto è stato Poltergeist (2015), il discusso remake (diretto da Gil Kenan che ha diviso la critica) del film omonimo del 1982 diretto da Tobe Hooper, che all'epoca terrorizzò il mondo intero con le sue inquietanti presenze maligne. Questo remake ripropone le idee del film originale ma con alcuni piccoli cambiamenti, non nella storia però, che vede protagonista sempre una famiglia (i Bowen) appena traslocata che si trova ad affrontare un massiccio attacco di presenze demoniache nell'abitazione. I terrificanti eventi culminano col rapimento della figlia più piccola, fatto che convince la famiglia a rivolgersi a un team di esperti per riuscire a salvarla. Ad un primo giudizio è inevitabile il confronto con l'originale, è praticamente impossibile infatti giudicare questa 'nuova versione' senza tirare in ballo quella originale del 1982. Ma se non facciamo confronti con l'originale il film è godibile e ben fatto, la storia regge dall'inizio alla fine e i bambini sono bravissimi. Spettacolare il finale, diviso praticamente in tre parti. Trovo ingiusto perciò disprezzare questo discreto horror di buona fattura (definendolo un "Horror per bambini" perché privo di scene particolarmente paurose), che di sicuro non spicca per originalità ma che offre però una buona tensione e un'ora e mezza di divertimento e intrattenimento. Certo, non è angosciante e più che horror lo metterei fra i film stile horror gotico, che più che paurosi hanno scenari cupi e alle volte con un po' di fantascienza (quasi fantasy), ma il film è davvero carino. Comunque la prima parte che introduce lo sgomento della situazione iniziale e il terrore della famiglia di fronte a quelle presenze, è abbastanza buona poiché avviene abbastanza velocemente (senza tanti fronzoli anche se non del tutto coinvolgente), la regia poi è molto precisa e rigorosa, e grazie ad alcuni piccoli stratagemmi la tensione (sapiente e genuina) è ben gestita. La seconda parte è invece dedicata alla figura degli esperti del paranormale e ai modi di cacciare via le presenze e recuperare la figlia (leggermente prevedibile), gli effetti speciali esplodono in suggestivi squarci dimensionali e visioni dell'oltretomba, in un ambiente molto gotico riempito con anime perdute che gridano la loro disperazione (immagini però troppo fumettistiche come l'albero che rapisce il fratellino o la mano che il piede della sorella grande). La regia diventa più panoramica e meno angusta e la tensione diminuisce a favore della spettacolarità, e questo non aiuta. Perché manca in effetti un po' di paura, pochissime le scene veramente paurose (decisamente troppo poco) però è sbagliato giudicare un film solo da questo, certo non tutto è perfetto, ma è godibile come film.

martedì 26 luglio 2016

Forza Maggiore (2014)

Forza maggiore (Turist) è un psicologico dramma scandinavo (più precisamente svedese) del 2014 diretto da Ruben Östlund. Il film ha vinto il Premio della Giuria nella sezione Un certain regard al 67º Festival di Cannes, ed è stato selezionato per rappresentare la Svezia nella categoria miglior film straniero ai Premi Oscar. Come detto all'inizio questo film è un dramma, infatti in un villaggio sciistico delle Alpi francesi si consuma un dramma esistenziale e famigliare che indaga le debolezze umane e le relazioni tra individui, l'egoismo e l'incapacità di relazionarsi. E racconta di una famiglia svedese in vacanza sulla neve, che, nel corso di un pranzo su una terrazza di un ristorante, viene letteralmente divorata da una valanga che ad un primo momento risulta controllata (e difatti lo è) ma si avvicina così velocemente da sembrar destinata a travolgerli. Ma è durante il fuggi-fuggi generale che avviene qualcosa di insolito ma naturale ad un primo momento, preso dal panico e dal suo egoismo istintivo, il padre scappa (prendendo con se solo gli occhiali e l'Iphone), lasciando così in asso la moglie e entrambi i figli, che istintivamente invece li protegge. La valanga si arresta poco prima di provocare un disastro (i quattro rientrano sani e salvi) ma ormai le dinamiche familiari risultano profondamente cambiate, e la vicenda fa così affiorare conflitti mai prima rivelati. Perché qualcosa nella coppia si incrina ed è una crepa che è destinata ad aprirsi sempre di più. Basta questo breve resoconto dell'incipit del film per capire che siamo in presenza di un'ottima idea, che il regista svedese, almeno in larga parte, sa sfruttare al meglio. Ma poiché parliamo di un film passato da Cannes, ci sono due strade, o è un capolavoro oppure è di una noia mortale, ebbene qui niente di niente, ma una via di mezzo spiazzante e interessante. Perché Ruben Östlund mette in scena un tema psicologicamente forte, quale frattura può generare in una coppia lo scoprire che il tuo partner amato, il tuo eroe, bello, biondo, forte e protettivo, è una creatura che di fronte ad un pericolo che sembra mortale, scappa, lasciandosi dietro te e i vostri bambini? E poi, intimamente umiliato, ferito dagli sguardi pieni di interrogativi tuoi e dei vostri figli, cerca di rimuovere, rifiuta di riconoscere una vigliaccheria per cui si odia, poi è costretto a prenderne atto come tu esigi, e allora ti sembra sempre più estraneo, alieno, finché (sull'orlo di una spaccatura insanabile) qualcosa inevitabilmente succede.

lunedì 25 luglio 2016

Città di carta (2015)

Città di carta è la seconda riduzione da un libro di John Green dopo Colpa delle stelle (2014) della coppia Scott Neustadter e Michael H. Weber. Il film (del 2015), che quindi costituisce un'altra pellicola tratta da un famoso romanzo, è diretto da Jack Schreirer, e come la precedente pellicola è rivolta ad un pubblico adolescenziale. Che, nel caso di Città di carta, è quella del racconto di formazione e degli amori adolescenziali, che usualmente movimentano le esistenze di milioni di teenager, non un film romantico quindi come è stato invece presentato ma una commedia, poco romantica in effetti. Premettendo subito che non ho letto il libro (non una novità) e può darsi che sia anche meglio del film, ma questo film per chi non ha letto il libro è spiazzante, ma non in senso positivo dato che, per i molti che si aspettavano una storia d'amore, una delle migliaia che vediamo ogni anno sul grande schermo questo film è spiazzante in negativo. Mi aspettavo infatti un qualcosa di simile a 'Colpa delle Stelle' ma invece così non è stato, e ciò mi ha un po deluso, certo qualche novità c'è, ma non così rilevante. Comunque per altri e in un certo senso anche per me, questo film è molto bello perché c'è una morale interessante, ovvero che il film ci insegna di apprezzare le cose che abbiamo e non cercare di raggiungere a tutti i costi un nostro desiderio (qualcosa che pensiamo porrà fine a tutte le nostre sofferenze amorose o di vita) e che in molti casi rimarrà irrealizzabile. Ma prima di passare alle critiche positive e negative, parliamo un po' del film in generale. Protagonisti di 'Città di Carta' sono Nat Wolff, già presente in 'Colpa delle Stelle', e la super-modella (o forse ex) e attrice Cara Delevigne. La storia si concentra sul personaggio di Q che, perdutamente innamorato della sua misteriosa vicina Margo, decide di attraversare gli Stati Uniti pur di trovarla. Una trama già improbabile e alquanto banale (come può una diciassettenne prendere e partire per una città sconosciuta nello stato di New York e non dare alcuna notizia alla famiglia? Ancora più strano è che quattro ragazzi partano con la macchina della madre di uno di loro per andare a cercare questa ragazza), comunque questa ragazza è Margo, il desiderio di Q. I due si conoscono da piccoli quando lei si trasferisce vicino a casa di lui e dal momento in cui gli sguardi si incrociano per Q è amore. Amore non corrisposto (come capita di solito nella vita di tutti i giorni). Alla fine del liceo i due quasi non si parlano più fino a che Margo entra di notte della stanza di Q perché vuole vendicarsi contro il suo ragazzo che la tradisce con una sua amica. Quella notte per Q è un sogno...un miracolo (come quelli che secondo lui tutti hanno nella vita..vabbè..) dato che passa del tempo con lei scoprendo così di amarla. Il giorno seguente però Margo scappa di casa e lascia degli indizi a Q per trovarla (indizi che non pensava che Q seguisse). Da quel momento Q insieme ai suoi amici va alla ricerca della ragazza, e conduce un viaggio appunto con i suoi amici per trovare lei (viaggio emozionante e bello ma che Q non si gode per l'ossessione di trovare Margo). Dopo un po' di peripezie trova Margo ma non la risposta a quello che voleva trovare, l'amore.

