venerdì 23 giugno 2017

Prisoners (2013)

Di Denis Villeneuve, uno dei registi che in questo periodo è molto apprezzato da critici e cinefili, ho visto solamente l'eccezionale Sicario e probabilmente a conti fatti il suo più importante lavoro insieme ad Arrival, ovvero La donna che canta, con cui è stato candidato all'Oscar al miglior film straniero, ma dopo aver visto anche Prisoners, film del 2013 diretto dal regista canadese e interpretato da Hugh Jackman e Jake Gyllenhaal, posso affermare che nel futuro potremo tranquillamente fare affidamento su di lui, perché anche questo affascinante thriller ha tutti gli ingredienti necessari per essere uno dei film thriller tra i più riusciti degli ultimi anni, anche se attinge a qualche stereotipo del genere e sebbene il tema del rapimento di bambini sia anche troppo sfruttato nei thriller made in USA. Ma la pellicola, permeata da una sensazione di tensione ed inquietudine dal primo all'ultimo fotogramma, si rivela a conti fatti (meglio che in The Captive: Scomparsa) un ottimo prodotto di intrattenimento che mantiene quel che promette (tensione e colpi di scena dall'inizio alla fine), sapendo farsi perdonare altresì la durata abbondante (146 minuti, che non devono comunque spaventare, dato che non ci si annoia affatto e si resta col fiato sospeso per riuscire a capire come andrà a finire) con l'assenza di scene o personaggi ridondanti, poiché la sceneggiatura non ha quasi niente fuori posto. D'altronde uno dei punti di forza del film è senz'altro lo sviluppo della trama, che ci porta sempre sul punto di prendere una decisione, salvo sconfessarci dieci minuti dopo, è colpevole, o no? E cosa significa quell'indizio? Ebbene, notevole è come il regista costruisca un vero e proprio "labirinto" di ipotesi ed immagini, non casualmente, visto quanto sarà ricorrente nel film quella stessa immagine.

giovedì 22 giugno 2017

Pelé (2016)

Del film Pelè (Pelé: Birth of a Legend), film biografico del 2016 scritto e diretto dai fratelli Jeff e Michael Zimbalist, incentrato sulla vita dell'ex calciatore brasiliano Pelé, ne avevo già parlato in occasione della sua uscita nei cinema più o meno un anno fa (qui), in cui avevo anche espresso il mio pensiero su di lui, la vita e la carriera di quello che ho sempre ritenuto essere il più forte e il migliore calciatore di tutti i tempi, sia calcisticamente che umanamente parlando, che fu addirittura personalmente tema di studio negli esami di terza superiore, perché lui, conosciuto in tutto il mondo per i tanti successi e i tanti record, era ed è soprattutto un grande uomo, un grande brasiliano. E il film, anche se con qualche pecca, riesce nell'intento di renderlo, anche a distanza di anni, un personaggio iconico e leggendario, ancor più se si pensa che proprio lui rivitalizzò un paese intero, caduto in una perenne tristezza da quando nel 1950 il Brasile perse la finale della Coppa del Mondo a discapito dell'Uruguay, perché solo 8 anni dopo, in seguito ad una promessa fatta a suo padre, riuscì nell'impresa di portare a casa il trofeo, una vittoria clamorosa che cambiò radicalmente il calcio e il modo di vedere dei brasiliani e non solo. Il film infatti, che narra la storia romanzata (dall'infanzia difficile nelle favelas di San Paolo a il rapporto con il padre Dondinho, fino alla vittoria del suo primo mondiale nel 1958 con la nazionale brasiliana a soli 17 anni) del calciatore Edson Arantes do Nascimento, divenuto celebre in tutto il mondo come Pelé, ripercorre tutti i momenti più importanti della sua miracolosa ascesa, che culminò (e cominciò) appunto nella vittoria del Mondiale. Lui che con alle spalle una vita di sacrifici e un'infanzia di povertà e con il suo stile di gioco poco classico ma autentico e il suo spirito imbattibile per superare tutte le avversità, trovò la via della grandezza e ispirò un intero Paese cambiandolo per sempre.

