sabato 10 dicembre 2016

Southpaw: L'ultima sfida

Di questi tempi fare un film sul pugilato significa, ormai, accettare di cadere inevitabilmente nel "già visto", tanto più nello script di pura fiction, troppo iconiche e indimenticabili restano ancor oggi le gesta dei vari Rocky, Toro Scatenato, Alì, Cinderella Man e l'ultimo Creed, ect, che risulta davvero difficile riuscire a scrivere una pagina veramente nuova di questa tipologia di film. Ma l'abilità di partenza di Southpaw: L'ultima sfida (Southpaw), film del 2015 diretto e prodotto da Antoine Fuqua, con protagonista Jake Gyllenhaal, se vogliamo, è proprio la scelta di non cercare alcun tipo di confronto con questi cult, mantenendo una costante umiltà di fondo che lo direziona sì verso caratteri prevedibili e masticati (a tratti pure semplicistici) ma nel contempo lo dimensiona a prodotto di genere più che commestibile, testosteronico e drammatico, emozionante e scorrevole, per un risultato non eccezionale ma più che dignitoso. Perché senza cadere nella presunzione di voler scrivere qualcosa di nuovo, Southpaw tiene fede ai caratteri che hanno fatto la fortuna del boxe-movie, regalando due ore di buon cinema, il cui scopo primario resta l'intrattenimento, coniugato però ad una valida dose di profondità, conferita dalla qualità dei suoi interpreti. La storia non brilla per originalità, certo (poiché già di per sé il progetto di un film sulla boxe e sul riscatto di un pugile dalle stalle alle stelle si presenta irto di difficoltà sul fronte originalità), ma quali sono i grandi film che possono davvero definirsi completamente originali? Il gladiatore, Braveheart, 300? la verità è che la differenza la fanno molto spesso gli attori e la sceneggiatura, che in questo caso funzionano alla grande. La sceneggiatura infatti, nonostante non sono come la regia da Oscar, riesce a far viaggiare le emozioni sui volti di tutti i protagonisti, e dallo schermo agli spettatori, in modo genuinamente emozionante proprio grazie alla storia semplice, che anche se già raccontata più volte al cinema (che è pieno di pugili famosi) con altri copioni identici, riesce sia a rendersi efficace, che ad intrattenermi fino alla fine facendomi affezionare ai personaggi, cosa che solo pochi film riescono a fare.