sabato 23 luglio 2016

Il mio mondo un anno dopo

Eh sì, sembra ieri che da un'idea frullata in testa neanche una settimana prima, che decisi senza sapere dove mi avrebbe portato e sopratutto senza nessuna idea precisa di come e di cosa avrei parlato, di aprire il blog. Ebbene dopo aver probabilmente trovato una mia dimensione, concetto o una certa quadratura è già passato precisamente un anno da quel momento. Un anno in cui tanto è cambiato, sia personalmente ma sopratutto nel blog, all'inizio infatti avevo scelto un semplicissimo stile classico, poi dopo mesi avevo già cambiato e finalmente pochi mesi fa l'ho sistemato a dovere, dopo aver fatto molta pratica, come quella che io ho imparato e fatto (e ormai conseguito) nel corso del tempo, nel corso dei post, nel corso dell'anno appena trascorso. Come alcuni ricorderanno i primi post erano abbastanza semplici, davvero scarni, poi cercando di apprendere da altri e migliorandomi nella stesura delle recensioni (all'inizio proprio imbarazzanti quasi) sono riuscito a trovare un mio stile, una mia originalità e adesso finalmente i miei post, sopratutto le Recensioni, sono più (lunghi sopratutto, forse troppo in effetti) pieni, più interessanti e sicuramente migliori dei precedenti. Ma non è stato facile, perché mai avevo scritto e letto come sto facendo ora, e in qualche momento ho trovato delle difficoltà a gestire il tutto perché non riuscivo a spiegare o a ragionare in termini di scrittura, dato che non sono molto appassionato di lettura e appunto di scrittura. Fortunatamente però grazie all'aiuto del tempo a mia disposizione ho continuato a provarci, e adesso sono davvero contento di quello che ho fatto e raggiunto in termini scritti e in termini di 'successo'. Sinceramente però, ho addirittura raggiunto più di quello che speravo, cioè io avevo degli obbiettivi (e chi non ne ha) ma non mi aspettavo tutto questo, ovvero 30 followers e ben più di 18mila visite, visualizzazioni, davvero molto in più di quello che mi ero prefissato all'inizio di un'avventura che mi ha portato in un mondo, quello dei blogger, davvero infinito, libero, stravagante ma bello ed anche divertente. Un mondo, il mio, che è cambiato ed evoluto in termini anche tecnologici dato che da quasi 2 mesi ho aperto la pagina Facebook e Twitter del blog (a proposito il mio viaggio #allariscopertadelblog, in attesa di oggi, è finito ieri), con buoni risultati, non proprio eccezionali, ma sufficienti a tenerli in grande considerazione per il proseguo della mia avventura cinematografica, musicale e personale.

venerdì 22 luglio 2016

Teneramente folle (2014)

Opera prima della sceneggiatrice Maya Forbes, Teneramente folle (Infinitely Polar Bear, 2014) è una commedia drammatica ispirata alla vita familiare della regista, ricorrendo alla propria memoria infantile degli anni 70, raccontandoci la sua vita con un padre folle e disoccupato che affascina ed emoziona. Siamo nel  Massachusetts a Boston (nel 1978), la città americana tra le più antiche, la più colta ed aristocratica, la più "Europea". La regista racconta la storia di un uomo meraviglioso ed imbarazzante, geniale ed ingestibile con la tenerezza che solo una figlia innamorata del padre sa elargire a piene mani. I genitori Cam e Maggie si sono conosciuti, innamorati e sposati ma Cam (Mark Ruffalo) è affetto da sindrome bipolare e quando si ammala e perde il lavoro lo stress per Maggie (la bellissima Zoe Saldana) diventa insopportabile ma non cessa il reciproco amore. Cam viene da una famiglia importante di Boston ed è mantenuto dai ricchi genitori, Maggie, ha la pelle nera e non viene dal privilegio e deve rimboccarsi le maniche e lavorare, l'instabilità emotiva e comportamentale rende Cam uomo, marito e padre inaffidabile ma l'amore tra loro resiste più forte di tutto. Per migliorare la sua posizione Maggie decide di riprendere gli studi e si trasferisce temporaneamente a New York lasciando Cam a casa ad occuparsi delle ragazze, che malgrado il suo stato di salute mentale è pieno di buona volontà. Per Cam però non è facile abituarsi alle responsabilità di padre, tanto da demandare le faccende domestiche alle due bambine, fortunatamente molto più mature della loro età. Nel corso delle giornate e dei mesi trascorsi col padre infatti, le bambine impareranno sempre di più a fronteggiare uno stile di vita alquanto singolare che il padre impone loro e soprattutto a relazionarsi col genitore e con le sue crisi. Tra alti e bassi e molta buona volontà da parte di tutti i componenti della famiglia la famiglia continuerà a vivere unita e sentimentalmente legata, anche quando Maggie (dopo essersi laureata nelle grande Mela e dopo non essere riuscita a trovare un lavoro a Boston) capisce che a New York le bambine sarebbero completamente sole, con lei costretta a rientrare tardi dall'ufficio, decide quindi di lasciare le cose come stanno, partendo sola e lasciando le bambine a Cam. Un anno dopo, Amelia e Faith sono finalmente iscritte a una scuola privata e Cam può continuare a prendersi amorevolmente cura di loro.

giovedì 21 luglio 2016

Mud (2012)