mercoledì 21 giugno 2017

Fortitude (2a stagione)

Dopo ben due anni di attesa è tornata Fortitude, la serie televisiva britannica (venduta in 170 paesi tra cui gli Stati Uniti e vincitrice di diversi premi internazionali) che, incentrata sull'investigazione di un omicidio in una fittizia cittadina della regione artica, aveva appassionato milioni di spettatori. Purtroppo però il suo tanto atteso ritorno è stato in larga parte disatteso, probabilmente illusorio. La serie infatti, creata da Simon Donald e tornata in onda il 27 gennaio, per la sua seconda stagione, in contemporanea in cinque paesi, Regno Unito, Germania, Irlanda, Austria e Italia su Sky Atlantic, ambientata nuovamente nel Circolo Polare Artico, girata in Islanda e nel Regno Unito e diventando la produzione inglese più costosa della storia della tv, con un budget di ben 25 milioni di sterline, vanifica tutto quello che di bello era stato proposto allo spettatore. Poiché se il primo capitolo di Fortitude (visto prima che aprissi il blog), grazie anche alla presenza illustre di Stanley Tucci ed una trama davvero criptica e avvolta in un telo oscuro, era stata avvincente e trascinante, il secondo atto cambia decisamente registro, abbandonando un po' (troppo) i misteri terreni del primo copione e tuffandosi (a piedi disuniti) in quello che in apparenza sembrava essere legato al sovrannaturale, senza però riuscire ad appassionare.

martedì 20 giugno 2017

Focus: Niente è come sembra (2015)

Avrebbe dovuto nuovamente rilanciare Will Smith soprattutto in seguito allo smacco cosmico di After Earth, ma un copione incommestibile affossa qualsiasi possibilità di salvataggio per il terzo lavoro di John Requa e Glenn Ficarra, registi (ma non autori) del piacevole Crazy, Stupid, Love e del non del tutto sufficiente Whiskey Tango Foxtrot. Il divo, dopo 2 camei in altrettanti mediocri film prima di questo, in Focus: Niente è come sembra (Focus), film del 2015 scritto e diretto dai due registi, ce la mette anche tutta, (per fortuna che dopo arriverà il bel Zona d'ombra anche se per sfortuna arriverà il deludente Suicide Squad e dopo ancora, secondo molti, il non eccezionale Collateral Beauty), ma quasi niente funziona, poi purtroppo si ha anche la netta sensazione che Margot Robbie non è un'adeguata partner per lui (come anche visto nel fantasy DC), e ciò è intuibile sin dai primi momenti. La storia raccontata infatti, quella di Nicky Spurgeon, un incallito truffatore, che prende sotto la sua ala protettiva la giovane e attraente Jess, facendole da mentore ma che costretti a separarsi (dato che quando i due si innamorano le cose si complicano) si incontreranno nuovamente dopo tre anni a Buenos Aires per un colpo sullo sfondo dei circuiti da corsa, è un fritto misto con scopiazzature e copia-incolla rivisitate, riprese a dritta e a manca, che quasi non vale neanche la pena citare. La sceneggiatura difatti (degli stessi Ficarra e Requa) è incapace di operare una sintesi tra i generi (serio e faceto sembrano quasi fare a pugni), banalizza l'elemento potenzialmente più interessante (cioè il confondersi continuo di realtà e finzione), inserisce in chiusura un inconsulto squarcio splatter e scinde la trama in due tronconi narrativi che girano a vuoto e suscitano solo sbadigli, tra colpi di scena irrealistici, ammiccamenti ad Ocean's Eleven e trovate trite.

lunedì 19 giugno 2017

The Boy (2016)