venerdì 9 dicembre 2016

Janis & Steve McQueen

Quest'anno di documentari ne ho visto ben pochi, perciò per rimpolpare un genere che finirà anch'esso nel calderone di uno speciale sul cinema e serie tv, di cui prossimamente vi parlerò, ho visto due film biografici-documentaristici di due miti, due star internazionali famosissimi, purtroppo prematuramente scomparse, una è ancora adesso una delle stelle cinematograficamente parlando e non solo più grandi di Hollywood di sempre probabilmente, ovvero Steve McQueen, e l'altra Janis Joplin è stata un'icona rock e una grande interprete musicale, anche se dietro le apparenze si celava molto più di ciò. E quindi dopo quello su Amy WinehouseAmy, ecco un altro film che racconta la biografia di una famosa ed eccellente cantante, anch'ella purtroppo morta per overdose. Janis, infatti, parla e presenta il ritratto di Janis Joplin, cantante blues estremamente dotata ed affermatasi più o meno nel decennio degli anni '60 fino al 1970 che costituisce l'anno della sua morte, anche se la regista Amy Berg e il produttore Alex Gibney guardano oltre la Janis del rock 'n roll, svelando dietro la leggenda una donna gentile, sensibile e al contempo potente, che con la sua breve, turbolenta ed epica esistenza ha contribuito all'evoluzione del mondo della musica rock. La regista difatti, in questo ritratto appassionato, dolce ed emozionante, assai delicatamente e con un profondo atteggiamento psicologico, rifacendosi alle interviste di vari personaggi che la conobbero ed interagirono con lei e soprattutto alle lettere reali (nella versione italiana lette dalla cantante Gianna Nannini, non proprio una scelta saggia) che la cantante nel corso della sua carriera e negli anni immediatamente prima scriveva ai propri genitori, non entra nei particolari tecnici dei dischi, non indaga troppo sulle sue influenze musicali, e ci permette, in maniera splendida e implacabile, di cadere nel vortice di vita e dolore che ha accompagnato la cantante texana nella sua breve esistenza. Dagli accenni alla nascita a Port Arthur, da una famiglia borghese (il padre ingegnere, la madre insegnante), primogenita dal carattere ribelle, incerta sulle sue aspirazioni, ma sorridente e amabile nelle molte foto esibite, nonostante oggetto di bullismo dai compagni di scuola, per la sua scarsa avvenenza rispetto ai canoni dell'epoca, si passa attraverso la high school, dove predilige il disegno, all'Università di Austin dove interrompe gli studi per completarli in Scienze Sociali, con ottimi voti, presso l'università di Houston/Lamark. Ma invece di fare l'insegnante, secondo il desiderio dai genitori, si sente attratta dalla musica, scopre di avere una bella voce e comincia cimentarsi nel Blues e nel Folk con alcuni amici, è da lì tutto comincerà e finirà. Un racconto forte, dove si evince la figura di una donna estremamente dotata dal punto di vista artistico, più precisamente del canto, ma assai insicura, bisognosa d'affetto e molto sofferente per svariati problemi, legati anche al suo aspetto fisico presenti in lei sin dall'adolescenza, che credeva di riuscire a superare con l'uso smodato e frequente di sostanze alcoliche e droghe di ogni tipo.

mercoledì 7 dicembre 2016

Revenant: Redivivo

Gli aggettivi che mi vengono in mente dopo la visione di questo lungometraggio (un film del 2015, diretto, co-scritto e co-prodotto da Alejandro González Iñárritu) sono: maestoso, epico, selvaggio, ma anche purtroppo deludente e disturbante. Deludente perché anche se il film scorre bene e la pellicola si fa vedere, questa solo a tratti intrattiene, ma mai riesce ad appassionare completamente nonostante la forza emotiva che indubbiamente c'è e tanta. Disturbante perché Iñárritu non è proprio un regista da definirsi delicato, quindi la cosa ci starebbe, se non che, ciò che mi 'disturbava' (e non poco) nella prima mezz'ora/tre quarti di visione (l'esagerazione quasi grottesca, le forzature battagliere, la ridondanza in generale amplificata da un'eco naturalistico che andava profilandosi come un'esibizione di maniera e di stile fine a se stessa, senza dimenticare alcune scene cruente e alcune molto surreali) si è però lentamente dissolto quando ho capito e ho visto quanto sia stato lo sforzo, umano e tecnologico, nonché naturalmente di budget (ma quest'ultimo non è certo un elemento a favore), operato per realizzare questo film. Un film però che nonostante non sia riuscito efficacemente a stupire o a commuovere me, regala uno spettacolo straordinario di puro cinema, film che stenta a decollare, che stenta a farsi capire e coinvolgere ma che regala maestosi paesaggi innevati e una storia incredibile, potente e intensa con un finale più che accettabile. Revenant: Redivivo (The Revenantrimanda, come in un gioco di specchi, recuperando temi propri della frontiera americana (quando la frontiera era in realtà un gigantesco territorio inesplorato che iniziava a ridosso degli stati della costa atlantica, abitato da una pluralità di popolazioni indigene), ad opere come Into the wild e affini, sviluppando un percorso artistico originale (anche se a dire il vero questo è un remake dato che il soggetto è già stato usato da un'altra pellicola, Uomo bianco, va' col tuo dio! 'Man in the Wilderness' del 1971) a partire dalla spettacolarizzazione di una storia vera (in parte basata sul romanzo Revenant: La storia vera di Hugh Glass e della sua vendetta e parzialmente ispirata alla vita del cacciatore di pelli Hugh Glass, vissuto a cavallo tra il Settecento e l'Ottocento), ambientata nel grande nord americano all'inizio dello stesso diciannovesimo secolo, il nord delle spedizioni di caccia, dei combattimenti con tribù di indiani ostili, dei vincoli famigliari e il tradimento, dello spirito di sopravvivenza e la vendetta e ne propone una scrittura tersa ed essenziale, in cui gli individui diventano minuscoli a fronte di una natura primordiale, implacabile e ferocemente bella.