Mud è un drammatico film del 2012 scritto e diretto da Jeff Nichols. Il film presentato alla 65ª edizione del Festival di Cannes (2012) ha ricevuto una candidatura per la Palma d'oro ed è stato inserito (nel 2013) dalla National Board of Review of Motion Pictures come uno dei Migliori dieci film indipendenti. Il film racconta quel particolare momento in cui due ragazzini quattordicenni Ellis (Tye Sheridan, affettivo e innamorato dell'amore) e l'amico Neckbone (Jacob Lofland, concreto e pratico, lucido ma comprensivo dei moti dell'anima di Ellis e sempre al suo fianco per mantenerlo con i piedi per terra) cessano di essere bambini e diventano, in modo misterioso, ma definitivo, qualche cosa di nuovo, adulti per esempio. L'evento che scatena il passaggio è l'incontro con un uomo misterioso, Mud (Matthew McConaughey), che vive nascosto (da fuggiasco si scoprirà dopo) su un'isoletta (la loro isoletta dato che ci passano tanto tempo) del Mississipi. Mud è ricercato sia dalla polizia, sia dai parenti di un uomo che ha ucciso perché maltrattava la donna da lui amata fin da ragazzo. Insieme ai ragazzi cerca di disincagliare una barca finita sull'isola (sopra un albero) durante l'ultima alluvione e con quella spera di fuggire per sempre insieme alla sua donna, che lo attende in un Motel, ma che ricambia in modo incerto l'amore dell'uomo che ha ucciso per lei. I ragazzi perciò decidono di aiutarlo, correndo però non pochi rischi. La situazione infatti precipiterà e Mud verrà raggiunto dai suoi seguaci che però riuscirà in un certo qual modo ad eludere. Questi gli ingredienti della storia che si presenta interessante, supportata da buoni gli attori e un'ottima ambientazione: questi i pregi. Il film con queste premesse e grosse potenzialità però si perde un po' a causa della lentezza del racconto, di alcuni passaggi un po' macchinosi e di alcuni (purtroppo più di uno) personaggi non così ben disegnati, la carenza più grave riguarda il "cattivo", cioè il padre dell'ucciso che vuole la morte del protagonista, descritto come una figura decisiva e lasciato poi ai margini degli eventi. Così, nonostante le buone premesse, si arriva in fondo alla pellicola un po' delusi e più affaticati del necessario, però ci sono quei due tre minuti che commuovono, e allora Mud val la pena vederlo.

mercoledì 20 luglio 2016

Non sposate le mie figlie! (2014)

Non sposate le mie figlie! è una divertente e spassosa commedia francese del 2014 diretta Philippe de Chauveron. Il titolo del film è alquanto indicativo, come quello originale Qu'est-ce qu'on a fait au Bon Dieu? ovvero, "Cosa abbiamo mai fatto al Buon Dio?"..per meritare questo? si chiede una affiatata e benestante coppia sessantenne in macchina, una sera che, più di altre, la tensione e lo stress hanno superato i limiti della rassegnazione e dell'umana accettazione. Dovete infatti sapere, e lo saprete sia non appena avrete modo di visionare sia che l'avete già vista, che questa leggera e divertente commedia narra difatti della famiglia di Claude e Marie Verneuil (coppia cattolica e borghese), altresì composta da ben quattro figlie, tutte in età da marito: belle, realizzate, indipendenti, ma da maritare. Se non ché le prime tre convolano a nozze a distanza di un anno una dall'altra, la prima prende in sposa un arabo algerino, la seconda un ebreo, la terza un cinese. Ora anche per una famiglia aperta e moderna come i Verneuil, un matrimonio "tradizionale", magari pure religioso secondo il rito cattolico, non sarebbe una cosa ingrata da desiderare per l'ultima figlia, che tuttavia si innamora di un cattolico, certo, ma nero, scatenando e causando così un certo disagio nella coppia (che si sono sempre e comunque dichiarati di mentalità aperta), ma anche una certa preoccupazione nei cognati. Ciò che non si aspettano è che anche il padre dello sposo ha delle riserve riguardo a questo matrimonio. I due perciò costretti a far buon viso a cattiva sorte, entrano in conflitto anche tra di loro, perché senza voler sembrare razzisti, Claude e Marie hanno sempre desiderato che le loro ragazze si sposassero in chiesa seguendo i loro valori e ben presto la figlia minore sembra accontentare i loro desideri, ma il destino è beffardo (come tenterà di sottolineare lo spassoso parroco dalla risata nervosa e irrefrenabile davvero esilarante), e situazioni e tensioni si verranno ovviamente a creare.

martedì 19 luglio 2016

Mommy (2014)

Mommy è l'ultimo straordinario film (visto da me) dell'enfant prodige canadese Xavier Dolan, un regista che ultimamente sta riscuotendo consensi, e guardando questo film impegnativo, inquietante e controverso che costituisce una riflessione sulla malattia mentale, sulla sua difficoltà di cura e sulla problematicità del conviverci, si capisce il perché. Perché il bravo Xavier a soli venticinque anni, e con un (bel) po' di sana incoscienza (abbastanza inevitabile), scrive e dirige queste montagne russe di emozioni che mischiano tocchi di commedia, in maggioranza nella prima parte, e scene grondanti melodramma che dominano il tratto conclusivo, utilizzando schemi e situazioni che finiscono per alternare il teatro da camera a tocchi di pura estetica pop in cui una colonna sonora estremamente variegata nel tempo e nello spazio gioca un ruolo fondamentale. Ma se all'incoscienza di cui sopra si unisce una capacità di fare cinema che combina una notevole perizia a una delicata sensibilità, l'accumulo di elementi eterogenei finisce per risultare in un amalgama talmente coinvolgente da far soprassedere sui difetti che pure ci sono. Mommy infatti non è un film perfetto (anche perché il regista è assai più interessato allo sviluppo di personaggi e sentimenti che alla coerenza nello svolgimento della storia), ma sa emozionare nel profondo a un livello tale che forse la perfezione non permetterebbe di raggiungere. Questo grazie a tanti accattivanti e originali stratagemmi che insieme alla trama (non particolarmente spettacolare) formano le basi di un film (del 2014) veramente bello ed emozionante e neanche così lento o noioso come ci si aspetterebbe. Poiché a prescindere dagli aspetti tecnici, per testimoniare la bravura del regista basterebbe la sola considerazione di come una trama infatti (davvero) esilissima venga trattata per due ore e un quarto senza un attimo di cedimento o un calo di tensione. La piccola storia di Diane (una fantastica Anne Doral) che, malgrado le difficoltà (rimasta sola ancora giovane, un po' impudica e un po' aggressiva), decide di riprendersi in casa il figlio adolescente Steve, al quale l'iperattività impedisce ogni tipo di autocontrollo (dimesso da una casa di rieducazione per turbe psichiche), viene trasformata in un'avventura più grande della vita. La ricostruzione dell'amore tra i due è tutto meno che semplice, minata sia dai problemi del ragazzo, sia dalla fragilità della donna che vive un'esistenza scombinata ed è tutto meno che una madre perfetta, l'arrivo della vicina Kyla (altra figura fragilissima, afflitta da una fredda vita familiare e da una balbuzie di origine psicologica) come terzo vertice dell'improbabile triangolo (di tre figure sofferenti, tre impossibilità a essere "normali"). pare riportare un po' di luce, ma né lei né il comunque fortissimo affetto che lega i due personaggi principali potrà evitare lo scivolamento verso la tragedia (svolta favorita da un tocco di fanta-sociologia tanto per non farsi mancar nulla). Il film perciò mostra la sofferenza del ragazzo (un bravo Antoine-Olivier Pilon) nei suoi alti e bassi, tra impeti vitali, manifestazioni di affetto e crisi violente, il quale non ha grandi prospettive future se non un comprensibile grande desiderio di libertà. Diane, la madre, attratta dalla seduzione della follia ma continuamente in antitesi con se stessa, è divisa tra l'amore per il figlio e il desiderio di avere una propria vita e un'identità al di là dall'essere solo madre. Diane, infatti, è fagocitata dalle continue e esasperate richieste di attenzioni del figlio Steve. La dolce e timida Kyle, (una deliziosa Susanne Clément) invece, è la nuova dirimpettaia che, a causa di qualche trauma recente (probabilmente la perdita di un figlio), ma che nonostante la balbuzia riuscirà a comunicare con Steve e a conquistarne la fiducia. Si forma così un terzetto che riesce per un po' anche a vivere, sorridere, comunicare e (perché no?) anche a divertirsi. Ma la vita è altro, richiede disciplina, norme, lavoro, soldi e il trio si deve sciogliere.