I film in cui ci sono bambole di mezzo di solito sono inquietanti, e questo The Boy, film horror del 2016 diretto da William Brent Bell, non è da meno, dato che il regista attraverso un semplice oggetto (una bambola appunto, strumento ansiogeno comunque e in ogni caso già più volte sfruttato) riesce a creare nello spettatore un'inquietudine, una paura crescente e un forte interesse su ciò che accadrà, anche se tuttavia lo sviluppo della trama rivela pecche abbastanza clamorose, inficiando di parecchio il risultato finale. Il regista infatti spazia ottimamente nel genere, un genere non propriamente originale, e riesce ad inserirlo in un contesto nuovo, ben strutturato, per tutto il primo tempo e poco oltre, ma amplia il tutto con un finale quasi eccessivo, che finisce per scardinare l'ottima struttura narrativa che inizialmente aveva fatto capolino, poiché quello che sembrava essere un certo tipo di film (soprannaturale) finisce per essere (senza spoilerare alcunché) qualcos'altro di (banalmente) già visto. In ogni caso il film narra la storia di Greta, che accetta l'incarico di babysitter in una casa di campagna del Regno Unito. Qui scopre con sorpresa, ed anche con molta inquietudine che il figlio della coppia (che i genitori curano come fosse un bambino di otto anni, avendo perso il loro vero figlio) è in realtà una bambola a grandezza umana di nome Brahms. La coppia assegna una serie di regole alla giovane ragazza e raccomanda lei di non tralasciarne neanche una. Prendendo però un po' sottogamba l'incarico e violando appunto l'elenco di regole rigorose assegnatele, si ritroverà perciò protagonista di eventi inquietanti e inspiegabili che la portano a credere che la bambola sia in realtà viva. Ma ben presto Greta scoprirà che non tutto è come sembra.

venerdì 16 giugno 2017

Veloce come il vento (2016)

Non sono un fan di Stefano Accorsi, e non sono (come probabilmente ben sapete) un fiero paladino del cinema italiano, ma vedendo Veloce come il Vento, film del 2016 diretto da Matteo Rovere, conosciuto anche col titolo internazionale Italian Race e liberamente ispirato alla vita del pilota di rally Carlo Capone, sono rimasto nuovamente sorpreso, perché questo che è un sorprendente film sui motori, le corse, ufficiali o clandestine che siano, ma anche la lotta di una giovane per non perdere il suo futuro e uno scarto sociale che non si ravvede mai del tutto (personaggio/interpretazione che non passano inosservate), è un film più che discreto, imperfetto quanto si vuole ma ulteriore dimostrazione che un cinema italiano diverso e migliore è sempre possibile. E così dopo il supereroe romano, la cena delle beffe e rivelazioni, è il turno del "Fast and Furious" alla bolognese. In questo caso però, non si ritrovano le finezze di Lo chiamavano Jeeg Robot o le eccezionali movenze e caratteri di Perfetti Sconosciuti, ma Matteo Rovere, dopo due film abbastanza anonimi, sorprende nelle (molteplici) riprese a quattro ruote e approfitta in lungo ed in largo di un personaggio non arrotondato, non solo perché insegna come in gara le curve non si debbano fare per forza tonde. Personaggio che, quello di Loris De Martino (di cui Stefano Accorsi ne è l'incarnazione pressoché perfetta), sarebbe potuto rimanere certamente schiacciato dall'etichetta del tossicodipendente "tout court" ma che invece stupisce e colpisce. Un personaggio ironico nella sua tragicità, completo nel suo essere interiormente frammentato, un eterno fuori luogo che trova, in questa storia (che si gioca su due piani diversi, l'uno adrenalinico, colorato e rumoroso, l'altro discreto, quotidiano, silenzioso), un rifugio accogliente.

giovedì 15 giugno 2017

Dheepan: Una nuova vita (2015)