martedì 6 dicembre 2016

Marte (mini-serie)

Ha debuttato poco meno di tre settimane fa in tv, tra lo stupore generale, uno dei progetti cinematografici e televisivi più ambiziosi di sempre, quello de 'La più grande avventura di sempre nella storia dell'uomo', ovvero la colonizzazione del pianeta rosso, cioè Marte. Un progetto che non sembrava essere straordinario, invece dopo aver visto le prime tre puntate, la quarta delle sei totali andrà in onda stasera, ne sono rimasto affascinato. Ecco perché nonostante io sia arrivato soltanto a metà non potevo esimervi nel consigliare di vederla, perché Marte, la nuova miniserie evento di National Geographic Channel è qualcosa di veramente eccezionale. In più è diretta da un certo Ron Howard (straordinario regista) e prodotta da lui stesso insieme a Brian Grazer (uno dei produttori più famosi di Hollywood), perciò cosa volere di più? Niente, soprattutto se le vicende narrate sono a dir poco fantastiche. Le vicende narrate infatti si sviluppano tra il presente e l'anno 2033, alternando dati scientifici e rappresentazione cinematografica, vicende che ci trasportano direttamente alla vigilia della prima missione dell'uomo sul pianeta rosso. Difatti nell'anno 2033 lo sbarco dell'uomo su Marte sta per diventare realtà. Mancano 90 secondi all'atterraggio e l'equipaggio della navicella Daedalus, che vive con ansia questi ultimi tormentati momenti che li separano dal toccare terra sul pianeta rosso, è pronto per questo storico avvenimento. Nonostante però abbia avuto il miglior addestramento e abbia le migliori risorse disponibili, l'equipaggio dovrà spingersi sull'orlo delle capacità umane per riuscire a creare con successo la prima colonia eco-sostenibile su Marte. A metà tra un documentario (grazie alle testimonianze delle menti più brillanti della scienza) e un film (con ricostruzioni fedeli e precise di una perfetta missione spaziale), Marte infatti ci racconta in modo strabiliante come sarà finalmente possibile replicare lo sbarco dell'uomo sulla Luna sul pianeta rosso. Un racconto che via via si fa sempre più incredibile. Storia che perseguendo il doppio scopo di informare, come è abitudine e forza della rete televisiva internazionale, racconta una storia avvincente, un ibrido innovativo e interessante, soprattutto per come la serie è strutturata e sulla sua particolarità.