lunedì 18 luglio 2016

The Blacklist (3a stagione)

The Blacklist è un'avvincente e adrenalinica serie televisiva (statunitense) trasmessa dal 23 settembre 2013 sulla rete televisiva NBC, in Italia in esclusiva su FoxCrime il 6 dicembre dello stesso anno. Questa serie, ambientata principalmente a Washington, (ideata da Jon Bokenkamp) è una delle più spettacolari thriller-crime poliziesco-drammatico degli ultimi tempi, che segna il ritorno di un grande attore qual'è James Spader (l'indimenticabile Doc del film Stargate) che interpreta con grande maestria e capacità Raymond "Red" Reddington, uno dei più pericolosi (spietato quando serve) criminali nella FBI Ten Most Wanted Fugitives, che (all'inizio della serie) si costituisce all'agenzia offrendosi di fornire informazioni su ogni persona con cui abbia lavorato, come clausola all'accordo però, chiede di avere l'unico suo referente in Elizabeth Keen, una giovane profiler al suo primo giorno di servizio. Questa richiesta, all'apparenza incomprensibile, costringe così l'agenzia a rendere Elizabeth parte integrante di una segreta task force, che da quel momento inizia a occuparsi essenzialmente dei casi forniti da Red. Ora con questa terza stagione qualcosa è ovviamente cambiato dall'inizio, non tanto il rapporto sia personale che di affari con l'Fbi, dato che la speciale blacklist (lista nera) stilata da Reddington tradisce un carattere molto personale, l'uomo, infatti, grazie a questa vuole liberare la piazza dai suoi principali nemici, avvalendosi delle forze dell'FBI, il Bureau non può tuttavia esimersi dal catturare quelli che sono a tutti gli effetti dei criminali, dando così l'avallo a questa singolare collaborazione. Queste cacce all'uomo finiscono ben presto per intrecciarsi con le vicende personali della stessa Elizabeth, orfana dai tempi dell'infanzia, che cerca di capire quale sia la vera natura del legame tra lei e Reddington. Un legame che neanche dopo tre stagioni si è capito, poiché in quasi tutti gli episodi di The Blacklist andati in onda finora sono girati (sottotraccia per fortuna, altrimenti sarebbe stato noioso) attorno all'annosa (ingombrante e stressante, quasi soffocante) questione del rapporto tra l'affascinante e imprendibile (rude e cinico nonché imprevedibile e ironico con il suo borsalino nero e occhiali scuri, vestito sempre elegante) Reddington e la bella agente dell'Fbi dal passato oscuro Liz (la bella ma anche leggermente sopra le righe, in certi frangenti e in certe puntate, Megan Boone). Lui è suo padre? Se sì perché non vuole dirglielo? E se invece i due non fossero parenti ma lui avesse promesso a qualcuno di difenderla? Gli interrogativi che investono i due protagonisti della serie, restati quasi tutti irrisolti, almeno fino all'ultima puntata (e anche prima) di questa entusiasmante stagione quando qualcosa di scioccante succede ma che non svela proprio tutto, anzi, tutto viene rimescolato e rimesso in gioco, complicando un quadro già dipinto.

sabato 16 luglio 2016

The Water Diviner (2014)

The Water Diviner è un emozionante, crudo e teso film drammatico del 2014 diretto e interpretato da Russell Crowe, al suo esordio come regista. Ispirato a fatti realmente accaduti e basato su un romanzo di Andrew Anastasios, la storia è stata scritta per il cinema dallo stesso autore insieme ad Andrew Knight e parla delle traversie di un agricoltore australiano, Joshua Connor (Russel Crowe) che nel 1919, a quattro anni dalla fine della guerra di cui anche Gallipoli (dove ci fu una delle più sanguinose battaglie della prima guerra mondiale) era stato teatro, non avendo visto tornare i suoi tre figli, parte per la Turchia a cercarli morti o vivi che fossero, dopo la promessa fatta alla moglie suicida per la disperazione. In questo coinvolgente (a tratti) film il Russell Crowe regista si attiene con notevole accuratezza storica ai fatti del primo post-guerra in Turchia, anche se, a dirla tutta, manca quella scintilla magica che permetterebbe alla sua opera prima di essere catalogata come capolavoro, e anzi, se non vi fosse l'immensa interpretazione del Russell Crowe attore staremmo parlando di una pellicola del mucchio, un'opera qualunque arrestatasi a metà del guado. Il film infatti che parla di una storia non tanto conosciuta a più, anche da me, non sapevo infatti che l'Australia avesse combattuto nella grande guerra, addirittura con un proprio esercito, l'ANZAC (Australian and New Zealand Army Corps), si mantiene solo grazie alla presenza del roccioso attore, che rende 'omaggio' ai suoi natali. Ma scendiamo nei dettagli della trama di un racconto che porta il nostro protagonista dalla nativa Australia, mosso da una promessa, fatta alla moglie poco prima che morisse, ovvero quella di trovare i suoi figli, e riportarli a casa per dare loro una degna sepoltura. Joshua è un agricoltore, sa ascoltare la terra, sa trovare l'acqua nelle sue profondità (il titolo è esplicativo), eppure, trovare i suoi figli in quel luogo devastato dalla guerra sembra un'impresa troppo grande. I suoi unici amici in terra straniera sono il piccolo Orhan e sua madre Ayshe (la bella Olga Kurylenko, abbastanza sottotono), che gli offrono alloggio nel piccolo albergo di famiglia, finché l'incontro con un ufficiale dell'Esercito turco gli restituisce la speranza: il più grande dei suoi figli potrebbe essere ancora vivo. Comincia così per Joshua un viaggio nel cuore dell'Anatolia, alla ricerca del figlio perduto e della risposta alla domanda: perché non è tornato a casa?

venerdì 15 luglio 2016

True story (2015)