Come forse qualcuno saprà, è raro che io veda film premiati da giurie intellettuali, a volte infatti sono di una lentezza disarmante, non in questo caso però, dato che Dheepan: Una nuova vita (Dheepan), che probabilmente segna il massimo risultato in termini di premi ricevuti da Jacques Audiard, ha difatti vinto la Palma d'Oro a Cannes 2015, che ha comunque regalato perle come Sulle mie labbra e Il profeta, film del 2015 parzialmente ispirato a Lettere persiane di Montesquieu, non solo è un film intenso, drammatico comunque aperto alla speranza, ma anche appassionante nonché intimista, poiché spesso allude e non dice. Un film che parte da un contesto storico ben preciso (la guerra fratricida nello Sri Lanka, durata dal 1983 al 2009 tra Governo e Tigri Tamil che costò 100.000 vita umane sui campi di battaglia) che comunque abbandona subito (anche troppo frettolosamente), che poi si concentra sulla necessità e sulla possibilità di tre individui (con nessuna parentela né altro tipo di legame affettivo tra loro, che formano perciò una famiglia fittizia) di poter rifarsi una vita lontano dal proprio paese, nello specifico la Francia di una non precisata periferia cittadina ad alto tasso di criminalità, dove il destino porta i tre sventurati migranti, i quali cercano, chi in maniera riluttante, la donna, chi in modo più convincente, l'uomo (che assume la falsa identità di Dheepan), di fare di necessità virtù. L'uomo (Jesuthasan Antonythasan) che, nonostante le grandi difficoltà poste dalle barriere linguistiche, diventa custode e tuttofare nel palazzone dove vive, la donna (Kalieaswari Srinivasan) invece la badante nella casa di uno dei capi di una gang locale, mentre la bambina (Claudine Vinasithamby) tenta una difficile integrazione nella scuola che frequenta. Purtroppo però la violenza, ciclicamente, tornerà ad entrare prepotentemente nelle loro vite.

mercoledì 14 giugno 2017

Twin Peaks: 1a, 2a stagione & Fuoco cammina con me

Con le serie tv ho sempre avuto dei piccoli problemi, solo negli ultimi 10 anni qualcosa è cambiato, perché prima le suddette serie, che prima venivano comunemente chiamati telefilm, raramente avevano una "normale" programmazione, e quindi io non credo di aver mai visto tutte le puntate di qualsiasi telefilm girava in televisione prima degli Anni 2000 e poco dopo, ora con internet e le pay-tv il problema non c'è più, ma per colpa di tanti fattori (come aspettare con ansia la settimana) e poiché ero davvero piccolo, ho probabilmente dimenticato di vedere, oltre ad X-Files, di cui ho provato a cominciare dalla prima stagione che ho visto ma non ho terminato (colpa anche della 10a stagione che ha svelato tanti particolari), la serie più importante di tutte, ovvero Twin Peaks, la serie capolavoro di un regista che ammiro, David Lynch (con la sua indistinguibile mente onirica e visionaria), molti sono infatti le "citazioni" al suo stile che ravvedo spesso, dato che anche ultimamente ho trovato qualcosa di lui in Legion e La Isla Minima, ma paradossalmente il suo miglior lavoro (insieme a Mark Frost) non l'avevo ancora visto. Ora con il ritorno tanto atteso della terza stagione di questa serie che fece (e fa ancora) letteralmente impazzire milioni di telespettatori in tutto il mondo, e grazie al grande amore per questa serie del nostro Mozzino, ho finalmente recuperato e visto, tutto quello che c'era da vedere di questa incredibile serie (perciò tenetevi forte, sarà un lungo post). Serie che in un rivoluzionario mix di generi fra soap opera, horror, noir e poliziesco, rivoluzionò il genere e il modo di fare televisione. Ammetto che prima non ci credevo, ma dopo averla vista, posso tranquillamente affermare che Twin Peaks lo fu e lo è davvero (anche se a distanza di anni) l'emblema di un nuovo modo di fare televisione, caratterizzato da una cura nella trama, nella caratterizzazione dei personaggi e nella regia che prima di allora non era mai nemmeno stata presa in considerazione. Perché quello che veniva trasmesso era ed è un prodotto televisivo con una trama vera, corposa, senza episodi stand-alone o filler, inoltre, il surrealismo e la costante sensazione di "quiete prima della tempesta" rende e rendeva Twin Peaks radicalmente differente non solo rispetto a quanto prodotto dalla televisione fino ad allora, ma anche rispetto a qualunque altra serie avverrà dopo.