lunedì 5 dicembre 2016

Krampus

Per entrare in clima natalizio (anche se in questo caso non proprio festivo o felice) e finalmente vedere un film di cui molti hanno già avuto l'onore di recensire, anche positivamente (paradossalmente in estate), ho deciso di recuperarlo, anche perché proprio in questi giorni nel nord Italia, anzi, propriamente stasera (almeno credo) con l'arrivo di San Niccolò, ci sarà la sfilata dei Krampus, di cui questo film si ispira, esseri mistici e favola nera di cui già ne avevo sentito parlare e visto nel discreto thriller tutto italiano In fondo al bosco, infatti proprio durante questa festa un bambino sparirà, ma questa è un'altra storia. Intanto concentriamoci su Krampus: Natale non è sempre Natale (Krampus), film del 2015 diretto da Michael Dougherty, qui anche sceneggiatore e produttore, conosciuto soprattutto per la stesura dello script di X-Men 2 (2003) e di X-Men: Apocalisse (2016). Un film che è una discreta commedia-horror che affonda le sue radici nelle antiche tradizioni folkloristiche europee, riportando in auge la figura del Krampus (bestia cornuta che cattura i bambini disobbedienti per il Natale), demone che secondo la leggenda accompagna l'arrivo di San Nicholas. Infatti basandosi su questa leggendaria creatura, la pellicola racconta di un giovanissimo ragazzino Max (sensibile e riflessivo), che decidendo decide di voltare completamente le spalle a Babbo Natale (strappando la letterina e gettandola dalla finestra), dopo alcuni screzi con la sua maldestra famiglia, scatena l'ira del Krampus, un antico e oscuro demone malvagio che attacca i miscredenti. Da quel momento il cielo diventa cupo portando il gelo e lo sconforto, e la mattina seguente la casa si ritrova sommersa in una bufera. Non solo, perché bloccati all'interno della loro casa, si ritroveranno accerchiati dai simboli del Natale (gli aiutanti del demone) che cominciano ad animarsi e ad attaccare i componenti della famiglia di Max. A questo si aggiunge il demone in persona, che non darà tregua ai componenti della famiglia, famiglia che per sopravvivere e non essere presi dalla forza demoniaca, sarà costretta ad aiutarsi vicendevolmente. L'unico antidoto infatti è comportarsi bene e aiutarsi l'un l'altro, così facendo decidono di essere solidali tra loro per tentare di sopravvivere a questo inferno. È sufficiente questo incipit di Krampus per rassicurarci sulle capacità del suo regista Michael Dougherty, gli anni passati dall'ottimo La Vendetta di Halloween non gli hanno tolto affatto smalto, dato che sa ancora come essere feroce con una carezza e spietato con delicatezza e stile, tirando pugni nel classico guanto di velluto. Difatti dopo aver sfornato uno dei migliori film di Halloween di sempre, ha saputo ora produrre un ottimo horror che si inserisce in posizioni molto alte sia nel cinema natalizio che nei film di fiaba e folklore. Fiaba che con la direzione della fotografia (ottima e inquietante) di Jules O'Loughlin, le scenografie (agghiaccianti e spaventose) di Jules Cook, i costumi (discreti, credibili ed efficaci) di Bob Buck e le musiche (azzeccatissime) composte da Douglas Pipes, rappresenta in chiave umoristica come il Krampus faccia parte della quotidianità, presentando personaggi realistici e facilmente riconoscibili.

sabato 3 dicembre 2016

Quo vado?

Quando ho saputo che Sky avrebbe mandato in onda questo film, cioè Quo vado?, mi sono già messo a ridere ancor prima di vederlo (pochi giorni fa) perché già sapevo che mi avrebbe fatto ridere, e infatti a termine visione ero stra-felice di averlo visto. Difatti ho riso molto (riso proprio, non 'sorriso'), e questo mi sembra già un gran risultato, specie per un film italiano. Questa è la forza di questo e dei personaggi creati da Luca Medici, in arte Checco Zalone, al suo quarto film da protagonista, dopo Cado dalle nubiChe bella giornata e Sole a catinelle, ridere a crepapelle. Quattro film compreso questo diretti sempre da Gennaro Nunziante, che con Zalone formano un duo straordinario, poiché ripetersi non è mai facile, e invece per la quarta volta consecutiva superano loro stessi, in termini di spettatori e di incasso al box-office. Certo, un film non dovrebbe confrontarsi con i risultati, ma questa dissacrante commedia, nuova e fresca, funziona perché genuina e vera, spontanea, distante anni luce dalle classiche commedie italiane tutte identiche nell'effetto (pieno di gag già viste) e nel soggetto ormai inflazionato di fare battute mediamente volgari per fare scena. In "Quo Vado?" la ricetta di questo successo si evidenzia dall'obiettivo che si prefigge, quello di riuscire ad abbracciare un pubblico ampissimo e, soprattutto, di tutte le classi sociali. Il racconto di Nunziante-Zalone infatti è realistico e contemporaneo. E proprio per questo è un film che non necessita di particolari strumenti culturali per poter essere apprezzato, e infatti la cosa che subito si nota è che la linea comica del film si mantiene pressoché ininterrotta per 100 minuti, dove praticamente si ride di continuo, cosa che personalmente, è accaduta solo nel precedente capitolo filmico. Lui infatti mi diverte da morire con le sue uscite politicamente scorrette, e l'unica cosa che mi sentirei di obiettargli, su questo film, è che ci ha messo dentro contenuti 'buonisti' che sanno di 'voglio far contenti tutti' di cui non sentivo personalmente la mancanza. Comunque su questo sfondo di ilarità tutt'altro che volgare è tuttavia obbligatorio segnalare la pochezza narrativa della trama, in effetti poco consistente e di una semplicità estrema, quasi forzata in certi punti. Pur tuttavia il film riesce a toccare le corde giuste, esalta e demonizza alcuni stereotipi (italiani e non solo), ma non se ne distacca mai totalmente, e anzi a volte suscita un certo sentimento patriottico (esilarante è la scena in cui sradica letteralmente l'insegna "ristorante italiano" di un ristoratore norvegese, al grido di "Vichingo!"). In più alcune gag sono davvero spassose. Nel complesso perciò Zalone non delude le aspettative, perché la sua è la commedia italiana più divertente se non degli ultimi anni, di questo almeno lo è sicuramente.