True story è un misterioso, enigmatico e drammatico film del 2015, diretto da Rupert Goold, al suo debutto alla regia cinematografica e scritto da David Kajganich, che si è basato (facendo un adattamento) sul libro di memorie di Michael Finkel, True Story: Murder, Memoir, Mea Culpa. La pellicola, presentata un anno fa circa al Sundance Film Festival, vede tra i produttori che partecipano al progetto un certo Brad Pitt, e segna il ritorno a ruoli impegnativi dopo le loro abituali esilaranti performance tra cinema, tv e social, di James Franco e Jonah Hill. Proprio quest'ultimo interpreta uno dei protagonisti di questa drammatica e agghiacciante storia vera, ossia il giornalista del New York Times, Michael Finkel, giornalista che ha da poco terminato di lavorare con la famosa testata, che si ritrova a lottare per il suo lavoro dopo una storia conclusasi non bene. Un giorno però riceve una sconvolgente e alquanto strana telefonata, di un uomo che gli dice, che il suo nome è stato 'usato' da Christian Longo (Franco), uno dei maggiori ricercati d'America e dall'FBI, un pericoloso serial killer accusato di aver ucciso brutalmente sua moglie e i loro tre figli in Oregon, che al momento dell'arresto (in Messico) ha dichiarato infatti di essere Finkel. Michael e Christian finiscono così con l'incontrarsi, per 'colpa' del giornalista che a seguito di una serie di vicissitudini che mettono in gioco la carriera, decide di andare a scoprire il motivo per cui il killer ha scelto proprio lui per raccontare un'assurda e alquanto angosciante verità. Il film perciò ruota (solamente) intorno al rapporto che si viene a creare tra i due, un forte legame mentre Longo, accusato appunto di aver sterminato la propria famiglia, è in attesa del processo. Una verità verrà fuori, ma non quella che ci aspetterebbe.

giovedì 14 luglio 2016

Ant-Man (2015)

Ant-Man è l'ennesimo e spettacolare film della Marvel e dei suoi inimitabili supereroi. Ant-Man (uno dei membri fondatori dei Vendicatori originali e uno dei primi personaggi creati dal duo Lee&Kirby nel 1962) è infatti la dodicesima pellicola del Marvel Cinematic Universe (un media franchise centrato su una serie di film di supereroi prodotti dai Marvel Studios e basati sui personaggi dei fumetti Marvel Comics), nonché l'ultimo della Fase Due, che ha raggiunto il culmine nello spettacolare Avengers: Age of Ultron. Il film (del 2015), diretto Peyton Reed (regista di Yes Man tra gli altri) è però completamente diverso (almeno in parte) da tanti altri cine-comic, e questo è un punto a suo favore, al posto del solito scenario apocalittico difatti ci si ritrova in un rinfrescante heist movie in cui i poteri di ingrandimento e rimpicciolimento non hanno i consueti effetti distruttivi, ma assolvono con successo a una funzione comica (come consuetudine in questi film grazie all'ironia). Dopo essere finalmente uscito di prigione, Scott Lang (Paul Rudd) è intenzionato a cominciare una nuova vita e vuole riavvicinarsi disperatamente a sua figlia Cassie, andandola a trovare per il compleanno, sebbene la ex moglie e il suo nuovo compagno (l'eccentrico Bobby Cannavale, lo spettacolare protagonista di Vinyl), un agente di polizia, glielo impediscano per questioni legali. Incapace di tenersi un lavoro a causa della sua fedina penale, decide, insieme al suo amico Luis (Michael Pena) e altri due amici, di fare un ultimo furto. Mentre mette in atto l'operazione, a sua insaputa, viene osservato dal Dr. Hank Pym (Michael Douglas), uno scienziato che ha avuto dei trascorsi con lo S.H.I.E.L.D. Una volta entrato in casa, apre la cassaforte e trova (con grande sorpresa) una tuta che ha l'abilità di far rimpicciolire fino alla grandezza di una formica. Scopre questo potere in un modo un po' brusco, e, traumatizzato dall'esperienza, riporta la tuta, ma viene sorpreso dalla polizia e viene arrestato nuovamente. Una volta in prigione, Hank Pym lo ricontatta, chiedendogli un piccolo (si fa per dire) lavoretto. Forte del potere straordinario che gli permette di rimpicciolirsi e allo stesso tempo di aumentare la sua forza, il truffatore Scott aiuterà il suo mentore, il dottor Hank Pym, non solo a proteggere il segreto della sua incredibile tuta da Ant-Man da nuove e crescenti minacce, ma anche a effettuare un ulteriore furto (andando incontro a ostacoli che sembrano insormontabili), per sventare i piani di Darren Cross (Corey Stoll) appropriatosi delle Particelle Pym (che possono regolare gli atomi in modo da permettere di rimpicciolire) per scopi personali, non sapendo che tale invenzione, nelle mani sbagliate, potrebbe rappresentare una minaccia per il mondo intero. Ecco, questa è la trama del film, semplice ma ben costruita e ovviamente con ottimi effetti speciali.

martedì 12 luglio 2016

47 Ronin (2013)

Sono sempre rimasto molto affascinato dalla cultura asiatica e quindi ne vedo e cerco di vedere più film possibili così (anche se non lo prediligo come genere) ma non sempre riesco, non ci ero riuscito neanche quando hanno mandato il film 47 Ronin in chiaro in tv, fortunatamente internet è grandissima fonte d'aiuto in questi casi, e ho recuperato questo film (del 2013), che attendevo (se non con impazienza) da tempo. Comunque prima di cominciare bisogna partire da una premessa importante, ovvero che la pellicola è intrisa del fascino di una cultura (quella giapponese) molto diversa dalla nostra, e quindi bisogna adeguarsi ad uno stile e mentalità completamente diversa, difatti gli usi e i costumi dell'arte e della storia Giapponese, così diversi dai nostri difficilmente riescono ad essere apprezzati dai più ma sopratutto bisogna comprendere appieno la mentalità giapponese dei samurai (caratterizzati da un profondo senso dell'onore, che comprendeva il suicidio cerimoniale, con lo sventramento, e lealtà incrollabile al loro padrone) e di tante altre tradizioni e riti del paese del Sol Levante. Non solo, se non vi piace Zack Snyder e i suoi film più iconici come '300' o Sucker Punch, allora lasciate stare, non è questo il film che fa per voi. Se invece i vostri orizzonti cinematografici dovessero essere ampi e progressistici, vi piace la CGI di qualità e non siete perniciosamente ancorati al passato e al soppesare ogni parola della sceneggiatura, allora (forse) questo film potrebbe catturarvi. Io perciò ne ho visti molti, e quindi, chi scrive conosce, anche se in modo non approfondito, la storia e la cultura dei samurai, ed è proprio per questo motivo che ho potuto apprezzare quello che è un film a mio avviso, molto bello (ma non eccezionale). In ogni caso, 47 Ronin si presenta, senza troppe pretese, come un film d'azione e nulla di più, quindi intrattenimento allo stato puro. Questo, che è comunque il film d'esordio del regista inglese Carl Rinsch, ha in Keanu ReevesHiroyuki Sanada i protagonisti principali di una pellicola che trae ispirazione da un fatto realmente accaduto, una leggendaria storia di lealtà e onore. Un film che quindi non nasce dalla fantasia del regista ma che s'ispira alla leggenda Giapponese, ricordata tutti gli anni in dicembre, la Chûshingura, un racconto popolare divenuto mito e celebre rappresentazione teatrale tra le più note nel Paese del Sol Levante. Il regista perciò sfrutta l'idea di partenza per costruire un lungometraggio dallo spessore epico che rimanda direttamente ai classici, senza per questo risultare fuori tempo massimo. Nel diciottesimo secolo, in un Giappone feudale e abitato da demoni, Asano Naganori, signore locale viene costretto a commettere seppuku (il suicidio rituale) con l'inganno per colpa di una stregoneria che gli ha fatto commettere un disonore. La figlia sarà quindi costretta dopo un periodo di lutto a sposare un nuovo principe (colui che ha come consigliera una strega ovviamente) Kira Yoshinaka. I 47 samurai di Asano vengono così dichiarati Ronin, ovvero orfani di padrone, e gli viene proibito di cercar vendetta e vengono esiliati. Di questi 47 Ronin fa parte Kai, un mezzosangue, indesiderato, non accettato, non considerato da un samurai ma ben accolto (da quando era adolescente) da Asano che lo fece ugualmente entrare nei 47 samurai. Nonostante il divieto dello shogun di non cercare vendetta però, Kuranosuke Oishi (il capo degli ex-samurai) dopo aver passato un anno rinchiuso in un pozzo, deciderà di portare giustizia al suo padrone, aiutato dal mezzosangue Kai, innamorato della figlia del principe "ucciso" Mika (Kou Shibasaki), e dai ronin esiliati. I 47 dunque si riuniscono in cerca di vendetta, con l'appoggio dei vari signori ma contravvenendo all'autorità dello shōgunato, seguendo i precetti del bushidō (il codice di condotta dei Samurai), per cui la fine a cui vanno incontro è già purtroppo segnata.