venerdì 2 dicembre 2016

The Young Pope (1a stagione)

Nei confronti di Sorrentino ho sempre avuto una certa antipatia, non solo per il suo stile di fare cinema (che ormai quasi tutti conoscono vedendo i suoi film, uno addirittura premiato con l'Oscar) ma anche per gli evidenti rimandi a certi personaggi, luoghi e paesaggi che a volte puzzano di accattonaggio mediatico e territoriale (Maradona è Dio detto da un cardinale è eresia, soprattutto se non vero, perlomeno come persona perché come giocatore era un grandissimo). Ma nonostante lo si ami o lo si odi, sta di fatto che finalmente ha probabilmente trovato il luogo giusto per potersi esprimere a grandi livelli, un tipo di cinema, quello delle serie tv, più facile per poter esporre il suo pensiero, il suo genio e sgregolatezza (senza troppi giri di parole, più facile da comprendere), anche se The Young Pope, ideata e diretta proprio da Paolo Sorrentino, prodotta da Sky, Hbo e Canal+, che ha esordito il 21 ottobre 2016 sul canale satellitare Sky Atlantic, conclusasi venerdì 18 novembre, è una non-serie tv, è più un film, lungo dieci ore, pieno di andate e di ritorni, di dettagli, di citazioni e di teologia, d'altronde il tema trattato è la Chiesa. Ora non che Sorrentino non ha fatto e non è stato Sorrentino, anzi, ha scritto una storia potente (una sorta di parabola della solitudine, chi viene, chi va e chi rimane), ricca di immagini, dove i protagonisti, prima di essere preti, cardinali o papi, sono uomini, perciò una delle Sue storie, ma in questo caso in modo più fluido, meno onirico, ugualmente affascinante ma soprattutto più efficace. E di questo me ne sono accorto subito, perché già dalla straordinaria sigla (pop-rock di un gusto raffinato ma elettrizzante) qualcosa è cambiato nella mia percezione del suo cinema, poiché anche se qui non mancano affatto le sue classiche movenze, Sorrentino infatti non è certo un regista 'd'azione', ha un ritmo lento e dilatato tutto suo, concentra tutta l'attenzione sui dialoghi, racconta con modalità assai diverse dal consueto, riflettendo continuamente sulle inquadrature, sulle situazioni, sui personaggi, sul tormento della vita umana, alla fine, e anche se non mancano poi come ovvio le 'trovate', magari allegoriche (si pensi al canguro che vaga libero in Vaticano, e tanti altri), ma in questo caso davvero gustose, riesce a sorprendere, portando una serie che all'inizio poteva essere o sembrare una cretinata (e a volte la sensazione era anche la mia) in un esperimento completamente riuscito e pure discretamente interessante nonché, anche se sembrerà strano visto l'argomento, divertente e sottilmente ironico. A partire dal personaggio da lui ideato, un incrocio storico accattivante, misterioso e sconvolgente. Ricercato, potente e soprattutto 'Sorrentiniano'. La storia di un uomo e della fatica di stare al mondo. Quella di Lenny Belardo (un cardinale giovane, mite e dallo scarso peso politico), che inspiegabilmente e inaspettatamente, viene eletto pontefice dal collegio cardinalizio, che crede forse di aver trovato una pedina da poter manovrare a piacimento. Tuttavia Lenny (abbandonato in orfanotrofio in tenera età e continuamente tormentato da tale abbandono, tanto che ha sviluppato un rapporto molto turbolento con la fede e con Dio), salito al soglio pontificio con il nome pontificale di Pio XIII, si dimostrerà un papa controverso e per nulla incline a farsi comandare, machiavellico e manipolatore.