lunedì 11 luglio 2016

Dalla Francia con 'Passion' (Barbecue, Tutta colpa del vulcano, La moglie del cuoco)

In questi ultimi due mesi si è parlato spesso della Francia e degli Europei, ora in attesa dell'atto finale, dato che questo post è stato scritto prima di proclamare il vincitore, non saprò quindi chi vincerà, se è la Francia (tanto meglio), se no (poco importa), ma io lasciando perdere il calcio, devo infatti solamente parlare di tre film francesi che ho visto in settimana, tutti e tre da Sky Cinema Passion (come da titolo) che mi sono davvero piaciuti. Tre commedie interessanti che parlano di sentimenti (amore), amicizia che in modo abbastanza garbato offrono divertimento e intrattenimento gradevole e piacevole. Il primo di questi tre film è Barbecue, una raffinata e corale commedia (tipica del cinema francese) dove non si ride, ma si sorride alle ironiche avventure di un gruppo di amici di mezz'età che regolarmente si riuniscono, per organizzare delle cene, per andare alla partita a vedere la propria squadra del cuore, per trascorrere le vacanze. Il cosiddetto "capo" del gruppo o, meglio, colui che organizza i vari programmi, è il cinquantenne e donnaiolo Antoine, perfettamente interpretato da Lambert Wilson, il quale nel corso della vicenda viene colpito da un infarto in seguito al quale egli deciderà di cominciare a vivere la propria esistenza godendosela, seguendo solamente i propri desideri ed assaporando sino in fondo le gioie che gli si presentano dalla frequentazione dei propri cari amici e dalle giornate trascorse in loro compagnia. Un atteggiamento che inizialmente rianima il sodalizio, ma poi, non essendo più sostenuto dalla giusta dose di buonumore, finisce coll'essere corrosivo e persino violento. Tuttavia c'è sempre spazio per una redenzione ed una corale soluzione positiva di tutte le vicendevoli ed eterogenee storie dei protagonisti.

sabato 9 luglio 2016

Non essere cattivo (2015)

Non essere cattivo è un drammatico film del 2015 diretto da Claudio Caligari, al suo terzo e ultimo lungometraggio (deceduto poco dopo il termine delle riprese), trentadue anni dopo Amore tossico e diciassette dopo L'odore della notte, e prodotto dal suo amico Valerio Mastrandrea. Il film che pare essere una continuazione di Amore tossico (divenuto cult, ci sono anche molte similitudini), racconta una storia cruda con stile dissonante che unisce gusto del grottesco, lirismo poetico e realismo minuzioso, e mette in scena una storia di droga e di perduta giovinezza, in cui la necessità di maturare coincide con la necessità di sopravvivere in un microcosmo in cui il traffico di droga è la modalità più ovvia di lavorare e di mettere insieme un po' di soldi. In particolare, seguiamo le vicende di Vittorio e Cesare, amici da una vita e compagni di (dis)avventure tra traffici illeciti, cocaina e alcol, un modello topico di gioventù perduta. I due hanno infatti poco più di vent'anni, ma i due non sono solo amici da sempre ma sono "fratelli di vita". Fratelli e figli della borgata romana sottoproletaria con una vita di eccessi, si arrabattano per la sopravvivenza tra spaccio, furti e tentativi di riscatto sociale e umano. Vivono in simbiosi ma hanno anime diverse, entrambi alla ricerca di una loro affermazione, ma poiché sono ormai avvezzi agli sbalzi tra "il senza una lira" e parecchi soldi di equivoca provenienza che consente macchine potenti, locali notturni e droga, si azzuffano, si fanno di cocaina, eroina e altro, si ubriacano fino allo sballo, rischiando spesso la vita. Vittorio però dopo una crisi da overdose, in cui appare allucinato e vede un pullman con dei circensi in mezzo alla strada, che non c'è, con gli occhi sbarrati da rasentare il comico, decide fermamente di smettere e lavorare anche con scarso ma onesto guadagno. Incontra anche una donna Linda e per salvarsi prende le distanze da Cesare, che invece sprofonda inesorabilmente. Cesare infatti, il più impetuoso e sregolato, che vive con la madre e la nipotina affetta da Aids (trasmessogli dalla madre, ormai morta), alla morte di quest'ultima dà i numeri e mette a rischio quello che di buono era riuscito a creare anche grazie all'aiuto di Vittorio che ritrovato poco tempo dopo l'aveva aiutato coinvolgendolo nel lavoro. Cesare difatti finalmente intenzionato a cambiare vita, frequenta Viviana (una ex di Vittorio) e sogna di costruire una famiglia insieme a lei, ma il richiamo della strada avrà la meglio sui suoi propositi. Ma nonostante le continue cadute dell'amico (e anche a dispetto delle discussioni che deve affrontare con Linda su questo punto) Vittorio non abbandonerà mai veramente Cesare, in virtù del legame fortissimo che li unisce e nella speranza di poter guardare al futuro con occhi nuovi insieme, perché tragici imprevisti purtroppo accadono.

venerdì 8 luglio 2016

The Invitation (2015)

The Invitation è un discreto thriller psicologico del 2015 diretto da Karyn Kusama, regista di Girlfight e Jennifer's Body. Parto subito dicendo che quello che mi aspettavo era tutt'altra cosa, credevo infatti si trattasse di un horror (più brutale) ma sopratutto mi aspettavo qualcosa di meglio, perché se anche il tema, l'argomento è molto interessante ed ovviamente angosciante, non tutto mi ha convinto e molto mi ha deluso (comunque non tantissimo) perché non mi ha tanto coinvolto. Probabilmente non è il proprio il mio genere questo tipo di film poiché abituato a qualcosa di più sanguinolento e spaventoso, mi sono leggermente annoiato, fino ovviamente al momento clou, che mi ha non solo risvegliato ma anche incuriosito. Una curiosità che comunque non ti lascia per tutto il tempo, nonostante la prevedibilità di alcune situazioni che porteranno e condurranno, tra parole e sguardi e con il suo incedere armonico, lo spettatore in un tunnel di angoscia e dolore mai rimosso, fino al suggestivo e imprevedibile (non tanto in effetti) finale. Comunque nonostante ciò è un film fatto bene ("Il male fatto bene"), di qualità, davvero interessante, thriller drammatico, a tratti angosciante e paranoico, strutturato con sagacia. Un film in perfetto stile Midnight Factory, visto infatti grazie a Rai4, che con la sua 'collezione' di pellicole fa giungere al pubblico tutti quegli horror (e affini) che per motivi burocratici, logistici o semplicemente per essere stati accantonati da un marchio o da una società poi scomparsa, non hanno mai trovato spazio nei cinema italiani. La trama, dalla quale scaturisce questo film misterioso e paranoico, è molto semplice e riassumibile in poche righe, Will (il Logan Marshall-Green di Prometeus) ed Eden (la bellissima Tammy Blanchard), divorati dal dolore per la perdita del loro unico figlio, si sono separati e persi di vista. Per questo Will rimane sorpreso nel ricevere un invito di Eden a una "rimpatriata" alla quale parteciperanno ex amici che i due non vedono da oltre due anni. Per Will, che si presenta con la sua nuova donna (moglie), si tratta di un ritorno al passato nella casa dove lui e Eden hanno vissuto felicemente fino alla tragica morte del piccolo Ty. Come in ogni reunion ci sono ritardatari e "infiltrati", come ad esempio Sadie, una giovane (apparentemente frivola) ragazza che vive con Eden e il suo nuovo compagno David, poi c'è Pruitt, misterioso amico di quest'ultimo. Esaurite premesse e convenevoli, il film parte in un crescendo ponderato di angoscia e claustrofobia, di porte chiuse a chiave e di cassetti aperti, in un insieme di accadimenti che lentamente aprono il sipario rivelando un finale (gli ultimi 20 minuti) disturbante e notevole. Perché come anche il protagonista principale intuisce c'è qualcosa di strano, l'invito a cena dalla ex moglie infatti, diventerà la serata più inquietante e incredibile della sua vita.

giovedì 7 luglio 2016

Dio esiste e vive a Bruxelles (2015)

Dio esiste e vive a Bruxelles (Le tout nouveau testament) è una surreale, ironica e dissacrante commedia del 2015 diretta dal regista Jaco Van Dormael, bizzarro e fantasioso, come i suoi precedenti lavori e mondi creati nelle sue pellicole (per esempio Mr. Nobody). Qui ancora una volta i protagonisti del suo film non conoscono, non sanno, ignorano e ce lo dimostrano. Ce lo dimostrano dandoci la loro visione della realtà, talvolta così strampalata e assurda ai nostri occhi, da regalarci un sorriso e giustificando il genere del film: commedia. Difatti l'inizio è fulminante e sorprendente, già solo la prima frase "Dio si annoiava, per questo creò Bruxelles" mi ha fatto ridere fragorosamente, creando una sorta di empatia, di identificazione emotiva con la pellicola, anche se di emozionante non c'è quasi niente. Quest'opera inizia come una commedia corrosiva e dissacrante e si sviluppa come un apologo poetico sul senso e la qualità della vita ma anche in qualcosa di assurdo e inaspettato. Nella sfrenata fantasia del regista, Dio vive in un trilocale di Bruxelles, crea il cosmo con alcuni click da un computer che tiene nel suo studio, una immensa stanza piena di fascicoli personali dalle pareti interminabili. Beve birra e fuma come un turco, maltratta e sottomette la moglie (una Dea svagata e impaurita interessata alle pulizie domestiche e al baseball) e la figlia (una ragazzina di dieci anni capace di modesti miracoli che parla di nascosto con il fratello, allontanatosi da casa circa 2000 anni fa, per rincorrere chissà quali ideali). Dio non ama l'umanità, anche se la crea a propria immagine e somiglianza, anzi la detesta e gli piace vederla soffrire. Infarcisce la vita di ognuno di dolori, lutti, perdite, separazioni, crea conflitti religiosi tra le persone per un proprio disegno personale o forse solo per combattere la noia. La figlia Ea ad un certo punto però non ne può più di sottostare alle angherie del padre e decide così di dare una svolta alla sua vita ed a quella del mondo sabotando il lavoro dell'impossibile genitore. Manomette il computer paterno, spedisce a tutti gli umani un sms che contiene la data esatta della loro morte, creando un putiferio di proporzioni planetarie e si mette alla ricerca di sei apostoli che si aggiungeranno ai 12 di Gesù, per scrivere un nuovo testamento 2.0 (da qui il titolo originale "Le Tout Nouveau Testament").

mercoledì 6 luglio 2016

Ustica (2016)

Ustica è un drammatico e controverso film del 2016 scritto e diretto dall'ambizioso regista Renzo Martinelli, che da sempre cavalca due filoni, quello della ricostruzione storica e quello 'civile', dei grandi misfatti italiani (Vajont per esempio), in questo caso naturalmente ci troviamo nel secondo territorio. Il film tratta infatti di una pagina nera della nostra storia, gli avvenimenti che portarono alla strage di Ustica avvenuta il 27 giugno 1980, quando un aereo di linea sprofondò nel mediterraneo senza spiegazioni, le cui cause non sono state accertate e sono ancora fonte di polemiche a distanza di decenni dal fatto. Polemiche che ci sono state anche all'uscita della pellicola stessa, avvenuta solo mesi fa, poiché secondo molti questa ricostruzione è frutto di fantasticherie e invenzioni. Il film presentato come la "verità rivelata", è difatti (almeno stando ai fatti accertati, e di quello che so nonostante all'epoca non ero neanche nato) l'opposto della verità. Ci sono tante incongruenze e tanti errori, tanto che nell'arduo tentativo di cercare la verità sulla tragedia del Dc9 Itavia, finisce per ingarbugliare ancora di più uno scenario già di per sé molto complesso. Martinelli, che firma e dirige il film, ha compiuto senz'altro un atto molto coraggioso, un atto firmato da un autore che non vuole voltarsi dall'altra parte nonostante le evidenze indicano una verità diversa da quella ufficiale alla quale noi ci aggrappiamo, un atto che sta riaccendendo i riflettori su una delle pagine più buie della nostra storia. Il suo film, tuttavia, non è una fedele ricostruzione dei fatti né, tanto meno, è inconfutabilmente supportato da materiale documentato. Il film di Martinelli però si difende bene, e ricostruisce in maniera verosimile la dinamica dei fatti così come potrebbero essere accaduti, dando corpo e immagini ad un'ipotesi (quella della collisione in volo tra l'aereo civile e quello militare americano) che potrebbe avvicinarsi molto alla presunta verità, raccontando la cronaca 'vera' di una tragedia, attraverso una storia che è pura fiction, utilizzando personaggi immaginari come testimoni coinvolti loro malgrado nella drammatica vicenda, al punto da venirne sconvolta l'esistenza. Quest'opera è comunque un'opera realistica più di denuncia sulle omertà delle istituzioni di fronte al caso dell'aereo DC9 precipitato in mare per cause ancora da stabilire, e sempre occultate per difendere la "Ragion di stato".

martedì 5 luglio 2016

Due giorni, una notte (2014)