mercoledì 30 novembre 2016

Creed: Nato per combattere

Inutile sottolineare che attendevo da tempo di vedere questo film, era da gennaio infatti, da quando ne parlai all'epoca della sua uscita, che aspettavo di ritrovare uno dei miti della mia infanzia, ovvero Rocky. Alcuni ricorderanno il post pubblicato a inizio gennaio, (che trovate qui), dove spiegavo i motivi e il perché la saga e il suo personaggio sono diventati simboli di forza e coraggio per me e per tutti. In ogni caso per rientrare in clima, ho aspettato un po', non perché non ho avuto tempo prima di vederlo (anche se avevo un calendario da seguire) ma perché prima ho visto grazie a Sky, che a proposito per l'occasione della sua mandata in onda ha predisposto un canale apposito per rivedere l'intera straordinaria saga, prima il bellissimo 'racconto di cinema' di Nino Castelnuovo, l'esperto di punta sul cinema della piattaforma satellitare, un racconto emozionante e incredibile, al pari del successivo documentario Da Creed a Rocky: la leggenda continua, con interviste agli attori del cast, i produttori e quant'altro. Insomma qualcosa di interessante e bello, che vi consiglio di vedere se già non l'avete fatto. Comunque ritornando a questo settimo capitolo della saga (anche se a dir la verità è uno spin-off che si svolge in ogni caso dopo Rocky Balboa, sesto film della serie), intitolato Creed: Nato per combattere (Creed) a primo impatto è un film bello ma non così eccezionale come mi aspettavo, perché nonostante ho ritrovato con piacere quel gusto vintage e demoralizzante (più emozionante) di un tempo non tutto è filato liscio, anzi, fila così velocemente (sbrigativo) che molte cose vengono accelerate senza mai fermarsi, troppi repentini cambi di direzione, fatto che aggiunto a molti punti oscuri o momenti, meglio situazioni, non spiegate abbastanza dettagliatamente, lasciano poco tempo di riflessione, praticamente non ci sono pause, non che sia un male però ci voleva qualche punto morto per riprendere meglio le emozioni, la storia lasciate a metà, anche se il sesto capitolo era il perfetto finale della straordinaria avventura vissuta dallo Stallone Italiano. Invece no, perché grazie ad un giovane regista, Ryan Coogler, al suo secondo lavoro importante (dopo Prossima fermata Fruitvale Station), il primo per me, quella storia ha potuto avere un seguito, un seguito che in certi momenti assomiglia ad un remake, dato che la storia, i temi e il finale sembra ricalcare il primo fantastico film. Certo, letti in chiave moderna per le nuove generazioni ma leggermente troppo simili, anche se proprio per questo il film mi è piaciuto di più, ma soprattutto perché torna il lato umano e non solo i muscoli e quelle atmosfere molto "cotonate" da anni '80. Insomma un film che efficacemente riporta in auge un mito, un mito che riesce a far risultare una pellicola non straordinaria ma tutto sommato credibile e anche e soprattutto riuscita.