Due giorni, una notte (Deux jours, une nuit) è un drammatico film del 2014 scritto, diretto e prodotto dai fratelli Dardenne, con protagonista Marion Cotillard. La storia della pellicola, che ha partecipato in concorso alla 67ª edizione del Festival di Cannes, è semplice ma drammaticamente attuale in quanto il tema del lavoro è sempre un tema non facile da gestire ed esporre, anche se qui viene trattato in modo semplice e semplificativo, senza tante spiegazioni. Il film racconta di una situazione che potrebbe capitare a molti, specialmente da quando la catastrofica crisi economica ha bussato alla nostra porta, ovvero come quella di un'operaia, Sandra (Cotillard) di una piccola azienda belga che produce pannelli solari (in crisi per la concorrenza asiatica), che costretta ad assentarsi dal lavoro per un lungo periodo per motivi di salute (depressione) rischia il licenziamento. Ma ciò accadrebbe solamente se gli operai della sua stessa azienda decidono di beneficiare di un bonus di 1000 euro a discapito proprio del licenziamento di Sandra che ad una prima votazione viene accettata. Poiché però secondo la sua collega Juliette la votazione è stata influenzata negativamente dal capo reparto, che deciso a fare gli interessi della proprietà e considerando Sandra inaffidabile per continuare a lavorare, decide e convince a riproporre alla proprietà la votazione. L'accettazione della dirigenza comporterà così l'inizio del peregrinare di Sandra, che, nell'arco di un weekend (da cui il titolo del film), di casa in casa dei compagni di lavoro, cerca di fargli rinunciare al bonus per permettergli di rientrare al lavoro il lunedì successivo. Ma Due giorni e una notte non è solo il tempo che lei ha per convincere i suoi colleghi a rinunciare ad un bonus di mille euro così che lei non venga licenziata dall'azienda ma è la lotta di una donna per tenere stretto il suo posto di lavoro, contro i profittatori e soprattutto contro se stessa, buona e fragile, troppo fragile in una realtà che non prevede spazio per la debolezza. Una vicenda più attuale che mai, poiché considerato quel che succede oggi nel mondo del lavoro non si può escludere che una circostanza del genere, possa verificarsi realmente. E questo mettendo a dura prova noi ma di conseguenza anche le relazioni umane che ne derivano, difatti come l'ipotesi di un esperimento comportamentale (che, di fatto, lo è), rinunceresti ad un bonus del valore di mille euro per evitare il licenziamento di una collega? Se fossi io per 1000 euro ci rinuncerei, non ti cambia mica la vita, certo potrebbe far comodo ma per cosa, per perdere la tua integrità? No, ma probabilmente se questo ipotetico bonus fosse moltiplicato per 100 l'accetterei. Questo e' infatti il sunto di questa opera, la risposta a questo dilemma che a sua volta induce a porsi la domanda d'obbligo della pellicola, riuscirà Sandra, la dipendente che rischia di perdere il suo posto di lavoro, a convincere la metà più uno dei suoi colleghi a votare a suo favore rinunciando al bonus?

lunedì 4 luglio 2016

Dove eravamo rimasti (2015)

Dove eravamo rimasti (Ricki and the Flash) è una drammatica commedia musicale del 2015 diretta da Jonathan Demme, premio Oscar nel 1992 per Il silenzio degli innocenti. Per questo suo film il regista si avvale di altri due premi Oscar, il sempreverde Kevin Kline, nel 1989 vincitore dell'Oscar come miglior attore non protagonista per Un pesce di nome Wanda, e sfruttando anche la sua amicizia e la passione in comune per la musica (nel caso della pellicola rock), della straordinaria regina e primatista di nomination all'Oscar (19), Meryl Streep, vincitrice comunque di ben 3 premi Oscar, l'ultimo nel 2011 (The Iron Lady). La pellicola racconta di Ricky Randazzo (vero nome Linda Brummel, ovvero la Streep), cassiera di un supermercato con un'enorme passione per la musica rock, tanto da aver fondato un complesso, chiamato The Flash (che non ha niente a che vedere con il supereroe della DC Comics o la serie tv), col quale suona cover di artisti musicali statunitensi in un affollato locale della California. Ma Linda, dietro le apparenze di una chitarrista rock energica e spregiudicata, nasconde anche una storia famigliare molto complessa e travagliata, ha infatti avuto tre figli, due maschi e una femmina, dal marito Pete (Kevin Kline), con cui ha successivamente divorziato, e si è sempre mostrata una madre inconcludente e irresponsabile. Intenzionata a recuperare l'affetto dei figli e, inconsapevolmente, se non l'amore, almeno la stima di Pete, decide di ricomparire per una settimana nella vita della sua famiglia per fare un disperato tentativo nel quale nemmeno lei crede poi fino in fondo. Scopre che la complessata e sciatta figlia Julie, preda degli psicofarmaci e aspirante suicida, ha appena concluso un devastante matrimonio con un ragazzo ben poco raccomandabile, che il figlio maggiore Joshua sta a sua volta per convolare a nozze con una bella e simpatica fidanzata e che l'ultimogenito Adam è omosessuale. È troppo, Linda preferisce la vita disinteressata della rockstar, lontano dagli impegni sentimentali e immersa in quell'alone impenetrabile di divertimento fine a sé stesso e successo a portata di mano. Ma non per questo rinuncerà a mostrare ai famigliari la sua tenacia nel volersi ritagliare un posto all'interno di un gruppo che l'ha sempre screditata per il suo consueto comportamento scriteriato, e lo farà esibendosi con la sua band (della quale fa parte anche il fascinoso chitarrista Greg, suo attuale compagno, interpretato dal rocker australiano Rick Springfield) al matrimonio di Joshua, regalando a tutti quanti il miglior dono che potevano sperare da lei.

sabato 2 luglio 2016

Le altre serie tv (Maggio-Giugno 2016)

In questi due mesi oltre alle serie già recensite, ne ho visto altre 6. Cominciando da C'era una volta (Once Upon a Time), una delle più famose serie tv fantasy degli ultimi tempi, la serie della Abc è infatti liberamente (forse troppo) ispirata a leggende e ai racconti classici della letteratura fantasy e soprattutto delle fiabe e film Disney, da cui si riprendono nomi, personaggi e luoghi specifici, ma impostati al giorno d'oggi e in versione dark e quindi ha molto appeal. La quinta stagione si è appena conclusa (su Fox) ma purtroppo dopo interessanti e belle prime stagioni e alcuni buoni spunti anche in questa di stagione il giudizio è deludente, alquanto ripetitivo e con troppe libertà, che se ad un primo un momento hanno meravigliato e stupito, dopo hanno stancato poiché nelle stagioni che si sono susseguiti si è sempre usato lo stesso leit-motiv senza nessuna grossa novità. Difatti si assiste quasi sempre allo stesso copione, quando fai un passo avanti per il bene subito dopo ne fai due indietro nel male, quando infatti la situazione sembra volgersi al meglio ecco che spunta il cattivo (a volte anche riciclato) della situazione e rovina i piani e sconvolge la vita dei protagonisti (del cattivo e della vita dei buoni) che immancabilmente vengono scombinati ma che poi riescono a compiersi lo stesso, o almeno così sembrerebbe perché riescono sempre a cavarsela fino al prossimo 'problema'. Fa un certo effetto poi vedere i protagonisti e personaggi molto conosciuti in strane vesti o situazioni, certo è bello però a volte è veramente tutto esagerato e quasi insopportabile, vedere Peter Pan tra i cattivi (nella terza l'apice della cattiveria) mi ha un po infastidito.